Ore piccoleLe due riforme necessarie per sperimentare la settimana corta lavorativa

Aumentare la produttività delle aziende italiane e diminuire il costo del lavoro sono passaggi fondamentali per pensare in futuro di poter lavorare solo quattro giorni ogni sette

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In Italia si è risvegliato l’interesse per la “settimana corta” dopo la recente pubblicazione del nuovo report “The Results Are In: The UK’s Four-Day Week Pilot”, basato su uno studio pilota effettuato nel Regno Unito. Questo esperimento prevedeva l’implementazione della settimana lavorativa di quattro giorni, con un massimo di 32 ore di lavoro settimanali, a parità di salario. Si è trattato della prima indagine su così ampia scala, con il coinvolgimento di 2900 lavoratori di 61 aziende differenti. I risultati sembrano chiari: delle 61 aziende che hanno partecipato, 56 (92 per cento) proseguiranno con questa modalità di lavoro, con 18 di queste che la adotteranno in maniera permanente.

La settimana lavorativa di quattro giorni ha portato benefici in termini di produttività delle aziende e soddisfazione dei dipendenti. Lo studio ha infatti riscontrato che nelle aziende interessate la produttività è aumentata o quanto meno rimasta invariata, grazie a una maggiore soddisfazione sul lavoro, a un migliore equilibrio tra lavoro e vita privata e a una riduzione dei livelli di stress. Per esempio, il 39 per cento dei dipendenti intervistati alla fine del periodo di prova ha dichiarato di essere meno stressato. Inoltre, la settimana corta ha avuto un impatto positivo sulla salute mentale, riducendo l’assenteismo e il burnout (il 71 per cento dei dipendenti intervistati ha dichiarato livelli di burnout inferiori alla fine del periodo).

Attenzione, però: le aziende che hanno partecipato a questo studio lo hanno fatto su base volontaria. Come già evidenziato prima da Andrea Garnero e poi da Massimo Taddei, questo potrebbe causare un effetto distorsivo sui risultati Le aziende che si sono offerte volontariamente erano fortemente motivate e già attente al benessere dei loro lavoratori, e perciò più equipaggiate per implementare la settimana corta con successo. I risultati dello studio sono quindi difficilmente generalizzabili, anche perché i modelli implementati, sempre a parità di salario, sono stati molteplici, lasciando molta flessibilità alle aziende nell’organizzazione del lavoro (settimana di quattro giorni, a turni sfalsati, decentralizzato, annualizzato e condizionale).

Dal Regno Unito all’Italia
Per analizzare meglio l’efficacia di questo modello e pensare a una sua attuazione anche in Italia, bisogna interrogarsi su quali aziende hanno preso parte alla ricerca. 49 aziende su 61 (circa l’88 per cento del totale) opera nel settore dei servizi, con un terzo del campione appartenente o al settore marketing/advertising (18 per cento) o al settore professional services (16 per cento). Queste due ultime categorie rappresentano una parte poco significativa delle aziende italiane. Nello studio solo una parte minoritaria (l’11 per cento delle aziende), appartiene al settore manifatturiero o al settore edilizio, che occupano il 30,4 per cento dei lavoratori italiani. Infine, non compare alcuna impresa nei settori del commercio, dell’alloggio e della ristorazione, che in Italia occupano il 29,6 per cento dei lavoratori.

Ciononostante, il campione consiste principalmente in aziende di piccole dimensioni: il 29 per cento ha fino a 10 dipendenti e un ulteriore 37 per cento fino a 25 dipendenti, ammontando al 66 per cento del totale. La presenza di molte aziende di piccole dimensioni è fondamentale per l’estensibilità di questi risultati al panorama italiano, dove le microimprese rappresentano più del 95 per cento del totale delle aziende, a fronte del 90 per cento nel Regno Unito.

Lo scenario in Italia
Osservando i dati Eurostat, sembrerebbe che in Italia i lavoratori dipendenti lavorino relativamente poco: 38,8 ore a settimana. In Europa, soltanto in Germania e nei paesi del Nord si lavora meno. Il quadro però si complica se andiamo a vedere le ore lavorate per settore. In Italia, ad abbassare la media lavorativa sono di fatto i dipendenti pubblici, che tra i Paesi più avanzati sono quelli che lavorano meno. Invece, per quanto riguarda i settori del commercio, dell’industria e della ristorazione, i lavoratori italiani lavorano di più rispetto ai loro omologhi europei. Inoltre, in Italia sono più di 5 milioni i lavoratori autonomi, pari a poco di un quinto del totale e più della media Ue (sebbene in calo del 5,14 per cento nel periodo 2009-2018): questi lavoratori non verrebbero direttamente toccati dall’implementazione della settimana corta nelle aziende italiane.

Un recente report di Bain & Company evidenzia che il 64 per cento dei lavoratori under 35 in Italia si sente sopraffatto o sotto stress, valore che scende al 44 per cento tra gli over 55. In generale, quindi, una riduzione dell’orario lavorativo a parità di salario potrebbe giovare ai lavoratori, anche senza vantaggi evidenti in termini di produttività.

Ma si può fare?
L’ostacolo principale a un’attuazione della settimana corta in Italia resta la necessità di conciliare l’auspicato aumento di produttività con l’aumento del costo del lavoro dovuto all’aumento del salario orario (pagare lo stesso salario per un numero minore di ore significa di fatto pagare un salario orario più alto).

In linea generale, la produttività oraria italiana sembra essere in linea con quella britannica, secondo i dati dell’Ocse. Purtroppo, e questo è un grande limite, nello studio inglese mancano i dati sulla produttività delle aziende partecipanti, sia precedente che successiva all’esperimento. Questo non permette di valutare il punto di partenza dell’azienda e l’effettivo impatto della settimana corta sulla produttività a seconda del settore e delle dimensioni dell’azienda stessa.

Il rapporto tra produttività e costo del lavoro rappresenta l’elemento fondamentale per rendere la settimana corta un’alternativa attraente. Tra fine anni ’90 e inizio 2000, la EU Working Time Directive (EWTD) ha portato a un obbligo di riduzione delle ore lavorate per tutti gli stati membri dell’Unione. L’Ocse ne ha studiato gli effetti notando che questa non ha portato a una diminuzione del salario mensile né a un cambiamento nei livelli occupazionali. Ci sono due possibili spiegazioni: l’aumento della produttività delle aziende potrebbe essere stato tale da sopperire ai maggiori costi e/o la forte posizione economica a livello nazionale e a livello di ciclo economico favorevole (come negli anni ’90) potrebbe aver contenuto un eventuale aumento della disoccupazione. Tuttavia, entrambe queste strade sembrano difficilmente percorribili allo stato attuale, rendendo difficile l’attuazione di una settimana corta su vasta scala.

Conclusione
Alla luce dell’attuale situazione italiana, appare evidente che la sperimentazione della settimana corta possa essere avviata soltanto a fronte della realizzazione di alcune riforme per aumentare la produttività delle aziende italiane e ridurre il costo del lavoro. A causa della disparità tra le aziende in termini di settore e dimensione, la settimana corta non sembra una proposta ragionevole per ogni categoria e quindi non è auspicabile, al momento, la realizzazione di un programma nazionale. Tuttavia, un ruolo fondamentale per rendere la settimana corta efficace può essere ricoperto dalle contrattazioni tra sindacati e aziende, garantendo flessibilità nella riorganizzazione del lavoro e permettendo di ritornare agilmente a una settimana lavorativa normale in caso di necessità.

Per questo motivo, crediamo che alcune proposte di trattative aziendali sperimentali, con la riduzione di un quinto dell’orario lavorativo e con un suo attento monitoraggio, procedano nella direzione giusta per la sperimentazione della settimana corta anche in Italia.

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