Time OutIl duplice suicidio dei riformisti e la lunga nottata da passare

I principali dirigenti di un’area fino a pochi anni fa largamente egemone a sinistra si ritrovano oggi divisi tra un partito concentrato esclusivamente in una battaglia identitaria e due movimenti personali persi in un delirio di tatticismi incrociati

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Nel giro di appena un paio di mesi i riformisti si sono suicidati due volte, ovunque fossero collocati: prima nel Partito democratico e poi nel Terzo Polo. I riformisti del Pd hanno perso senza combattere, anzi proprio per la loro storica renitenza a qualsiasi battaglia politica e culturale, un congresso praticamente già vinto (le ragioni le ho già spiegate qui, quindi non le ripeto); i riformisti-liberaldemocratici del cosiddetto Terzo Polo, parlandone da vivo, hanno combattuto fino allo sfinimento praticamente contro tutto e tutti, e alla fine si sono azzannati a morte tra loro (e anche di questo mi pare non ci sia più bisogno di fornire dimostrazioni).

I principali dirigenti di un’area riformista fino a pochi anni fa largamente egemone a sinistra, e per qualche breve momento, apparentemente, persino nel paese, si ritrovano oggi divisi tra un partito, il Pd di Elly Schlein, che appare concentrato esclusivamente in una battaglia identitaria, di retroguardia, dando l’impressione di non porsi più nemmeno il problema di come costituire un’alternativa di governo, e due movimenti personali, Azione e Italia viva, che al contrario sembrano aver perso, ammesso che ce l’abbiano mai avuto, qualunque ancoraggio identitario e ideale, in un delirio di tatticismi incrociati.

Il fatto che le prossime elezioni siano previste tra un anno e siano elezioni europee, con sistema proporzionale, non fa che rendere più evidente l’enorme spazio politico rimasto incustodito. Quello che generalmente, e ottimisticamente, si usa chiamare sui giornali «una prateria», ma che in questo caso temo sarebbe più corretto definire una voragine.

Colmarla non sarà facile. E tanto meno aggirarla: ovunque lo sconsolato elettore riformista volga lo sguardo, i detriti di troppi personalismi e troppi machiavellismi ingombrano la strada. In un dibattito pubblico sempre più avvelenato da contrapposte demagogie, continuare a sostenere alcuni principi elementari, a cominciare dal principio di non contraddizione, sarà compito sempre più ingrato.

Ma non ci sono molte alternative, almeno per chi non voglia rassegnarsi a un’Italia rappresentata da cinquanta sfumature di populismo, in cui persino il giornale chiamato il Riformista, dopo avere aperto la sua prima pagina con l’indimenticabile titolo «Il dovere della resa» (all’indomani dell’invasione dell’Ucraina), avrà come direttore responsabile un ex deputato di Forza Italia che si definisce tuttora un «Berlusconi boy» ed è un dichiarato ammiratore di Donald Trump e Rudolph Giuliani, per scelta di quello stesso Renzi che si vanta di parlare solo con Bill Clinton e Barack Obama (almeno quando non vuole parlare con Calenda, a quanto dice Calenda).

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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