
Scarpe, giacche, prosecco, barolo, parmigiano. È questo il Made in Italy cui il Governo ha dedicato un ministero, quello dello Sviluppo economico, e cui forse vorrebbe dedicare anche un liceo, è questo quello che oggi per molti è in pericolo davanti all’introduzione degli insetti e della carne sintetica in cucina? Per moltissimi, anche nelle classi dirigenti, sì. Siamo un Paese che produce ed esporta cibo e moda di eccellente qualità, che vive o almeno che dovrebbe vivere di questo. La narrazione interna e spesso estera (molti stranieri ci vedono così, del resto), ci dice ciò.Eppure, come spesso accade, la realtà è un’altra.
Nel 2021 secondo l’Ice e l’Istat il vasto settore dei macchinari e apparecchi Nca (non codificati altrove) è responsabile da solo di tutto il saldo commerciale positivo italiano. Si tratta di più di 49 miliardi di euro di differenza tra vendite e acquisti di turbine, pompe e compressori, valvole, apparecchi di sollevamento, utensili, macchinari per l’agricoltura e la viticoltura, ma soprattutto per l’industria. Sono beni venduti quasi solo nel circuito B2B, ad altre aziende, è un mercato quindi ovviamente meno visibile per il grande pubblico, ma vitale per la nostra economia, anche perché il saldo arriva al 41,6 per cento dell’interscambio totale del settore.
Ad alimentare l’attivo della bilancia commerciale, poi, vi sono anche tutti gli altri prodotti dell’industria manifatturiera, gli articoli in gomma e plastica, i mezzi di trasporto. Nel complesso questi assieme ai macchinari valgono molto più dei 26 miliardi di saldo generati dai prodotti tessili e alimentari.

Anche guardando alle sole esportazioni, sono altri i settori che trainano il saldo positivo: l’industria chimica e automobilistica, quella della plastica e dei metalli, la farmaceutica. Tessile e abbigliamento, cibo e vino insieme arrivano a poco più del 20 per cento di tutto l’export.

Del resto proprio la farmaceutica, per esempio, è il settore che presenta le migliori ragioni di scambio, perlomeno in confronto con il 2015 +17,2 per cento. Si tratta della misura di quanto i prezzi dei prodotti che esportiamo siano maggiori di quelli che importiamo, in un parola della competitività. Dopo viene il tessile e l’abbigliamento, che in questo si distingue dal food, dove invece le ragioni di scambio sono in calo, al di sotto del livello raggiunto a metà dell’ultimo decennio. Molto male anche i mezzi di trasporto, al contrario dei macchinari e apparecchi Nca.

Quest’ultimo settore si conferma la colonna del nostro commercio estero. Eppure il suo saldo normalizzato, ovvero in rapporto all’interscambio, seppure largamente positivo, è in calo da diverso tempo: superava il 50% fino al 2014 e nel 2021 era sceso al 41,6 per cento. Al contrario cresce quello del settore food, ma si tratta soprattutto dell’effetto di una maggiore domanda estera più che di un incremento della competitività del settore, che non aumenta, come si è visto.
Il problema inverso incontra il segmento, poco sviluppato in Italia, dell’ICT, computer, apparecchi elettronici, ecc. Gode di una ragione di scambio in crescita, eppure il deficit di bilancia commerciale è sempre molto largo. E dire che batte tutti a livello di incremento della profittabilità, ovvero di rapporto tra prezzi dei prodotti venduti all’estero e di quelli venduti sul mercato interno.

In sei anni questo indice è aumentato di più del 10 per cento proprio nell’ambito del settore dei computer, dell’elettronica, degli apparecchi elettro-medicali e della misurazione. Altrove, tranne che per la metallurgia, c’è stato purtroppo un calo.

Se esistesse la tanto invocata politica industriale, se non fosse sostituita da propaganda nazional-popolare (a destra) o richieste a pioggia per ogni soggetto, ogni pensionato, ogni lavoratore (a sinistra), se si potessero stabilire priorità, allora queste sarebbero chiare. Dovremmo essere capaci di incentivare proprio quei settori dove è presente maggiore competitività, dove la capacità delle imprese riesce a spuntare prezzi maggiori e crescenti rispetto a quelli che è possibile imporre in Italia.
Il liceo del Made in Italy dovrebbe insegnare come disegnare valvole, come progettare macchinari che producano motori e altre macchine. Naturalmente scuole del genere ci sono già, anche se sono considerate di serie B.
Parallelamente davanti a questi dati appare ancora più dannosa la narrazione sul Made in Italy fondata solo sulle eccellenze eno-gastronomiche o la moda. E se su quest’ultima può anche esserci un fondamento, perché le ragioni di scambio del nostro settore tessile riescono in effetti a crescere, per quanto riguarda agricoltura e cibo la distorsione del discorso pubblico è veramente eccessiva.
Dobbiamo chiederci se anche in questo ambito così strategico per il nostro futuro, il commercio estero, debbano avere la meglio considerazioni politico-propagandistiche o realmente economiche. Se preferiamo che i segmenti in cui detenere le quote di commercio più grandi debbano rimanere i materiali in terracotta, il cuoio, le pietre tagliate, i prodotti da forno, come se fossimo all’inizio del XX secolo.
