Bella addioLa strana sinistra che per delegittimare la resistenza ucraina nega quella italiana

Cosa sarebbe accaduto se a mettere in dubbio il carattere di lotta di liberazione della nostra guerra partigiana fosse stato un esponente di Fratelli d’Italia, anziché un intellettuale progressista, invitato pure sul palco del primo maggio?

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Immaginate cosa sarebbe successo se a pochi giorni dal 25 aprile non dico il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ma un qualunque dirigente di Fratelli d’Italia, fosse stato anche l’assessore al traffico del più sperduto comune della provincia, o magari un giornalista di Libero o un qualsiasi intellettuale di destra, avesse detto in televisione: «Non sono sicuro che quella nostra fosse una guerra di liberazione». Immaginate se lo stesso esponente di Fratelli d’Italia, giornalista di Libero o intellettuale di destra avesse aggiunto con aria furbetta: «Qualche tempo fa sul giornale della mia città, Verona, c’era un articolo che parlava della stazione di Verona bombardata dai tedeschi: il giornalista si era sbagliato perché, ovviamente, è stata bombardata dagli inglesi, non dai tedeschi». Immaginate cosa sarebbe successo se quello stesso esponente di Fratelli d’Italia, giornalista di Libero o intellettuale di destra, dopo avere pronunciato queste parole in televisione, a pochi giorni dal 25 aprile, fosse stato invitato a parlare sul palco del primo maggio, in piazza San Giovanni, magari su pressione di qualche zelante funzionario. Pensateci davvero, soltanto per un attimo.

Potrei scrivere qui non solo i titoli, ma il testo completo di tutti gli editoriali, le interviste e gli appelli di almeno cento giornalisti, attori, storici, politici e politologi, che sarebbero apparsi ovunque un minuto dopo, grondanti sacrosanta indignazione per un simile oltraggio, per una tale profanazione di tutti i più essenziali principi su cui si fonda la Costituzione della Repubblica italiana. Sarebbe venuto giù il mondo.

Quelle testuali parole, però, non le ha dette un esponente di Fratelli d’Italia, né un giornalista di Libero, né un intellettuale di destra. Le ha dette il fisico Carlo Rovelli, fine intellettuale progressista, tra gli ospiti del concerto del primo maggio, nonostante quelle parole le abbia pronunciate solo pochi giorni prima, il 22 aprile, a In Onda, su La7, allo scopo di corroborare il suo argomento contro l’appoggio militare alla resistenza ucraina. Gira e rigira, pur di negare che fosse una guerra di liberazione quella, ha finito per negare che lo fosse persino la nostra. Dovremo dunque cambiare nome alla festa del 25 aprile? Dovremo chiamarla festa del bellicismo ultra-atlantista? Festa del nazionalismo militarista?

Se simili definizioni vi sembrerebbero un insopportabile rovesciamento della verità storica e morale, se vi paiono mistificatorie sul piano fattuale, ripugnanti sul piano etico e inaccettabili sul piano politico, avete perfettamente ragione, ma dovete spiegarlo anche a chi oggi combatte la sua guerra di liberazione contro l’occupazione russa, e simili definizioni se le sente ripetere dalla mattina alla sera. Per di più, da parte di chi, quando si tratta del proprio paese e della propria storia, non esita al contrario a intonare Bella Ciao e a celebrare la resistenza contro l’invasore. Da parte di chi, come Pier Luigi Bersani a Otto e Mezzo il 26 aprile, non esita a dire che non bisogna proprio parlare di vittoria ucraina – guai! – che se lo facciamo «allora proprio non ci capiamo, perché “vincere” è una parola che va tirata via dal tavolo». Perché quello che bisogna fare, secondo Bersani, è un bell’ordine del giorno in Parlamento, sottoscritto insieme da Partito democratico e Movimento 5 stelle (diceva il saggio: la fissazione è peggio della malattia), in cui sia scritto chiaramente che si può negoziare anche con i russi sul territorio ucraino, «lasciando al negoziato quel che le armi non han deciso».

Bisognerebbe andare a dirlo ai sopravvissuti di Bucha, bisognerebbe andare a ripeterlo in tutti i territori liberati dall’ultima controffensiva ucraina, tra le camere di tortura e le fosse comuni. Bisognerebbe dirlo ai fratelli, amici, fidanzati, mogli e mariti di chi ancora si trova nelle zone occupate, in quelle zone in cui rapiscono persino i bambini. O almeno smetterla di fare tanti discorsi ipocriti a casa nostra.

In fondo, i mentecatti che ieri in piazza a Torino hanno bruciato le bandiere degli Stati Uniti, della Nato e dell’Unione europea, delirando contro le responsabilità dell’imperialismo americano in Ucraina (mica contro l’imperialismo russo), mostrano di avere perlomeno una più chiara idea di quali siano gli schieramenti in campo e la posta in gioco. Non si può essere europeisti e al tempo stesso ripetere quello che dicono Viktor Orbán e gli altri pupazzi di Putin. Non si può celebrare la resistenza e la lotta di liberazione in casa nostra e predicare agli altri la resa e l’asservimento, nell’illusione che alla fine il conto non dovremo pagarlo anche noi, come il mondo intero, come sempre.

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