Riformatori coraggiosiQuattro modeste proposte agli innovatori europei per le elezioni del 2024

Accantonare il metodo inefficace degli Spitzenkandidaten, unificare le presidenze di Commissione e del Consiglio europeo e altre idee per favorire il miglioramento delle istituzioni europee e limitare i pesanti vincoli degli Stati nazionali

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La strada verso le elezioni europee nel 2024 sembra ancora lunga ma manca invece meno di un anno alla fine della nona legislatura europea iniziata nel 2019 all’insegna del Patto Verde (European Green Deal) e segnata poi dalla pandemia e dall’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina. 

La data dell’apertura delle urne europee non è stata ancora fissata dal Consiglio ma i governi hanno già fatto sapere che è loro intenzione ignorare le proposte del Parlamento europeo sulla composizione della prossima assemblea, sulle liste transnazionali, sul diritto di elettorato attivo esteso ai sedicenni, sul rispetto dell’equilibrio di genere e su un accordo interistituzionale relativo al metodo per la scelta del candidato alla presidenza della Commissione europea (Spitzenkandidat) che fu suggerito dall’allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz nella errata convinzione che il Partito socialista europeo sarebbe stato nel 2014 il partito europeo di maggioranza relativa.

Qua e là tuttavia si sono già avviate delle discussioni sulle eventuali alleanze elettorali come è apparso recentemente nella fine del cosiddetto Terzo Polo in Italia, discussioni iniziate con gli incontri romani del capo gruppo del PPE al Parlamento europeo e presidente del partito Manfred Weber e la leader del Partito europeo dei conservatori Giorgia Meloni sull’ipotesi di una coalizione di centro-destra sul modello dei governi italiano e svedese che indichi come Spitzenkandidatin Roberta Metsola – un modello che potrebbe essere replicato in Finlandia dopo le recenti elezioni legislative – con l’obiettivo di annullare la “grande coalizione” fra PPE e S&D che ha caratterizzato lo scenario politico nel Parlamento europeo dal 1979 in poi e il rapporto di fiducia fra l’assemblea e la Commissione europea.

Poiché la composizione della Commissione europea è stata fondata sulle maggioranze politiche nazionali che appartengono ai popolari, ai socialdemocratici e ai liberali ma anche ai verdi e ai conservatori, dalla lista dei commissari non sono stati finora esclusi gli esponenti dei cinque gruppi principali nel Parlamento europeo e cioè i popolari, i socialdemocratici, i liberali, i verdi e i conservatori e nemmeno un commissario ungherese suggerito dal governo di Viktor Orban anche se il suo partito non fa più parte di un gruppo europeo.

Come molti ricordano, Ursula von der Leyen – scelta dal Consiglio europeo perché i gruppi politici del Parlamento europeo non avevano raggiunto un accordo sul nome di Manfred Weber che era stato candidato dal PPE con il metodo degli Spitztenkandidaten – era stata eletta dall’assemblea nel luglio del 2019 con una risicata maggiorata di nove voti e con molte astensioni anche fra i socialisti e i liberali ma la sua Commissione aveva invece ottenuto nel novembre successivo una più ampia maggioranza in quella che fu definita la coalizione Ursula con il sostegno dei popolari, dei socialdemocratici con l’eccezione dei socialisti francesi, dei liberali e degli eletti del Movimento 5 Stelle ma con il voto contrario della Lega insieme al Rassemblement national e di Fratelli d’Italia insieme al gruppo dei conservatori e l’astensione dei Verdi e di parte delle sinistre.

La nuova Commissione adottò un profilo innovatore fondato su quattro priorità: il Patto Verde, il salario minimo, la parità di genere e la transizione digitale, un profilo non totalmente in linea con la Agenda Strategica approvata dal Consiglio europeo subito dopo le elezioni europee nel giugno 2019.

Il Trattato di Lisbona non prevede che i singoli commissari vengano suggeriti da ciascun governo nazionale («le scelte dei commissari si effettuano sulla base dei suggerimenti degli Stati membri»).

Se, per avventura, il PPE scegliesse la via della coalizione di centro-destra suggerita da Manfred Weber a Giorgia Meloni, abbandonando il metodo dell’accordo fra popolari e socialdemocratici e scegliendo come top-candidate alla presidenza della Commissione la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, questa via si scontrerebbe con l’ostacolo pressoché insormontabile dei candidati-commissari suggeriti da governi a guida socialdemocratica o liberale.

La via di Manfred Weber e Giorgia Meloni si scontrerebbe inoltre con i dissensi interni al PPE di quei partiti di ispirazione europeista (o, per dirla in italiano, “degasperiana”) che non potranno accettare un accordo con i sovranisti del Partito Conservatore soprattutto dopo il proclama nazionalista di Heidelberg del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e che temono che la eventuale candidatura di centro-destra di Roberta Metsola aprirebbe la strada nel Consiglio europeo alla scelta di un presidente della Commissione al di fuori del PPE dopo venti anni di presidenze popolari (Barroso-Juncker-Von der Leyen).

Dal punto di vista del campo innovatore, appare innanzitutto interessante il dibattito che sta emergendo in Francia fra gli (ex-) alleati della lista NUPES – che sostenne la candidatura di Jean-Luc Mélenchon alle presidenziali del 2022 – dove verdi, socialisti e comunisti hanno escluso l’ipotesi di una lista unica alle europee con La France Insoumise per ragioni europee e non nazionali preferendo salvaguardare la loro identità politica europea.

Il campo innovatore – a cui appartengono i socialdemocratici, i liberali ed i verdi che governano insieme in Germania, Belgio e Lussemburgo ma che potrebbe aprirsi ai popolari contrari a un accordo di centro-destra e alla sinistra europeista – dovrebbe promuovere una comune azione politica per superare l’ostacolo di un sistema europeo imposto all’unanimità dal Consiglio europeo – in contrasto con il testo originario del Trattato di Lisbona e del trattato-costituzionale che prevedeva un collegio di diciotto membri – in cui si è stabilito che il collegio sia composto da un commissario per paese e che la lista dei membri della Commissione sia adottata dal Consiglio «di comune accordo con il presidente eletto» della Commissione.

Si inserisce qui la tortuosa procedura nel trattato di Lisbona per quanto riguarda l’elezione del presidente della Commissione e l’insediamento dell’intero collegio.

Il presidente della Commissione europea è proposto a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo al Parlamento europeo «tenendo conto delle elezioni europee» con una procedura a cui si aggiunge una dichiarazione allegata al Trattato secondo cui il Parlamento europeo e il Consiglio europeo «hanno una responsabilità comune nel processo che deve condurre all’elezione del presidente della Commissione» con modalità che avrebbero dovuto essere precisate in un accordo interistituzionale che non è mai stato concluso fra le due istituzioni.

La lista dell’intero collegio è invece adottata – come abbiamo detto più sopra – dal Consiglio sapendo che il Parlamento europeo deve poi approvarla con un voto di fiducia, che uno o più candidati della lista potrebbero essere respinti dall’assemblea in base al regolamento del Parlamento europeo dopo essere stati ascoltati dalle commissioni competenti per il portafoglio che verrebbe assegnato al candidato, che in caso di una decisione negativa dell’assemblea il Consiglio dovrebbe scegliere un nuovo candidato o insistere sul candidato prescelto rischiando un voto di sfiducia dell’intero collegio da parte della assemblea e che alla fine il Consiglio europeo è nuovamente chiamato ad esprimersi per nominare la Commissione a maggioranza qualificata.

Essendo consapevoli che, in mancanza di un accordo interistituzionale fra il Consiglio europeo e il Parlamento europeo sulla selezione di un candidato alla presidenza della Commissione, i capi di Stato o di governo agiranno dopo le elezioni europee per mantenere nelle loro mani la prerogativa di proporre alla assemblea il nome per la funzione di presidente, il campo innovatore dovrebbe a nostro avviso:

  • accantonare il metodo inefficace degli Spitzenkandidaten proponendo invece di unificare le presidenze della Commissione europea e del Consiglio europeo, secondo un principio consentito dal Trattato di Lisbona, attraverso la consultazione fra i gruppi politici del nuovo Parlamento ed il Consiglio europeo come è stabilito dalla dichiarazione n., 11 allegata al trattato per mettere fine alla ventennale egemonia dei popolari sulla presidenza della Commissione europea,
  • decidere di candidare alle elezioni europee in tutti i paesi membri singole personalità «in ragione della loro competenza, del loro impegno europeo e della loro indipendenza» destinate ad essere scelte in una rosa di nomi nella lista dei membri della futura Commissione europea; 
  • elaborare gli elementi di un programma comune a cui dovrà conformarsi la nuova Commissione europea fondato sull’obiettivo di federare le competenze nei settori necessari ad assicurare beni pubblici a dimensione europea, di rafforzare la democrazia e il bilancio europei, di promuovere una politica migratoria per un’Europa che accoglie, di sviluppare una politica fiscale equa, di avviare un piano di cooperazione con il continente africano, di invertire la rotta della politica estera e della sicurezza verso la pace e il rispetto del diritto internazionale, 
  • aprire una fase costituente per andare al di là del Trattato di Lisbona, attribuendo questa missione al Parlamento europeo eletto in collaborazione con i parlamenti nazionali e suggerendo la convocazione di assise interparlamentari come quelle che ebbero luogo a Roma nel novembre 1990 alla vigilia del Trattato di Maastricht affiancate da forme di democrazia partecipativa ispirate al metodo della Conferenza sul futuro dell’Europa.

Su questa base il campo innovatore dovrebbe fare appello alle organizzazioni rappresentative della società civile affinché sostengano nella campagna elettorale europea i partiti che avranno condiviso il programma comune affinché questo campo possa conquistare la maggioranza assoluta nella nuova assemblea e condizionare con il voto dei suoi eletti l’agenda e la composizione della Commissione europea.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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