Modello LibiaIl ministro degli Esteri tunisino chiede più fondi e mezzi per gestire i flussi di migranti

La prossima settimana Nabil Ammar sarà a Roma. Le proiezioni di 300mila arrivi di migranti via mare nel 2023 obbligano il governo Meloni a puntare le sue carte migliori sulla Tunisia, da dove arrivano i due terzi degli sbarchi. Anche perché è l’unico Paese con il quale c’è l’unico accordo effettivo sui rimpatri

(La Presse)

«Per gestire i flussi dei migranti clandestini verso l’Europa, la Tunisia sta impiegando tutte le risorse e i mezzi a sua disposizione. Ma questi non sono illimitati, tanto più che stiamo attraversando un periodo di difficoltà per l’economia e le finanze pubbliche. Di più non possiamo fare». Nabil Ammar, ministro degli Esteri tunisino, parla a Repubblica. Persona di fiducia del presidente Kais Saied, aggiunge: «Abbiamo bisogno di finanziamenti e di materiale. La Tunisia ha ricevuto molto meno fondi europei per finanziare questa battaglia di altri Paesi, come la Turchia ma anche l’Italia stessa».

E sbloccare i fondi per la Tunisia ora è proprio la priorità della premier Giorgia Meloni, come è emerso dal vertice tenutosi ieri a Palazzo Chigi. Le proiezioni di 300mila arrivi di migranti via mare nel 2023, confermate dalla direttrice del Dis Elisabetta Belloni, obbligano dunque il governo a puntare le sue carte migliori sulla Tunisia, da dove arrivano i due terzi dei migranti.

Il ministro degli Esteri tunisino è atteso nei prossimi giorni a Roma per un incontro con Antonio Tajani. Anche perché la Tunisia è l’unico Paese con il quale c’è l’unico accordo effettivo sui rimpatri. A fronte di migliaia e migliaia di arrivi, quelli che vengono rispediti indietro sono pochi.

«A emigrare da qui non sono solo i tunisini, la maggior parte provengono dai Paesi subsahariani», spiega Ammar da Tunisi. «La Tunisia è un Paese di passaggio, presa come in una morsa tra il suo Sud e il suo Nord. Abbiamo imbarcazioni e mezzi operativi che sono stati donati dai Paesi europei, Italia compresa, per intercettare questi migranti. Ma non sono sufficienti e in certi casi ormai sono vecchi». I Paesi limitrofi, Italia compresa, «ci inviano delle informazioni sulle imbarcazioni in viaggio e ci dicono: siete voi che dovete intervenire. Ecco, ci prendiamo le nostre responsabilità: noi ci andiamo. E tutto questo ci costa molto finanziariamente».

Soprattutto in una fase in cui la Tunisia rischia il default. Nell’ottobre scorso il Fondo monetario internazionale aveva dato un primo accordo a un prestito da 1,9 miliardi di dollari. Ma il via libera definitivo non è mai arrivato.

«Il Fondo esige certe condizioni», spiega il ministro. «Noi vogliamo riformare il nostro Paese ma non si possono imporre riforme drastiche e da realizzare su un breve periodo. Dobbiamo pensare alla giustizia sociale, altrimenti ci saranno ancora più tunisini che emigreranno clandestinamente. Stiamo negoziando con l‘Fmi».

In attesa della visita a Roma della prossima settimana per incontrare il suo omologo Antonio Tajani, Ammar dice: «Il governo di Giorgia Meloni ci sta sostenendo tantissimo. Ma sia con l’Italia che con l’Europa dobbiamo allargare la cooperazione al di là dei migranti. La Tunisia ha tante potenzialità: creiamo qui e nei Paesi subsahariani le condizioni per uno sviluppo vero. Andiamo al di là della logica: vi diamo i soldi e in cambio voi bloccate la migrazione clandestina». Perché «è un ragionamento riduttivo, a breve termine. Ci danno più soldi per fare la polizia, necessari per rendere più efficace questa battaglia. Ma poi, domani che facciamo? L’Italia e gli altri Paesi ci dicono: vi aiuteremo nell’immigrazione legale. Ma svuotare la Tunisia delle sue competenze, di medici, ingegneri e tecnici non è la soluzione. Queste persone possono andare all’estero, arricchire la loro esperienza ma poi bisogna dare loro le occasioni di ritornare».

E dopo le parole dure di Saied contro i migranti subsahariani clandestini presenti in Tunisia, Ammar difende il governo di Tunisi: «In realtà siamo stati l’oggetto di una macchina mediatica coordinata tra diversi interlocutori, per lo più stranieri. La Tunisia non è un Paese razzista. E il nostro presidente è un vero umanista».

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