Storie sommerseLe persone fotografate sott’acqua da Yinon Gal-On, il ventenne che critica la cultura dei selfie

È diventato virale sui social network anche se li disprezza, è affetto dal disturbo dell’attenzione e critica l’iper-visibilità della società contemporanea. Questo artista del 2003 induce i suoi modelli a un rituale di catarsi e di purificazione

Hila by Yinon Gal-On

Appena ventenne – nato a Tel Aviv nel 2003 – Yinon Gal-On è una promessa dell’arte contemporanea da non perdere di vista: ha cominciato che aveva solo sette anni e ora dopo tredici anni ha fotografato centinaia di persone… sempre sott’acqua. Frutto di un grave disturbo da deficit dell’attenzione, i suoi scatti “subacquei” sono puro gesto di catarsi e purificazione e riescono nell’intento di sublimare il dolore, arrivando allo spettatore senza mai banalizzarlo. Sebbene lui stesso sia un digitarian (generazione Z) il suo gesto artistico non è schiavo del proprio tempo: in modo fresco e intelligente, l’artista critica la cultura dei selfie, riflettendo e raccontando le fragilità del vivere contemporaneo – e soprattutto della sua generazione – tra apparire ed essere. Il risultato sono immagini quasi patinate, che in realtà sono l’ultimo tassello di un processo di librazione dalla sofferenza attraverso il mezzo dell’arte e dell’artista.

Non a caso il sogno di questo giovane artista – attualmente in mostra alla Oblong Contemporary Gallery – è poter realizzare la copertina di Vogue usando come protagonista non una modella dalle passerelle, ma una “giovane” qualsiasi che abbia il coraggio di raccontarsi mettendosi a nudo… sott’acqua. I suoi lavori sono sempre più virali sui social e ha partecipato a numerose mostre tra cui la prima esibizione dedicata a un artista israeliano negli Emirati Arabi. Abbiamo perciò deciso di intervistarlo per far emergere la storia “sommersa” dietro al suo grande successo.

Selfportray Live in a bubble (2011) by Yinon Gal-On

Seppure giovanissimo il tuo percorso sembra maturo e strutturato: come sei arrivato al tuo stile fotografico di ritrattistica subacquea?
Fin da quando ho memoria collego le mie emozioni allo stare sott’acqua. La macchina fotografica e la telecamera sono entrate nella mia vita quando avevo solo sette anni: Con questi strumenti ho sentito di aver trovato il modo di esprimere il mio complesso mondo emotivo: ero un bambino con ADHD (disturbo da deficit di attenzione) e ho sempre avuto un rapporto complesso con ciò che mi circonda. Nell’acqua i rumori sparivano, tutto si calmava e potevo esprimere me stesso e le mie idee. Il primo modello sono stato io. Amavo e amo ancora stare completamente sott’acqua: ancora adesso nel mio gesto artistico sto molto sottacqua, forse più delle persone che ritraggo. Quei primi scatti mi hanno permesso di raccontare come mi sentivo e mi piaceva il fatto che nessuno potesse vedermi. Scomparire nell’acqua dal rumore. In questi ritratti non c’era nulla dei selfie di oggi: nelle mie foto non c’è del resto mai acun filtro. Anzi, al contrario, le mie sono fotografie “oneste” anche nel dolore e nella frustrazione.

L’acqua nel tuo lavoro è allo stesso tempo limite e strumento di liberazione: ci racconti per te cosa rappresenta?
L’acqua non mente mai. La verità galleggia sempre. Per me, l’acqua è una bolla spazio-temporale. È il luogo in cui raggiungere una maggiore connessione interiore, riuscendo a disconnettersi dalle stimolazioni esterne: i rumori vengono silenziati, la capacità di respirare e vedere viene tolta, e tutto ciò che rimane è lo stare con noi stessi, le nostre fragilità, pensieri e sentimenti. Ho cercato di condividere questo mio mondo con gli altri, documentando sott’acqua le emozioni, i pensieri e i sogni di centinaia di persone.

Ho così imparato che l’acqua ha il potere dell’accettazione e della guarigione, necessari per liberarsi da tutto il peso che ci circonda. Mentre per anni mi sono collegato con le persone nel processo di fotografia attraverso luoghi di dolore e memoria, negli ultimi due anni ho sentito che volevo inondarli di emozioni positive: il mio gesto artistico può aiutare gli altri e quindi anche me a stare bene. Sott’acqua mi sento in movimento tra realtà e immaginazione, tra il visibile e il nascosto, tra il fisico e lo spirituale e quindi intendo le mie opere come un dormiveglia, una gamma tra il realistico e il surreale.

photo by Yinon Gal-On

I tuoi scatti sembrano quindi la sintesi di un processo artistico più profondo, di guarigione e crescita “spirituale”, celato allo spettatore nei suoi dettagli più intimi. Non a caso le persone da te ritratte spesso definiscono quello che hanno vissuto come “liberatorio”.
I miei scatti arrivano solo alla fine di un processo di conoscenza e di dialogo volto a mettere a nudo le proprie fragilità. La maggior parte dei set finisce con lacrime di sollievo o di gioia. Solo a questo punto fotografo il sorriso, la liberazione che per me non è mai momentanea, ma è l’inizio di un percorso, di cui sono parte anche io e che mi dà sempre infinita gioia.

La storia personale della persona che ho avuto di fronte a me, la sua esperienza di vita, sono per me importanti come la fotografia finale ed è per me giusto che quello che ci siamo detti rimanga tra noi. L’arte non è ostentazione. Non a caso con gli anni mi sono organizzato per far star bene le persone che ritraggo e per spingere al massimo l’intensità dell’esperienza: lavoro in una piscina immersa nella natura con acqua salata che ricorda il mare, ma allo stesso tempo non è causa di ansie, perché è comunque un luogo chiuso e protetto da tutto. Sembrerà strano ma più che esser concentrato nello scattare, il mio gesto è ascoltare e rassicurare.

BETWEEN VISIBLE AND HIDDEN, Yinon Gal-On

Il tuo lavoro di immersione, sempre vestiti, ha un qualcosa che rievoca le fonti battesimali. C’è una dimensione religiosa o trascendente nel tuo lavoro?
Questa domanda mi ha davvero sorpreso. Tu sei il primo a identificare e mettere a fuoco il centro del mio lavoro. Sono una persona spirituale e credente. Non posso che portare un grande rispetto per le persone che vengono a farsi ritrarre in acqua, perché non è facile vivere e condividere storie così personali, anche dolorose. La mia arte è caratterizzata da una forma di pudore. Credo che quando c’è tanta onestà ed esposizione emotiva, non sia necessaria l’esposizione fisica: è già detto tutto dal volto. Apprezzo sempre di più la modestia e credo che il mettersi a nudo emotivamente sia la vera nudità e pornografia dell’oggi.

Come scegli le persone da fotografare?
Dopo me stesso e chi conoscevo (familiari, parenti e amici), ho deciso qualche anno fa di lavorare con la sofferenza altrui, forse per risolvere la mia. Ho quindi lavorato con ragazzi autistici all’interno di un progetto per una grande campagna sociale che si occupa della consapevolezza. Ho poi avuto modo anche di sperimentare set con persone che soffrono di fobia dell’acqua e questi erano set molto emotivamente impegnativi per tutti, una sfida da vincere ogni volta. Il mio attuale lavoro si occupa di questioni che preoccupano i miei coetanei.

BIRD OF PARADISE, Yinon Gal-On

Sono parte io stesso di una cultura sovraccarica di immagini. Il divario tra chi siamo veramente e il modo in cui ci presentiamo cresce ogni giorno e questa esposizione ci toglie costantemente la possibilità di essere presenti qui e ora e ci allontana da noi stessi. Per scardinare questo meccanismo della iper-visibilità apparente per la prima volta ho perciò invitato modelli e attori professionisti. L’unica istruzione che ho dato era l’arrivare come “più si piacevano”. Come sempre non c’erano “trucco e parrucco”. Il mio processo di fotografia ha cercato di far disconnettere queste persone dalla necessità di presentare il loro sé esterno. La mia ambizione in fondo è quella di documentare le emozioni: in questo progetto a prima vista si vede la bellezza, ma in seguito si possono vedere strati di emozione, uno sguardo nudo e un meraviglioso mondo interiore.

In effetti la felicità e la serenità pervadono contagiosamente il tuo lavoro.
Se non sono felici, non scatto la foto. È un percorso che deve venire e non può essere forzato. A volte, anche se raramente, non viene, ma considera che un set dura diverse ore e con il passare del tempo la persona si sente più libera e più sciolta. L’acqua inonda e ti libera, gli strati di protezione scendono e c’è un rilascio di tensione. Ad esempio, la ballerina Ella Haber Cotton e io siamo rimasti in acqua per oltre quattro ore. Nei suoi occhi alla fine si vede la pace e la tranquillità quasi utopistica. In questa fotografia c’è un altro elemento che mi piace molto, fotografare il riflesso della persona nell’acqua dà un’altra e diversa prospettiva. Per me in questo tipo di riflesso, in cui la persona non si ammira, si rivela tutto l’universo interiore.

Nicola Ward by Yinon Gal-On

Il tuo lavoro sembra richiamare fortemente la pittura rinascimentale. Quali sono, se ci sono, i tuoi riferimenti nella storia dell’arte?
Il pubblico alle mostre spesso fatica a credere che le mie siano fotografie e non quadri. Forse anche perché ho cominciato da bambino, devo essere onesto e non avevo alcuna intenzione e non ero cosciente di questo. Certo è vero che sono cresciuto in una casa amante dell’arte e ho avuto il privilegio di visitare mostre in musei e gallerie d’arte in tutto il mondo fin da giovanissimo. Credo di aver assorbito molto da queste esperienze ed è anche vero che l’acqua e l’immersione è da sempre oggetto di rappresentazione nell’arte.

Sebbene il tuo lavoro sia in qualche misura antitetico alla società dell’immagine, la sua fotogenia lo rende estremamente virale sui social network. Cosa ne pensi?
Verissimo. Sono molto seguito sui social, ma non mi interessa molto, a meno che non sia per sensibilizzare ad andare oltre le apparenze, a ragionare in termini attivi e non passivi sugli stessi social. Fin da giovane sentivo che il mio lavoro era molto privato e non sentivo il bisogno di condividerlo con nessuno. È stata mia madre, che è il mio produttore e spalla, che mi ha spinto a condividere le mie opere. Fino ad allora il mio lavoro era solo per me, “archiviati” nel mio cuore e sul computer.

Behind the scenes

Ancora ora non uso i social: i miei account Instagram (@Yinon.galon) e anche Facebook (Yinon Gal-On) sono gestiti da lei, che pubblica dopo mia approvazione. Lei si occupa di tutta la produzione e permette a me di concentrarmi sulla creazione. Così prima c’è l’arte, che non deve mai nascere per un like. Sarebbe tradire me stesso. Ecco perché forse quest’ultimo progetto (ndr modelli-modelle) è stato per me più complesso dei precedenti, fino a darmi quasi un senso di fastidio iniziale. Per la prima volta ho messo veramente alla prova me stesso: non è stato facile capire, vivere e accettare il divario tra chi vorremmo essere e chi siamo veramente è enorme. Non ho bisogno di mostrarmi ma sono molto felice di condividere le mie opere. Di solito senza molte parole, perché credo che le opere parlino da sole. E ammetto non credo di aver parlato mai tanto come in questa intervista, ma è stata un’opportunità per mettermi a nudo.

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