La decimaIl bravo killer è quello che dimentica i nomi e i volti delle sue vittime

In “Il numero è nulla” (Mondadori), Antonio Monda racconta la vita di New York da un’angolazione inaspettata e travolgente: gli occhi di un killer che si fa chiamare Il Vescovo e lavora per Bugsy Siegel, uno dei più famigerati gangster degli anni Trenta

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Ryan Flahertie aveva capito perfettamente che stavo per ammazzarlo. Nel nostro mondo la pietà non si implora mai, lui però ci ha provato. In silenzio, con lo sguardo, mentre i denti gli battevano. Era la prima volta che uccidevo qualcuno, se ne era reso conto, e cercava di aggrapparsi a qualcosa di impossibile, solidarietà, forse, facevamo lo stesso mestiere. Gli ho sparato in un occhio, non potevo correre rischi, ed è balzato indietro trascinando il tavolo sul quale si era appoggiato. Indossava una giacca troppo scura per quell’ora del mattino e i capelli erano pettinati con la riga al centro e la brillantina, imitano tutti Bugsy, ultimamente. 

Il sangue ha coperto l’ultima smorfia sul volto, allucinata e spenta, e un pezzo di cervello è schizzato sul muro dove qualcuno aveva disegnato un elefante e un leone. Un bambino, credo, sul pavimento c’erano molti giocattoli dai colori splendenti, fastidiosi. 

Aveva la mia età, Flahertie, trent’anni, non di più, e di lui sapevo solo che era giunto il suo momento. Anche in seguito non ho mai saputo altro. Mi aveva accolto con un’espressione di sollievo, aspettava da giorni un tecnico della Consolidated Gas. «Quando le cose non funzionano mia moglie se la prende con me» ha scherzato, ma subito dopo ha cominciato a tremare e si è messo a sedere nella stanza del figlio, chissà perché. 

Mi sono chiesto cosa avesse fatto per meritare quella sorte, ma il Toro mi ha insegnato che è una domanda inutile: era felice di farmi da maestro, mettendomi in guardia dai rischi più gravi, come pensare troppo e fare domande sbagliate. È stato Bugsy a soprannominarlo il Toro, e da quel momento nessuno si è interessato a come si chiamasse. Non ho mai saputo il suo nome e lui ignora il mio. So solo che è un uomo gigantesco, ama l’opera lirica e strangola le vittime con le mani. «I nomi delle persone che ammazzi si confondono» mi ha spiegato, «poi li dimentichi completamente, come i volti.» 

Aveva ragione, io ricordo a stento il decimo, che poi era una donna: una polacca minuta e ostinata che ha lottato con tutte le forze prima di maledirmi. Ha tirato in ballo anche il giorno del giudizio e le fiamme dell’inferno, poi ha atteso il colpo di pistola guardandomi negli occhi, l’orgoglio era più forte della paura. Ada Gutowicz, la figlia del rabbino di Leoncin, la mia numero dieci.

Da “Il numero è nulla” di Antonio Monda, Mondadori, 276 pagine, 19 euro

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