Altro che vernice lavabileIl vero impatto della crisi climatica sui monumenti e le armi di distrazione di massa

Il 23,3 per cento dei nostri beni culturali è minacciato dalle alluvioni, sempre più intense e frequenti per via dei cambiamenti climatici causati dall’uomo. Nel frattempo, il governo cerca di mascherare la sua inazione climatica con un disegno di legge che puzza di minaccia

LaPresse

Mentre il governo approva disegni di legge ad hoc contro gli attivisti ambientali e la loro vernice lavabile, gli effetti della crisi climatica continuano violentemente a colpire il patrimonio culturale del nostro Paese. Il dibattito sulla crisi climatica rischia di impantanarsi nelle pene e nelle sanzioni contro ragazze e ragazzi protagonisti di azioni dimostrative (e non violente), ma è necessario tornare alla realtà. 

Una realtà che, secondo i dati Ispra del 2021 elaborati da Openpolis, mostra 49.903 beni culturali italiani esposti al pericolo idraulico dovuto alle alluvioni. Parliamo del 23,3 per cento sul totale, senza contare tutto il patrimonio storico e artistico deteriorato dai fenomeni franosi e dall’inquinamento atmosferico. La percentuale riguarda i beni culturali nelle zone a “pericolosità idraulica bassa”. Per quanto concerne le zone “a rischio elevato”, invece, siamo attorno al 7,5 per cento sul totale. 

Alluvioni, cambiamento climatico e consumo di suolo
Le alluvioni – sempre più frequenti, violente e durature – sono anche il risultato dei motivi contro cui manifestano i giovani attivisti: l’inazione climatica e l’uso spropositato dei combustibili fossili. Non bastano le dita di due mani per contare gli studi in grado di confermare il nesso tra i cambiamenti climatici (causati dall’uomo) e la gravità di questi eventi estremi. 

L’ultimo, pubblicato su Nature water nel marzo 2023, recita: «L’alterazione del ciclo dell’acqua, in particolare dei suoi estremi (siccità e piogge), sarà una delle conseguenze più evidenti del cambiamento climatico. L’intensità totale degli eventi estremi è risultata fortemente correlata alla temperatura media globale e suggerisce che il continuo riscaldamento del pianeta causerà siccità e piogge più frequenti, più gravi, più lunghe e/o più intense». 

Uno degli autori della ricerca è Matthew Rodell, vicedirettore del dipartimento di Scienze della terra per l’idrosfera, la biosfera e la geofisica del Goddard space flight center della Nasa, che ammette: «Mi ha sorpreso vedere quanto l’intensità globale di questi fenomeni fosse ben correlata con le temperature medie globali».

Alle conseguenze della crisi climatica si aggiungono tutti i problemi del nostro Paese a livello di dissesto idrogeologico e di cementificazione sfrenata. Nel 2021, la realizzazione delle coperture artificiali in Italia ha sfiorato il valore di settanta chilometri quadrati: significa che consumiamo circa due metri quadrati di suolo al secondo. 

È il triste esito delle azioni politiche che non stanno mettendo, e non metteranno, il nostro territorio nelle condizioni di reagire al cambiamento climatico. In questo contesto, il patrimonio culturale del primo Paese per numero di siti Unesco risulta più fragile che mai. Scatenarsi contro la vernice degli attivisti (con cui si può essere d’accordo o meno) è più facile che puntare il dito contro un sistema che non accenna a cambiare. Ecco perché il disegno di legge approvato l’11 aprile (prevede sanzioni da diecimila a quarantamila euro per chi imbratta i beni culturali e sessantamila per chi li distrugge) è un’arma di distrazione di massa. Oltretutto, esistono già norme simili. Così come esiste, da circa un anno, un reato per punire chi imbratta le opere d’arte. 

I territori più a rischio
Secondo Ispra, che ha incrociato i dati di Vincoli in Rete, la Regione più esposta è l’Emilia-Romagna: oltre il sessantacinque per cento del suo patrimonio culturale è minacciato dalle alluvioni. A Ferrara, ricorda Openpolis, tutti i monumenti sono a rischio alluvione, mentre a Reggio Emilia il 93,3 per cento. Veneto, Liguria e Calabria, invece, sono le Regioni con il maggior numero di beni culturali “a rischio idraulico elevato” (sedici-venti per cento). 

In numeri assoluti, la città più minacciata è – senza troppe sorprese – Venezia, con 3.357 beni culturali a rischio alluvione. Sono tristemente indimenticabili le immagini delle piogge che, nel 2019, allagarono la Basilica di San Marco con circa centoventi centimetri d’acqua che raggiunsero l’atrio tra la facciata esterna e le navate (il nartece). Un evento che, tra le altre cose, danneggiò i marmi sostituiti dopo l’alluvione nel 2018. 

Dopo Venezia troviamo Firenze, Genova, Roma, Trieste e Bologna. La Provincia di Venezia è prima anche per presenza di beni esposti a rischio idraulico elevato. Completano il podio le Province di Pisa, Savona e Pordenone. 

Roma, quarta nella classifica presentata poco fa, merita una menzione a parte. «Relativamente alle alluvioni, nel Comune di Roma i beni culturali immobili esposti a rischio idraulico con tempo di ritorno fino a cinquecento anni sono 2.204, e l’area inondata comprenderebbe anche il centro storico (piazza Navona, piazza del Popolo, Pantheon). Il degrado dei materiali esposti all’aperto ha subito un’accelerazione. In generale è stato registrato un incremento della velocità con cui alcuni processi, coinvolti nel degrado, evolvono nel tempo», scrivevano nel 2015 l’Ispra e l’Iscr (Istituto superiore per la conservazione e il restauro). L’allarme, insomma, non è una novità, ma l’immobilismo regna sovrano. 

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