Non doveva andare cosìIl misterioso successo di Mare Fuori e la vera realtà delle carceri minorili in Italia

La serie tv ambientata in un Istituto di Pena Minorile a Napoli ha superato le 105 milioni di visualizzazion e oltre il 40 per cento del pubblico è formato da giovani under 25. Ma le condizioni dei giovani detenuti non sono sempre come quelle descritte

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No, non doveva andare così, canta Raiz in un pezzo della colonna sonora. E no, non può andare così, non può finire così per i fan che da settimane scandagliano le scene, indagano i fotogrammi per scovare dettagli rivelatori. C’è chi ipotizza che addosso, sotto i vestiti, Rosa Ricci nasconda qualcosa; altri osservano morbosamente delle foto di scena di Ciro che potrebbero rivelare un’altra verità; qualcuno sostiene che di un personaggio non si veda l’ombra. E si lanciano ipotesi, a tanto così dal complotto. A dare la misura della “Mare Fuori Mania” è soprattutto l’hype che si è generato attorno agli ultimi minuti, gli ultimi secondi dell’ultima puntata della terza stagione, che andrà in onda domani sulla Rai ma che è già disponibile da tempo su Raiplay. Da giorni circola la teoria secondo cui domani, in onda, l’ultima puntata sarà più lunga di qualche minuto rispetto a quella disponibile online: è il noir, il giallo di un altro finale di Mare Fuori 3. Su tutti i media la corsa è a spiegare e razionalizzare il fenomeno record di questa serie tv ambientata in un Istituto di Pena Minorile a Napoli.

Qualcosa che è esploso letteralmente tra le mani della Rai. La sceneggiatrice Cristiana Farina che ha ideato e scritto il soggetto con Maurizio Careddu ha raccontato a Tvblogo che il progetto era nato 15 anni fa, dopo un seminario nel carcere minorile di Nisida con l’aiuto di testi e attori di Un posto al sole, e lasciato in qualche cassetto per oltre un decennio. La serie, prodotta da Rai Fiction e Picomedia, ha debuttato nel gennaio 2020 su Rai2. Racconta le vicende degli adolescenti reclusi in un carcere minorile ispirato all’Istituto sull’isola al largo di Posillipo ma ambientato al Molo San Vincenzo, quartier generale della Marina Militare, dove ormai arrivano i fan a scattarsi i selfie. Non solo: dopo tre anni dalla prima messa in onda gli attori non possono letteralmente camminare per strada a Napoli, la canzone della sigla è arrivata a Sanremo ed è suonata nelle discoteche, l’Istituto di Nisida è sommerso dalle richieste dei giornalisti, secondo il portale di viaggi online per effetto della serie le ricerche di voli per Napoli sono cresciute nientedimeno del 21% dal 15 al 28 febbraio scorsi.

Dati Rai: a febbraio la serie ha superato le 105 milioni di visualizzazioni, oltre il 40 per cento giovani con meno di 25 anni. E giù a sproloquiare, editorialisti e critica, a chiedersi il perché e a spiegare questo fenomeno che ragiona intorno alle logiche dell’appartenenza, di amici geniali incrociati dietro le sbarre, figli di camorristi e innocenti messi in mezzo, piccoli e brutali delinquenti. Quando lo spettatore si crea un pregiudizio, quando giudica quanto sia terribile e irrecuperabile e senza speranza un personaggio, l’intreccio spiega con una formula diventata virale: ecco Tonino (per esempio) qualche ora prima dell’arresto, ecco perché è finito dentro. Cantava Fabrizio de André: “Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

Alle 16:30 del 25 dicembre 2022: carcere di Beccaria, Milano, sette ragazzi detenuti che si trovavano nel campo da calcio approfittano dei lavori in corso, sfondano una protezione di legno del cantiere, salgono sulle impalcature e si calano da un muro più basso. Gli aggiornamenti sull’evasione di Natale finiscono il 29 dicembre, quando gli ultimi due in fuga, un diciassettenne e un diciottenne, vengono ritrovati. Di carceri minorili e dei suoi detenuti se ne parlò con morbosità e costanza in quei giorni. Stando ai dati aggiornati al 15 dicembre 2022, sono 14.211 i giovani in carica al servizio sociale minorile in Italia, 6.400 sono campani, 400 sono detenuti presso 17 istituti penitenziari minorili – a Pontremoli, in Toscana, ce n’è uno esclusivamente femminile -, 201 sono stranieri. Meno della metà sono minorenni, la maggior parte hanno tra 19 e 24 anni. Quelli diventati maggiorenni durante l’esecuzione della pena possono rimanere in Ipm fino a 25 anni.

Nisida è il carcere che ne ospita il maggior numero: 55, il 60 per cento italiani, sezione femminile chiusa di recente. Sono 27 quelli accusati di omicidio volontario – 8 hanno tra i 14 e i 18 anni – , 80 di tentato omicidio. La maggior parte sono accusati di reati contro il patrimonio: furti e rapine. Sotto i 14 anni i minori non sono imputabili. Il Codice del processo penale minorile risale al 1988. I suoi principi ricalcano con maggiore fedeltà l’articolo 27 della Costituzione – «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» -, puntano alla riparazione e alla ricostruzione prima che alla punizione, è raro che un minore che ha commesso un crimine finisca in carcere. La messa in prova, che sospende il processo per favorire un percorso psicoriabilitativo personalizzato, dal 2014 è stata estesa anche alla Giustizia ordinaria, agli adulti. “«e non faremo in modo che chi esce dal carcere sia migliore di come è entrato, sarà un fallimento per tutti. E se non ci arriviamo per civiltà, umanità e per rispetto dell’articolo 27 della Costituzione, arriviamoci per egoismo. Conviene a tutti che quel rapinatore, quello spacciatore, una volta fuori cambi mestiere», ha detto nel suo monologo sugli IPM a Sanremo Francesca Fagnani. Ma quanta gente si sarà interessata al tema grazie alla fiction?

«È bello che questa serie abbia messo al centro il tema delle carceri minorili, però ho sempre l’impressione che allo stesso tempo i ragazzi che sono dentro vengano dimenticati, abbandonati a loro stessi. Non è vero che c’è il comandante che ti prende a cuore, che ti segue quando esci con la direttrice, come in una famiglia: questo a Nisida non c’era», racconta Raffaele Criscuolo che ha 28 anni e all’IPM napoletano c’è stato due volte, per uno scippo e per una rapina a mano armata. A Nisida ha cominciato a farsi le canne ma anche corsi da pizzaiolo, da barman, di ceramica. Oggi fa il pizzaiolo. «La serie l’ho vista tutta, l’ho fatta vedere anche a mio figlio. Si avvicina in molti casi a quello che si vive in carcere. All’IPM si diceva: ’Meglio Poggioreale che Nisida’, perché ogni giorno c’era un ragazzino che si svegliava e si atteggiava a Raffaele Cutolo, che voleva comandare, che vuole farsi notare. E quindi succedevano le tarantelle. Certo c’erano delle risse, dovevi imparare a farti rispettare per non diventare il fesso della situazione, ma non tutte quelle coltellate, non tutti quei permessi, le celle non sono aperte così spesso come può sembrare dalla fiction, anzi quasi mai, non si potevano incontrare le ragazze così spesso. C’è tanta realtà ma ovviamente c’è anche tanto romanzo».

Il romanzo dunque: in tutta la storia di Nisida, dalla fine degli anni ’80, ci sono state quattro evasioni; soltanto nella serie ce ne sono tre. Appare inverosimile che dopo certi eventi ci siano poche o nulle conseguenze nel carcere, quasi allettante l’atmosfera con tutti questi ragazzi e ragazze insieme da mattina a sera che sfocia nel mélo di amori shakespeariani, Giulietta e Romeo dei Quartieri e di Forcella. C’è il sangue, c’è il sesso, ci sono i soldi che mancano o che si guadagnano in ogni modo possibile. E ci sono poi questa Napoli cool e anti-Gomorra – perché qui c’è la speranza – e queste canzoni nella colonna sonora curata da Stefano Lentini diventate tormentoni.

Mare Fuori è un teen drama, genere esploso con prepotenza negli ultimi anni. Forse per il lockdown, che ha portato ognuno a riflettere sul suo passato, i propri traumi, in un labirinto che porta sempre lì, all’adolescenza se non prima. Come ha detto Fran Lebowitz in un’intervista a Il Corriere della Sera: «Il problema della vita è che sei sempre alle superiori: conta tantissimo quanto sei popolare, qualunque lavoro tu faccia». Mare Fuori è anche un prison drama, un sempreverde: da Prison Break a Orange Is The New Black. A segnare il passo del successo è stato lo scorso giugno l’approdo delle prime due stagioni su Netflix, un marchio di qualità, più trendy rispetto alla Rai. Servizio pubblico che non può dimenticare il suo ruolo: e infatti ci sono i pipponi, le prediche da servizio pubblico – da Un posto al Sole a Un Posto al Fresco insomma. Qualche mese prima i diritti erano stati acquisiti da Beta Film per la distribuzione internazionale, a marzo 2022 la stagione era stata rinnovata per una terza e una quarta stagione.

Quando un fenomeno diventa così pervasivo l’impressione però è che niente possa bastare a spiegarne il successo. Per resistere alla FOMO chiedere a Maria Franco, la maestra che per oltre trent’anni ha insegnato a Nisida. Ai giornalisti che l’hanno contattata ha risposto che lei la serie non l’ha vista, e non per pregiudizio o snobismo. Forse la vedrà, forse no. Con molte probabilità torneranno a vederla domani sera i più accaniti, tutti quelli che l’hanno già vista su RaiPlay ma che non ce la fanno ad aspettare un anno almeno per la quarta stagione, che non sono convinti da quel finale, che non ci stanno, che subodorano il giallo di Mare Fuori 3. Su TikTok era diventato virale nelle settimane scorse il video di una ragazza che telefonava alla Rai per chiedere conto del mistero dei minuti aggiuntivi. A Viale Mazizni non ne sapevano niente.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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