La ricostruzioneSos mancati e polemiche sui soccorsi: cosa non torna sul naufragio di Cutro

Ci sono state oppure no delle lacune nella gestione? Il procuratore di Crotone, Giuseppe Capoccia, ha fatto sapere di essere al lavoro per «ricostruire la catena dei soccorsi, dall’avvistamento in poi». Ma «non ci sono indagini» per il reato di omesso soccorso.

(La Presse)

Mentre il bilancio del naufragio di Steccato di Cutro, in cui hanno perso la vita almeno 66 migranti, continua a salire, ci si domanda com’è possibile che nessuno sia riuscito a individuare quel barcone prima che si spezzasse a poche decine di metri dalle coste italiane. Ci sono state oppure no delle lacune nella gestione dei soccorsi?

A guardarla dalle versioni di Frontex, Guardia costiera e Guardia di finanza, spiega il Corriere, questa storia si riduce a un elenco di azioni per provare a salvare la barca e i migranti. Ma sappiamo com’è andata a finire.

Il punto debole, come sta emergendo, è stato forse tentare di raggiungere l’imbarcazione come se si trattasse di una operazione di polizia piuttosto che di soccorso. Più un controllo per traffico di migranti che una corsa per aiutarli a raggiungere la riva.

La barca è partita alle tre del mattino del 22 febbraio dal distretto di Cesme (Smirne), in Turchia. «Era bianca, si chiamava Luxury 2», raccontano le persone sentite a verbale. La Luxury parte, ma dopo tre ore di navigazione il motore è in panne. Uno scafista chiede aiuto e arriva una seconda imbarcazione, stavolta di legno, più grande e malconcia con il nome “Summer Love”. I migranti passano sulla nuova imbarcazione e ripartono verso l’Italia.

Dopo tre giorni di navigazione, un velivolo Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) alle 22.30 di sabato 25 febbraio lo intercetta a 40 miglia al largo della costa calabrese. Le rilevazioni termiche confermano che a bordo ci sono tante persone, sul barcone è attivo un telefono cellulare turco. È praticamente certo che si tratti di traffico di migranti. Con questa ipotesi che dal velivolo parte una segnalazione.

Secondo le regole del mare, il compito di Frontex non è di intervenire, ma semplicemente di segnalare il barcone in pericolo. Una volta fatta la segnalazione, la palla passa all’Italia.

Gli operatori Frontex mandano la segnalazione all’Icc, l’International coordination centre, cioè le autorità che si occupano della cosiddetta law enforcement, in pratica le operazioni di polizia, di cui fa parte anche la Guardia di finanza. Per conoscenza, Frontex gira la segnalazione anche alle Centrale operativa della Guardia costiera di Roma. Il punto è che quella segnalazione, secondo la ricostruzione della Guardia costiera, parla di una «unità che naviga regolarmente, a 6 nodi e in buone condizioni di galleggiabilità, con una persona sola visibile sulla coperta».

La Guardia costiera si tiene fuori dall’intervento. Anche perché la Finanza le comunica di aver inviato i suoi mezzi. Per di più dalla barca nessuno chiede aiuto. Quindi niente allarmi. Non viene attivato il «Sar», il soccorso in mare che avrebbe fatto partire le Classi 300 della Guardia costiera, motovedette specializzate proprio nel recupero di persone in difficoltà e capaci di affrontare mare forza 7-8.

La Guardia di finanza «dispone l’intercetto» della barca. Salpa con la Vedetta V5006 da Crotone e con il Pattugliatore veloce PV6 Barbarisi da Taranto. Si va a intercettare, appunto, non a soccorrere, «l’imbarcazione presumibilmente coinvolta nel traffico di migranti». I due mezzi partono, «nonostante le proibitive condizioni del mare», ma quelle condizioni non fanno scattare il «Sar». Il pattugliatore e la vedetta non riescono a raggiungere «il target», come dicono, e tornano indietro attivando «il dispositivo di ricerca a terra». A metà notte sono tutti in attesa che il barcone si spiaggi da qualche parte.

Alle quattro di domenica mattina, alla foce del Tacina ci sono due uomini che pescano con le canne i pesci che il mare ormai in tempesta porta verso la battigia. A un certo punto sentono il rumore di uno schianto. Il Summer Love si disintegra assieme alle vite di 66 persone. La Guardia costiera dispone il Sar, ma è ormai troppo tardi. Nel comunicato si legge che questa è «la prima informazione di emergenza ricevuta».

La versione sembra non convincere proprio tutti. Il primo a mettere in dubbio questa ricostruzione è il soccorritore Orlando Amodeo, che alla trasmissione “Non è l’arena” ha dichiarato: «Quei migranti potevano essere salvati. Non è vero che le condizioni del mare, come dicono Interni e fiamme gialle, rendevano impossibile avvicinare la barca dei migranti. Noi abbiamo imbarcazioni in grado di affrontare il mare anche a forza 6 o forza 7».

«Le dichiarazioni fatte finora sono sbrigative in modo offensivo, come di chi vuole chiudere la vicenda il prima possibile», dice sulle pagine della Stampa Gianfranco Schiavone, esperto di diritto dell’immigrazione. «È evidente che tutto quello che si poteva fare non è stato fatto. Perché se anche una piccola vedetta non riesce ad affrontare un mare in condizioni difficili, serve disporre una ricognizione aerea o mandare una nave più grande, seppure più lenta», insiste Schiavone.

Il procuratore di Crotone, Giuseppe Capoccia, ha fatto sapere di essere al lavoro per «ricostruire la catena dei soccorsi, dall’avvistamento in poi». Ma, ha precisato, «non ci sono indagini» per il reato di omesso soccorso. Secondo l’ammiraglio Vittorio Alessandro, ex portavoce del comando generale delle Capitaneria di porto, non si dovrebbe puntare il dito contro gli operatori di soccorso. Piuttosto, spiega a Repubblica, c’è una «stortura istituzionale». «Quando l’imbarcazione è stata localizzata da un aereo di Frontex è stata inviata un’allerta circostanziata a tutte le navi in transito?», si chiede l’ammiraglio.

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