La querelle su fascismo e antifascismo accompagna sempre più stancamente la ricorrenza del 25 aprile, dacché a discutere del Ventennio non c’è più nessuno che vi abbia avuto parte o, anche in quota minima, responsabilità da un lato e dall’altro della barricata. Barricata peraltro abbastanza mobile, visto che nel trapasso di regime il congedo dal fascismo e l’approdo all’antifascismo è stato per i più guidato dall’eterno principio evolutivo della politica italiana, il trasformismo. Piazza Venezia si ridislocò a Piazzale Loreto, et voilà.
I tedeschi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, tentarono dolorosamente di elaborare la questione della colpa, cioè di riflettere sulla responsabilità collettiva della tragedia nazista. Gli italiani, semplicemente, si cambiarono di divisa e di colore e riscrissero soggetto e sceneggiatura del fascismo di regime, fino a ridurlo a un incidente di violenza e di follia, di cui tutti, a parte Mussolini e i suoi gerarchi, potevano considerarsi non solo moralmente innocenti, ma politicamente martiri e quindi antifascisti honoris causa.
Se sono morti tutti i fascisti e gli antifascisti pre 25 aprile 1945, non ne rimangono molti neppure tra i protagonisti della classe dirigente politica che si formò negli anni immediatamente successivi, in cui nella destra fascista il reducismo post-combattentistico e nella sinistra social-comunista quello post-resistenziale scrissero lo spartito di tutte le messe cantate, che da allora si intonano per la ricorrenza della Liberazione.
Però neppure il passaggio generazionale, a quanto pare, ha salvato l’Italia da questa coazione a ripetere, cioè dalla rinnovata esperienza e infinita replicazione di quel trauma originario e fondativo delle identità post-fasciste dei reduci di Salò e post-antifasciste degli adepti del Cremlino sovietico.
Infatti dopo quasi ottant’anni a impersonare questo scontro e a trasformare in una oscena baracconata la discussione sul ’900 politico italiano sono da una parte il commediante della democrazia in camicia nera e collezionista di cimeli mussoliniani, messo a presiedere il Senato per far capire chi comanda, e dall’altra parte il prete cossuttiano e tartufo pacifista che presiede l’Associazione nazionale partigiani italiani biascicando i paternostri anti-Nato e anti-americani dei Partigiani della Pace anni ’50.
La Resistenza fu un movimento militarmente minoritario, in un Italia che senza intervento alleato non si sarebbe liberata né allora, né mai e in essa ebbero parte importante le minoranze democratiche e liberali. La retorica del 25 aprile permanente, del fascismo sempre in agguato e anticristicamente camuffato in vesti democratiche, fu invece interamente egemonizzato dalla minoranza social-comunista, per cui fascisti non erano solo Arturo Michelini e Giorgio Almirante, ma anche Giuseppe Saragat, Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone.
Siamo ancora lì e la reviviscenza di un post-fascismo risentito e a petto in fuori, che usurpa le memoria della lotta anti-comunista – un fenomeno occidentale e “amerikano” a cui fascisti e post-fascisti furono sempre oppositori – non rende meno ridicolo un anti-fascismo da dopoguerra, che non individua nel fascismo uno dei germogli della malapianta autoritaria e totalitaria, di cui pure il comunismo fu espressione, ma il male assoluto che non fu, non perché non sia stato una tirannide vergognosa e orrenda, ma perché non era affatto absolutus, cioè sciolto da legami di parentela ideologica con altre forme di reazione anti-democratica, di cui il ’900 è stato un incubatore prolifico e mefitico.
In questo scontro non è possibile costruire alcuna memoria condivisa, non solo perché esso perpetua una divisione inguaribile e necessaria, ma anche e soprattutto perché vi domina una – questa sì, comune – cattiva coscienza collettiva.
Il fascismo nostalgico e l’antifascismo liturgico sono stati due modi uguali e contrari per non fare i conti col fatto che nella storia politica italiana il pregiudizio anti-liberale e il sospetto verso le “demoplutocrazie” borghesi è stato socialmente diffuso e culturalmente egemonico, anche nella Prima Repubblica, che pure aveva messo elettoralmente ai margini le opposte manifestazioni dell’oltranzismo fascista e anti-fascista. Invece la Seconda, nata appunto dalla tabula rasa della Prima, ha paradossalmente resuscitato, man mano che ci si allontanava nel tempo dagli eventi, lo spettro dell’alternativa fascisti-comunisti.
E si arriva così a un 25 aprile in cui la destra non riesce a pronunciare parole di verità su nulla, ma arriva a rubare le reliquie della resistenza altrui, come Jan Palach, per darsi un tono e una verginità e la sinistra antifascista organizza piazze di resistenza contro tutti i fascismi del mondo, ma bandendo e infamando di cupidigia bellicista la resistenza dell’Ucraina contro l’ultimo e unico fascismo planetario.
Eccovi servito, per l’ennesima volta, il festival del 25 aprile sbagliato.