Che imbarazzo!Massini e l’ideona di chiudere gli spettatori in uno scantinato per farli sentire come gli ucraini

Il drammaturgo pluripremiato porterà trenta persone alla volta nei sotterranei della Pergola, «un bunker ucraino nel cuore di Firenze», per farle immedesimare con gli abitanti di Kyjiv che si riparano dai missili russi

LaPresse

«Un bunker ucraino nel cuore di Firenze, sotto il Teatro della Pergola». Il mondo, per quanto mi concerne, si divide in Julia Roberts e Richard Gere nella scena del bagno. Quella in cui il plutocrate dice che sono poche le persone ancora in grado di stupirlo, e la mignotta risponde «Beato te, la maggior parte mi sciocca a morte».

Di norma io sono Richard Gere, e non solo perché Julia Roberts in quella scena di Pretty Woman è vestita d’acrilico. Anche perché, insomma, ormai di cosa vuoi stupirti, con la mancanza di senso del ridicolo dalla quale siamo circondati tutti i giorni. Poi arriva un comunicato stampa come questo.

«A partire dal 6 marzo, alle 18 e 45, debutta a Firenze Bunker Kiev, di e con Stefano Massini, una “azione drammatica” rigorosamente riservata a sole 30 persone alla volta, che eccezionalmente verranno condotte nei sotterranei del Teatro della Pergola, fino a raggiungere uno spazio ristretto e semibuio, un luogo […] assimilabile ai 4984 bunker di Kiev in cui gli ucraini si rifugiano dai missili russi».

Una volta, più o meno trentacinque anni fa, lessi d’una spa (ma allora non le chiamavamo spa) in cui facevano la digiunoterapia. Pesavo la metà di adesso e ovviamente volevo dimagrire. Chiesi a mio padre di mandarmici, costava tre milioni e mezzo di lire a settimana. Mi rispose: stai a casa, non ti do da mangiare io.

Ci ho pensato leggendo che Stefano Massini, in una pausa tra un mettersi il cuscino sotto il maglione per percepirsi donna gravida e l’altro, se pagate vi porta in un bunker dove potete percepirvi in guerra, sotto i missili, in pericolo, protagonisti del vostro tempo e della performance. Ho pensato: stai a casa, ti bombardo io. Lo so, è una risposta infantile, un po’ me ne vergogno.

Non dirò che c’è da vergognarsi a essere Massini o il teatro della Pergola e a metter su questa pagliacciata, perché ormai molto tempo fa ho preso il principio di Antonio Ricci – «a Striscia “vergogna” può dirlo solo il Gabibbo, che è un pupazzo» – e l’ho rielaborato in un convincimento mio, che più o meno fa così: «vergogna» lo si può dire solo di sé stessi, per conto terzi al massimo ci si può imbarazzare. Ecco: che imbarazzo.

«A un anno esatto dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio 2022, Stefano Massini prende la parola per farci attraversare l’esperienza di cosa significhi sopravvivere oggi, a Kiev, sotto le bombe».

Sorvoliamo sul fatto che no, il 6 marzo non è «un anno esatto» dal 24 febbraio, non ci vuole un drammaturgo pluripremiato per saperlo, basta il calendario sul muro d’una qualunque officina. Io “Qualcosa sui Lehman” non l’ho mai letto, gente di cui mi fido dice che è bello e ci credo. Non sono così ingenua da credere che chi scriva una cosa bella poi debba essere per forza lucido, intelligente, con un senso solido di sé e del mondo. Ma, santiddio: Stefano Massini crede davvero che portarci in uno scantinato ci faccia «attraversare l’esperienza di cosa significhi sopravvivere oggi, a Kiev»? Ma seriamente? È come se la me quindicenne avesse creduto che andare in una spa a fare il digiuno potesse farle capire cosa provavano i bambini biafrani (lei almeno aveva l’attenuante dei quindici anni).

Non credo che neanche Paolo Giordano, scrivendo da lì, s’illudesse di usare il metodo Strasberg del rifugiato di guerra; figuriamoci in una cantina a Firenze. Nel mio palazzo c’è una soffitta: se mi ci chiudo capisco cos’abbia provato Anna Frank? In caso vorrei depositare subito l’idea del videogioco «Prova anche tu l’esperienza di Anna, una Holocaust card in omaggio» – tanto ormai siamo nel campo del vale tutto.

«Bunker Kiev ci conduce tra le macerie e le tenebre, dove riconoscere il coraggio e la paura, la sofferenza e la speranza. Là dove anche il silenzio dei pensieri è rotto dal rumore delle esplosioni». Ah, come quando vado a scrivere le mie stronzate in un bar e c’è la musica troppo alta: in effetti fastidiosa che pare quasi un allarme antiaereo, mi percepisco un po’ abitante di paese invaso pure io – invaso dai trapper.

C’è pure, in chiusura di comunicato, una poesiola (o forse è solo un brano con molti a capo, in certo casi è difficile distinguere). M’immagino il Massini salire sulla sedia per declamarla, un po’ bambino benintenzionato a Natale, un po’ Brunello Robertetti che annuncia «ora diche un poèsia».

Il finale della donzelletta vien da Kyjiv, o comunque s’intitoli quest’amenità in versi liberi, fa così: «Tant’è,/ la parentesi in effetti/ appena la apri devi chiuderla, e basta./ Così per i bunker./ Appena entri, vuoi solo uscire». (Forse è la risposta che dovrei usare coi lettori che m’accusano d’eccesso di parentetiche. O forse basta minacciarli: se non la piantate vi mando in cantina con Massini).

Gli introiti del monologo, quaranta minuti chiusi da una canzone di Piero Pelù (mai fu più tradita e rimpianta la promessa che il suo nome fosse mai più), saranno devoluti all’ospedale pediatrico di Kyjiv, giacché la beneficenza è la copertura ideale di qualunque puttanata, e ogni benestante medio riflessivo vuole farla ma nessun benestante medio riflessivo vuole farla con soldi propri: venite a vedere il mio ego nel bunker, e io do i soldi vostri ai bisognosi.

Naturalmente, poiché il senso del ridicolo non ce l’ha più nessuno, il sindaco Nardella è entusiasta: «Un gesto di forte presenza e di solidarietà da parte della nostra città». Speriamo che i turisti, stufi delle escape room, optino per il bunker equo e solidale.

Pare che dopo le prime repliche a declamare poesie in cantina non sarà più Massini, ma altri «personaggi della società civile, intellettuali». Vorrei tantissimo sapere i nomi di chi ha accettato, ma soprattutto con quali frasi ha rifiutato chi ha rifiutato. Chi ha, ohibò, declinato l’irresistibile proposta di fingersi in guerra per quaranta minuti, da un’idea di Stefano Massini.

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