Cartellone elettoraleMeloni fa propaganda sul decreto lavoro, ma potrebbe bastare per le Europee

Il taglio al cuneo fiscale si tradurrà in piccoli aumenti non strutturali in busta paga. Il minimo indispensabile per attutire la perdita di consenso in vista del voto dell’anno prossimo

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Al di là del fatto estetico, il video tipo “Shining” di Giorgia Meloni è il punto più basso della propaganda di Palazzo Chigi. Perché poggia tutto su una serie di bugie: che sarebbe il taglio più rilevante della storia quando così non è, che si tratterà di cento euro mentre saranno molti di meno. Come ha calcolato Luigi Marattin il governo Renzi stanziò una cifra più di cinque volte superiore a quella del governo Meloni, e quello Draghi due volte e mezzo superiore. Di solito sono i regimi a far politica sulle bugie, in democrazia si tollera al massimo la propaganda.

Ma la questione vera è se questa roba funzioni. Facciamola semplice. Quando – non tutti ma una bella porzione – i lavoratori dipendenti si troveranno a luglio 40-50-60 euro in busta paga magari si irriteranno per essere stati presi in giro («ma non erano cento euro?») e però – diranno – è meglio di niente.

La sinistra sbaglierebbe a sottovalutare le ansie di tanti lavoratori alla ricerca di come soddisfare bisogni fondamentali anche grazie a pochi euro in tasca in più, ed è inutile fare i sofisti su una misura che non è strutturale e insufficiente a compensare la perdita di salario reale derivante dall’inflazione. Tutte critiche motivate. E però attenzione al consenso facile che il governo Meloni punta ad assicurarsi nella seconda metà dell’anno, con un occhio – è il vero piano dell’esecutivo – a prorogare questo cosiddetto taglio del cuneo fiscale per tutta la prima parte del 2024, ovvero fino alle elezioni europee.

Il governo spera di trovare le risorse così come le ha trovate per la misura contenuta nel decreto del Primo maggio, anche perché non sembrano cifre astronomiche. Secondo Pagella politica, che ha smascherato tutte le bugie di Meloni formato “Shining” – se il governo volesse prorogare il bonus a tutto l’anno prossimo avrebbe bisogno di oltre dieci miliardi di euro. C’è chi parla di cifre inferiori. Ma a lei interessa la prima parte dell’anno, poi si vedrà. Perché si tratta di arrivare alle europee, primo vero grande banco di prova per il governo, avendo rimpinguato le buste paga di – a occhio – almeno la metà dei pubblici dipendenti, un’arma che Palazzo Chigi vuole brandire per chiudere la partita della legislatura o quasi.

Fratelli d’Italia non può perdere il primo posto e tutto fa brodo. Ricorda qualcosa tutto questo? Certamente gli ottanta euro del governo Renzi erano «per sempre», cioè si trattava di un intervento strutturale, ed era costruito in modo diverso grazie a una detrazione di circa novecentosessanta euro l’anno. Ma se gli ottanta euro certo non furono il motivo del trionfo del Partito democratico renziano alle europee del 2014, certo è indubbio che ebbero un effetto forte sul voto.

La presidente del Consiglio vuole evidentemente seguire la stessa strada. Lo aveva anticipato Francesco Verderami sul Corriere della Sera, il 14 aprile, riferendo di una «sorpresa» che il governo aveva in serbo, una «carta coperta» tenuta fuori dal Def, appunto una cosa «simile agli 80 euro di Renzi».

I cinquanta euro di Giorgia dunque come grande carta elettorale, nessuno sa cosa se ne farà in seguito, ma più che sufficiente a compensare il deficit di consenso che potrebbe cadere in testa al governo a causa dalla sostanziale cancellazione del Reddito di cittadinanza, una normativa sulla quale si è preferito fare un gran pasticcio piuttosto che un organico intervento riformatore che avrebbe richiesto più soldi e soprattutto maggiore conoscenza del problema.

Perché alla fine il punto è sempre lo stesso: questo è un governo che al massimo sa elargire ma non riformare, sa mettere toppe ma non cucire un vestito nuovo. Come si vede in chiaro sul Pnrr: ancora non si capisce quali saranno le revisioni del Piano, cosa si potrà fare, cosa non si potrà fare. Ma di fronte a questa incertezza di fondo le risposte sono ancora flebili, non diventano discussione di massa, protesta popolare.

Vedremo come andranno le manifestazioni di maggio dei tre sindacati (la «triplice» no, presidente, lo dicevano i fascisti), la prima sabato prossimo a Bologna, poi a Milano il 13 e a Napoli il 20.

Certo la manifestazione del Primo maggio poteva venir fuori un po’ meglio di un raduno di qualche centinaio di persone sotto gli ombrelli in quel di Potenza, non esattamente un centro nevralgico dello scontro sociale. Così come sarà da vedere la reazione del Partito democratico con Elly Schlein che per fortuna nella sua seconda intervista (alla Stampa) è entrata molto nel merito dei problemi sociali laddove nella prima (a Vogue) aveva inevitabilmente fatto parlare di altre questioni, diciamo così.

Il problema è che la segretaria rischia di apparire un po’ fragile, un po’ sola, il che può dare il senso di una certa fragilità del Partito democratico. È chiaro poi che per combattere il populismo di Meloni occorre pazientemente – pare il senso dell’articolo di Enrico Borghi su Linkiesta – riprendere in mano i discorsi sulla produttività, sullo sviluppo, sulla crescita. Sui nuovi lavori e i nuovi diritti. Dunque vada pure davanti alle fabbriche, Elly Schlein, e non solo lei; se al Nazareno c’è un nuovo gruppo dirigente giovane e volenteroso è arrivata l’ora di battere un colpo. Parlando il linguaggio antipopulista: è il modo migliore per far male ai grandi manipolatori di Palazzo Chigi.

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