Freno agli investimentiLa proprietà intellettuale dei farmaci e i rischi dello Stato imprenditore post-Covid

La Commissione europea vorrebbe introdurre, come già hanno fatto alcuni Stati membri, un meccanismo di licenza obbligatoria per la produzione di medicinali durante le emergenze sanitarie. Una scelta ideologica che presenta diverse criticità. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

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La Commissione europea sarebbe pronta a introdurre un meccanismo di licenza obbligatoria per la produzione di farmaci e vaccini durante le emergenze sanitarie. In tal modo, l’esecutivo europeo potrebbe costringere i titolari dei brevetti a condividere gratuitamente la loro proprietà intellettuale con altri soggetti. L’obiettivo è accelerare la produzione dei medicinali necessari. Si tratta di una mossa pericolosa sul piano giuridico e, nella sostanza, molto probabilmente di scarso impatto. Come tale va giudicata non sul merito, ma nella sua dimensione politica. Vediamo perché.

Diversi Stati membri dell’Unione europea già dispongono, o hanno preso in considerazione, simili misure. Altri Paesi se ne sono dotati per tempo: per esempio, durante il Covid Israele utilizzò tale potere per aumentare le disponibilità di un farmaco anti-Aids che si credeva avrebbe potuto contrastare anche il Coronavirus. Semmai l’esperienza della pandemia suggerisce che le competenze dell’industria farmaceutica, proprio perché sono estremamente specialistiche, possono difficilmente essere condivise. Moderna ha messo a disposizione i brevetti legati al suo vaccino a Rna messaggero, ma pochi si sono fatti avanti, perché per fabbricarlo servono capitale fisico e umano che non spuntano sugli alberi.

Oltre tutto, se siamo riusciti, nel giro di pochi mesi, a sviluppare vaccini innovativi e tremendamente efficaci e somministrarne miliardi di dosi in tutto il mondo, è proprio perché l’industria è già bene organizzata. Per spingerla serviva, come è stato fatto nel 2020 e 2021, accelerare radicalmente i processi autorizzativi in Europa e negli Stati Uniti (oltre, naturalmente, ai cospicui finanziamenti che hanno consentito alle imprese di investire in tecnologie innovative riducendo drasticamente i rischi).

C’è, nella storia dell’economia, una tradizione molto critica nei confronti del regime della proprietà intellettuale, che è imperfetto come tutte le cose. Si può cambiare e riformare ma ciò che non si può (o quanto meno non si dovrebbe) fare è mettere a mano ad aspetti specifici con l’obiettivo di sventolare una bandiera nel derby tra Stato e mercato. Si comprende perfettamente la matrice ideologica della proposta: ma se bisogna esercitarsi in manovre simboliche, con effetti potenzialmente significativi sulla propensione delle imprese a investire e rischiare nello sviluppo di nuovi farmaci, allora è meglio scegliere un altro campo da gioco.