Normale ingiustiziaIl caso Tortora non è una anomalia, ma il vero volto della giustizia italiana

Al di là delle strumentalizzazioni politiche, la vicenda del celebre conduttore televisivo non è da considerarsi un’eccezione, ma il sintomo delle problematiche storiche del sistema giudiziario di questo paese

Il cosiddetto “caso Tortora” non è mai stato famigerato per quel che fu, cioè il trionfo di un’idea e di una pratica della giurisdizione tutt’altro che minoritarie e desuete, ma per quel che non fu mai: l’episodica e tuttavia correggibile aberrazione di un corso giudiziario altrimenti retto e consono a un’amministrazione dopotutto sana.

L’assoluzione di Tortora e il quasi unanime riconoscimento della sua innocenza – non senza che in primo grado al “cinico mercante di morte” si appioppassero dieci anni di galera – fu salutato, dopo un vero sabba colpevolista, come un benefico ritorno alla normalità, dopo un momento di increscioso, ma circoscritto, impazzimento del sistema.

Invece, il “caso Tortora” riguardava ed esprimeva proprio la normalità quotidiana della giustizia italiana e della tanto celebrata cultura della giurisdizione che sarebbe posta a garantirne l’affidabilità.

La macellazione civile e processuale di quella “persona perbene” era e continua a essere deplorata appunto perché sacrificava un “gentiluomo”, e la giustizia che infieriva su di lui ha sempre rappresentato e continua a rappresentare nella narrativa corrente la manifestazione di una specie di cattiveria ingiustificata, il raptus imprevedibile in un comportamento solitamente a modo.

La realtà è che il caso Tortora discende come un frutto perfettamente naturale dai lombi della giustizia italiana, ma la versione accreditata – comoda innanzitutto per quella giustizia – è che quella vicenda denunciasse tutt’al più la generazione di una stortura, un’escrescenza malformata recisa infine, per quanto tardivamente, con il riconoscimento dell’innocenza del malcapitato.

Ed è, questa, una versione su cui si accomoda anche certa schiatta “liberale”, l’interfaccia del galantuomismo che ripesca il caso Tortora a dimostrazione del fatto che, insomma, certi abusi bisogna denunciarli, fermo restando che però, sempre insomma, garantismo mica vuol dire farsi prendere in giro dalle zingare che si fanno ingravidare per scampare il gabbio, e perché, insomma al quadrato, certi abusi sono abusi se riguardano le persone perbene, quale Tortora era e fu riconosciuto e non se riguardano le persone permale, i presunti ladri di una “razza” di ladri, i presunti mafiosi con la faccia da mafiosi, i presunti assassini di cui non può presumersi, se non per compromissione o complicità, altra disposizione che al sangue e al delitto.

Il caso Tortora è così diventato a destra la scriminante di un garantismo razzista e classista, la sacra icona periodica del retequattrismo collettivo e del giustizialismo a geometria variabile.

Ma il “vero” caso Tortora è indigesto, per così dire, a destra e a manca, proprio perché esso rappresentò il profilo genuino e duraturo, non quello provvisoriamente trasfigurato dal male, della giustizia di questo Paese.

Un profilo sostanzialmente unitario e trasversale alle destre e alle sinistre pro tempore, tutte convinte che il sistema penale adempia a una specifica funzione sociale e sia, come la guerra, la prosecuzione della politica con altri mezzi. E quindi debba rispettare una logica di guerra: degli amici e dei nemici, dei buoni e dei cattivi.

Il “liberale” che oggi rievoca il caso Tortora mentre abbuona ai propri ranghi l’evocazione della ruspa e il precetto meloniano “garantisti nel processo e giustizialisti nella pena” non fa altro che reiterare quella contraffazione, con Enzo Tortora ucciso da un tragico errore anziché in esecuzione del protocollo del rastrellamento e inquisitorio ben rivendicato prima, durante e dopo il suo sacrificio dalla giustizia di questo Paese.