La telefonata di Meloni a DraghiEcco come il governo ora vuole cambiare il Pnrr

La premier ha chiamato il suo predecessore spiegando che gli attacchi di Palazzo Chigi sul Piano non sono rivolti a lui ma all’Ue. L’esecutivo punta a prendersi due mesi in più per presentare la nuova proposta: l’idea è quella di dirottare più fondi sulla transizione energetica

(La Presse)

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato pochi giorni fa al suo predecessore Mario Draghi per spiegare la posizione del governo sul Pnrr. Il colloqui, raccontano i giornali, è stato precedente al comunicato di Palazzo Chigi sul Recovery Plan in cui il governo Meloni ha accusato il governo precedente di alcuni dei ritardi del piano. La premier avrebbe spiegato all’ex Bce che non è lui il bersaglio dell’esecutivo, ma un’Europa dal suo punto di vista ostile ai sovranisti e assai meno rigida con il governo precedente. Non sono attacchi rivolti a te, ma un tentativo di far intendere all’Unione europea che c’è bisogno di un atteggiamento meno rigido nei confronti del governo, è stato il senso della telefonata. Ma Draghi non ci avrebbe creduto più di tanto.

«Io so solo che Draghi ha lasciato le cose in ordine», dice a Repubblica Bruno Tabacci, sottosegretario a Palazzo Chigi con Draghi. «Ha promosso una transizione leale e ordinata. E loro adesso lo tirano in ballo. Difficile succeda, ma se Draghi dovesse seccarsi per davvero, ne vedremmo delle belle…».

Intanto, mentre il governo prova a ristabilire buoni rapporti con l’ex premier, prova anche a ottenere il via libera alla seconda rata del 2022, incagliata attorno ad alcuni obiettivi non congrui. secondo Bruxelles. Nel mirino sono finiti i finanziamenti deliberati per gli stadi di Firenze e Venezia. Due progetti deliberati quando a Palazzo Chigi c’era ancora Mario Draghi, appunto. «Conto che la Commissione europea non tratti questo governo diversamente da come ha trattato Draghi», ha detto ieri Matteo Salvini.

Se Bruxelles chiederà formalmente di toglierli dal capitolo del Pnrr, Giorgia Meloni dovrà farlo e scontare le lamentele dei sindaci Dario Nardella e Luigi Brugnaro. Sul piatto ci sono quasi venti miliardi di euro, ricorda La Stampa

Il passaggio successivo è il cantiere per una completa revisione del Pnrr. Il ministro agli Affari comunitari e al Pnrr Raffaele Fitto sta preparando la relazione tecnica al Parlamento sullo stato dei progetti avviati. L’intenzione è quella di dimostrare che se ritardi ci sono non possono essere imputati a chi ha preso le redini del Piano da meno di sei mesi. La relazione arriverà entro la fine di aprile, a cavallo del Documento di economia e finanza. Il terzo passo sarà il «travaso» dei progetti più a rischio sotto l’ombrello dei fondi di Coesione in modo da liberare delle risorse che serviranno a finanziare il «RePowerEU».

Si tratta del fondo aggiuntivo per finanziare progetti relativi alla transizione energetica. L’Italia avrebbe a disposizione poco meno di tre miliardi, ma l’intenzione è di spostare su questa voce almeno una decina di miliardi dell’attuale piano, perché – secondo Fitto – quel canale permetterebbe di spendere le risorse più rapidamente, magari grazie al coinvolgimento di Eni ed Enel e alle semplificazioni normative per i nuovi impianti di rinnovabili già decise dal governo Draghi.

L’ultimo passo, il più complicato, sarà lo spostamento dei progetti dal Pnrr alla programmazione ordinaria dei fondi di coesione, quelli che l’Unione pianifica ogni sette anni per la crescita delle aree più deboli. Mentre il Pnrr deve essere completato entro la seconda metà del 2026, la spesa per i fondi dedicati alle politiche regionali si spinge fino al 2029.

Gli uffici della Commissione hanno fatto sapere al governo di aspettarsi l’intero piano di revisione entro fine aprile, ma su questo è in atto un braccio di ferro: il governo sostiene che la scadenza non sia giuridicamente vincolante e dunque cercherà di prendersi almeno un mese in più, se non due. L’obiettivo è trovare un accordo entro giugno.

Il problema è che molti programmi non potranno essere sostituiti, in particolare quelli che il governo pensava di finanziare con la quota parte dei prestiti, in tutto 120 miliardi sugli oltre duecento complessivi. Insomma, con molta probabilità il Pnrr italiano uscirà rimpicciolito.

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