Ben informati, ma disorientati La crisi della verità è sempre una crisi della società

Le teorie del complotto prosperano soprattutto in situazioni di crisi, che oggi non è economica o pandemica, ma anche narrativa. La vera democrazia ha bisogno di quelle persone che osano dire la verità nonostante tutti i rischi: senza di loro, scivola nell’infocrazia

Bussola su spiaggia
Foto di Denise Jans su Unsplash

Le informazioni, da sole, non spiegano il mondo. A partire da un certo punto critico, esse oscurano persino il mondo. Ci avviciniamo sempre all’informazione con il sospetto che le cose potrebbero anche stare diversamente. Essa è accompagnata da una sfiducia di fondo. Piú ci confrontiamo con informazioni diversificate, piú forte diventa la diffidenza. Nella società dell’informazione, perdiamo la fiducia di fondo: essa è una società della sfiducia.

La società dell’informazione rafforza l’esperienza della contingenza. All’informazione manca la stabilità dell’essere: «La sua cosmologia è una cosmologia non dell’essere ma della contingenza». L’informazione è un concetto bifronte, dal volto di Giano. Come il sacro, ha «un lato benevolo e uno spaventoso».

Essa porta a una «comunicazione paradossale» perché «riproduce sicurezza e insicurezza». L’informazione crea un’ambivalenza strutturale di base. Cosí Luhmann osserva: «Lo schema di base dell’ambivalenza assume di momento in momento nuove forme, ma l’ambivalenza rimane la stessa. È forse questo che si intende quando si parla di “società dell’informazione”?».

Le informazioni sono additive e cumulative. La verità, invece, è narrativa ed esclusiva. Esistono mucchi di informazioni o di spazzatura informativa. La verità, invece, non forma un cumulo. Non è frequente. Per molti versi si contrappone all’informazione. Elimina la contingenza e l’ambivalenza; elevata a narrazione, fornisce significato e orientamento. La società dell’informazione, invece, è vuota di significato.

Solo il vuoto trasparente. Oggi siamo ben informati, ma disorientati. Le informazioni non hanno potere di orientamento. Anche il fact-checking piú assiduo non è in grado di stabilire la verità, perché questa eccede l’accuratezza o la correttezza delle informazioni. La verità è in ultima analisi una promessa, come espresso nel detto biblico: «Io sono la via, la verità e la vita».

Anche la verità discorsiva nel senso di Habermas ha una dimensione teleologica. È la «promessa di raggiungere una ragionevole intesa su ciò che viene detto». Come «procedimento argomentativo», il discorso decide sul contenuto veritativo delle asserzioni. L’idea di verità si misura in base al fatto che la pretesa di validità delle asserzioni sia discorsivamente riscattabile.

Ciò significa che le affermazioni devono resistere alle possibili contro-argomentazioni e trovare il consenso di tutti i potenziali partecipanti al discorso. La verità discorsiva come intesa e consenso garantisce la coesione sociale. Stabilizza la società riducendo la contingenza e l’ambivalenza.

La crisi della verità è sempre una crisi della società. Senza verità, la società si disintegra internamente. In quel caso, è tenuta insieme solo da relazioni esterne, strumentali, economiche. Le recensioni reciproche, ad esempio, che oggi si praticano ovunque, corrompono le relazioni umane sottoponendole a una commercializzazione totale. Tutti i valori umani oggi sono economizzati e commercializzati. La società e la cultura stanno diventando esse stesse mercificate. La merce sostituisce il vero.

Le informazioni o i dati da soli non illuminano il mondo. La loro essenza è la trasparenza. Luce e buio non sono proprietà dell’informazione. Come bene e male o verità e menzogna, essi sorgono nello spazio narrativo. La verità in senso enfatico ha un carattere narrativo. Pertanto, nella società dell’informazione denarrativizzata essa perde radicalmente il suo significato.

La fine delle grandi narrazioni, che inaugura la postmodernità, si completa nella società dell’informazione. Le narrazioni degradano a informazioni. L’informazione è la controfigura della narrazione. I Big Data sono l’opposto della grande narrazione. I Big Data non raccontano. In francese «digitale» si dice numerique. Il numerico e il narrativo, il conteggiabile e il raccontabile appartengono a due ordini fondamentalmente diversi.

Le teorie del complotto prosperano soprattutto in situazioni di crisi. Oggi non ci troviamo soltanto in una crisi economica o pandemica, ma anche in una crisi narrativa. Le narrazioni creano significato e identità. Cosí, la crisi narrativa porta al vuoto di significato, alla crisi identitaria e al disorientamento. È qui che le micro narrazioni delle teorie del complotto offrono un rimedio.

Esse sono assunte come risorse identitarie e di significato. Questo è il motivo per cui si diffondono soprattutto nel campo della destra, dove il bisogno identitario è particolarmente accentuato. Le teorie del complotto sono resistenti al fact checking perché sono narrazioni che, nonostante il loro carattere fittizio, fondano la percezione della realtà. Si tratta quindi di narrazioni fattuali. In esse la finzione si trasforma in fattualità.

Ciò che è decisivo non è la fattualità, la fatticità della verità di fatto, ma la coerenza narrativa che la rende credibile. Nella teoria del complotto come narrazione, la contingenza viene fatta sparire. Le teorie cospirazioniste nascondono la contingenza e la complessità, che sono particolarmente gravose in una situazione di crisi.

Nella crisi pandemica, le pure cifre come il «numero di casi» o l’«incidenza» aumentano l’incertezza di base, perché non spiegano nulla. Il mero conteggio risveglia un bisogno di narrazioni. Ecco perché la crisi pandemica è un terreno fertile per le teorie della cospirazione. Con la loro spiegazione totale o menzogna totale, esse eliminano d’un colpo l’incertezza e l’insicurezza.

La democrazia non è compatibile con il nuovo nichilismo. Essa presuppone un parlar vero. Solo l’infocrazia può fare a meno della verità. Nella sua ultima conferenza, poco prima di morire, Foucault si è dedicato al «coraggio della verità» (parresia), come se prevedesse l’imminente crisi della verità, in cui la volontà di verità va perduta. La «vera democrazia» è guidata (Foucault fa riferimento allo storico greco Polibio) da due principî, isegoria e parresia.

L’isegoria si riferisce al diritto concesso a ogni cittadino di esprimersi liberamente. La parresia, il parlar vero, presuppone l’isegoria, ma va oltre il diritto costituzionale di parlare. Essa permette a certi individui di «dire ciò che pensano, ciò che credono vero, ciò che credono veramente vero». La parresia obbliga quindi le persone che agiscono politicamente a dire ciò che è vero, a prendersi cura della comunità usando un «discorso ragionevole e vero». Chi parla con coraggio, nonostante tutti i rischi che comporta, pratica la parresia.

La parresia crea comunità. È essenziale per la democrazia. Dire la verità è un atto genuinamente politico. La democrazia è viva finché si pratica la parresia: «Era allora evidente […] che la parresia era anzitutto legata al funzionamento della democrazia. […] La parresia fonda la democrazia e la democrazia è il luogo della parresia. […] [Esiste un] legame d’appartenenza circolare parresia / democrazia».

La parresia come coraggio della verità, la «parresia coraggiosa» è l’atto politico per eccellenza. La vera democrazia, quindi, possiede un eroismo intrinseco. Ha bisogno di quelle persone che osano dire la verità nonostante tutti i rischi. La cosiddetta libertà di opinione, invece, riguarda solo l’isegoria. Solo la libertà della verità dà origine a una vera democrazia. Senza di essa, la democrazia scivola nell’infocrazia.

© 2021 Msb Matthes & Seitz Berlin
© 2023 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

copertina infocrazia

Da “Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete” di Byung-chul Han, Einaudi, 88 pagine, 12,50 euro.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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