Gli effetti del votoL’esito delle presidenziali allontana la ripresa dei colloqui di pace tra le due comunità cipriote

Per arrivare a una soluzione delle controversie nel Mediterraneo Orientale, che consentirebbe anche di sfruttare al meglio il potenziale energetico della regione, sarà necessario l’intervento di un mediatore esterno

AP/Lapresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 56 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il 2022 è stato un anno particolarmente complesso e impegnativo le cui sfide sembra si protrarranno anche nel 2023. Le minacce che manifestamente incombono su questo 2023 guarito dal Covid sono l’invasione russa dell’Ucraina, la conseguente crisi energetica, la crisi alimentare e l’imminenza di una recessione mondiale. A livello mondiale sono inoltre in atto spostamenti tettonici nel potere geopolitico, quali il declino relativo degli Stati Uniti e l’ascesa relativa della Cina, oltre alla meno relativa ascesa della Russia, con ripercussioni su tutte le regioni del mondo, tra cui, in particolare, il Mediterraneo orientale. Un panorama alquanto deprimente e desolante, nel complesso. Dato questo scenario, mi concentrerò sulla questione di Cipro. Per quanto il quadro, in superficie, appaia desolante, formulerò concrete raccomandazioni politiche su come trasformare il caso disperato di Cipro in un’opportunità e in un fattore scatenante per facilitare la soluzione di altre controversie nel Mediterraneo orientale allargato.

La stagione elettorale: Cipro, Turchia e Grecia
Le presidenziali tenutesi a Cipro nel febbraio di quest’anno non sono state che le prime di una serie di elezioni che riguardano i principali attori della questione cipriota. […] In Turchia e in Grecia i leader sono ricorsi, gli uni contro gli altri, a una retorica esplosiva che ha portato all’acuirsi della tensione tra i due paesi nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale, tensione poi placatasi a seguito del terremoto che il 6 febbraio ha colpito la Turchia. Se adeguatamente pianificata, la stagione post-elettorale potrà comunque offrire alle nazioni una nuova opportunità di cooperazione e di risoluzione dell’ancora irrisolta questione. In chiusura illustrerò che cosa si possa fare in termini di raccomandazioni politiche, ma concentriamoci ora sul significato delle elezioni.

Cipro, una pace lontana
Il vincitore è stato Nicos Christodoulides, che quindi è il nuovo presidente della Repubblica di Cipro nonché il leader/capo negoziatore della comunità greco-cipriota nelle trattative di pace intercomunitarie con i turco-ciprioti, trattative interrottesi a seguito del fallimento dei colloqui di pace per Cipro tenutisi a Crans Montana nell’estate del 2017.

Nella sua campagna elettorale, Christodoulides ha affermato di aver avuto un ruolo determinante nel collasso dei colloqui di pace di Crans Montana, perché pur riconoscendo l’urgenza della soluzione della questione di Cipro, i famosi cinque minuti alla mezzanotte secondo la visione di Guterres, aveva anche constatato come la soluzione prospettata in quella sede prevedesse accordi contrari alla sua filosofia personale, come per esempio il diritto degli attuali utilizzatori di proprietà di decidere, a Cipro, sulla soluzione delle controversie relative ai diritti di proprietà. Christodoulides ha avuto l’appoggio dei cosiddetti partiti e gruppi centristi, lontani dalla soluzione sostenuta dalle Nazioni Unite di una federazione bizonale e bicomunitaria, e del partito di estrema destra ELAM (Alba dorata). Pertanto, Christodoulides non è né probabilmente sarà mai un sostenitore entusiasta della federazione bizonale e bicomunitaria.

Sul versante turco-cipriota (l’altro lato della frattura con le Nazioni Unite), il leader turco-cipriota Ersin Tatar, eletto presidente nel 2020, rifiuta apertamente l’idea di una federazione bizonale e bicomunitaria che dalla fine degli anni Settanta è alla base di tutti i negoziati per la pace a Cipro, e pone come precondizione per la ripresa formale dei negoziati che la parte greco-cipriota e le Nazioni Unite riconoscano la sovrana uguaglianza e lo status paritario della parte turco-cipriota. In parole semplici, Tatar vuole il riconoscimento della Repubblica Turca di Cipro del Nord (KKTC) e una soluzione a due stati per Cipro. Attualmente, dunque, su ambo i lati della zona cuscinetto delle Nazioni Unite, le dinamiche interne del livello 1 (quello dei leader) non favoriscono in alcun modo una ripresa formale e significativa dei negoziati di pace per una soluzione onnicomprensiva della questione cipriota.

Turchia, tra l’incudine e il martello
Negli ultimi anni le elezioni turche sono probabilmente diventate le più importanti a livello regionale, per le loro ripercussioni a livello mondiale. Su molti fronti, la Turchia di Erdogan sembra aver raggiunto i propri limiti, e dopo le elezioni il paese dovrà prendere delle decisioni difficili. Negli ultimi anni la Turchia ha sviluppato relazioni particolari (di conflitto cooperativo, secondo alcuni) con la Russia, in parallelo al drammatico inasprirsi delle sue relazioni con i paesi alleati all’interno della Nato, Stati Uniti in primis.

Solo per citare alcune tra le maggiori e spinose questioni che avvelenano queste relazioni, si pensi all’acquisto, da parte della Turchia, del sistema di difesa aerea russo S400, all’esclusione del paese dal programma sui caccia F35 e, più recentemente, al blocco turco dell’adesione di Finlandia e Svezia alla Nato. La Turchia si è messa tra l’incudine e il martello, o comunque ci si è trovata: da un lato, l’estremo inasprimento delle relazioni con i suoi tradizionali alleati all’interno della Nato, e, dall’altro, i rapporti difficili con la Russia, suo storico nemico. In questo contesto, la Turchia si è impegnata a ricercare un equilibrio che probabilmente ha ormai raggiunto il limite: all’indomani delle elezioni il paese dovrà pertanto fare delle scelte difficili. In modo analogo, l’economia turca è stata a lungo in crisi e si è rianimata solo grazie all’emissione di lire turche in eccesso, cosa che si protrarrà fino alle elezioni e che, combinata ai devastanti effetti economici e psicologici del recente terremoto, costringerà il governo a definire in modo più chiaro il proprio percorso nell’era post-elezioni.

Grecia, nessuna concessione fino al voto
Tra i tre paesi, la Grecia è quello le cui elezioni avranno un effetto meno importante sulla questione cipriota. Tra Grecia e Repubblica di Cipro (guidata dai greco-ciprioti) vi è un accordo non scritto, o meglio un’intesa, secondo cui Nicosia decide e Atene segue. Pertanto, a prescindere da quale governo salirà al potere, Atene non potrà avere grande influenza sulla parte greco-cipriota. Basti dire che il governo di Atene non è interessato a fare concessioni su quest’importante questione di politica estera durante la stagione elettorale, ma potrebbe farne dopo le elezioni, se ci saranno incentivi sufficienti.

Gli effetti del terremoto
Il terremoto in Turchia ha creato effetti economici e psicologici di proporzioni gigantesche che si ripercuoteranno sulle prossime elezioni. Per quanto il governo in carica, con la sua famigerata macchina della propaganda diretta dall’Iletisim Baskanlıgı (la Direzione per la Comunicazione), abbia fatto del proprio meglio per deviare da sé la rabbia del cittadino turco medio e dirigerla altrove, verso chiunque altro, Dio compreso, le teorie del complotto paiono aver perso efficacia. Il cittadino medio è in prima persona testimone dell’incapacità del governo di inviare tempestivamente soccorsi, assistenza medica e alimenti, e della conseguente cattiva gestione delle crisi.

L’arrivo di squadre di soccorso provenienti da decine di paesi esteri e di aiuti da più di sessantacinque nazioni ha cancellato l’atmosfera estremamente tesa e xenofoba creata da Erdogan in vista delle elezioni. In tal senso, Erdogan ha già giocato, perdendo, la carta delle potenze esterne che cercherebbero di distruggere il paese, arma di tanti leader populisti, e probabilmente non potrà sfruttare le questioni di politica estera come materiale per la propria campagna elettorale.

I fattori esterni e la via da seguire
La guerra in Ucraina, le conseguenti crisi energetiche e l’allineamento dell’Occidente contro la Russia hanno cambiato le dinamiche geopolitiche nella regione del Mediterraneo orientale. È chiara la necessità di sostituire l’energia russa con fonti alternative, e di conseguenza vi è un rinnovato interesse per le fonti di gas naturale nel Mediterraneo orientale. Per sfruttarle senza problemi è necessario allentare le tensioni e risolvere le controversie politiche nella regione, in modo che le compagnie internazionali possano sfruttare le risorse energetiche in un clima privo di rischi. Il recente accordo sui confini marittimi tra Israele e Libano, mediato dagli Stati Uniti, è un esempio storico che, se correttamente utilizzato, può diventare un’opportunità per risolvere la questione cipriota come anche altre controversie nella regione.

Questa mia analisi evidenzia come le attuali dinamiche interne di Cipro necessitino della spinta di attori esterni affinché l’attuale, velenoso status quo si evolva verso la cooperazione e, successivamente, verso una soluzione complessiva.

La formula è duplice:
1. a Cipro, la questione energetica deve diventare oggetto di negoziati formali in cui le due comunità prendano decisioni in modo congiunto. Qui potrebbe intervenire una terza parte, nel ruolo di mediatore, come di recente è accaduto per la questione tra Israele e Libano.

2. nel Mediterraneo orientale allargato, la Turchia (l’elefante nella stanza) deve diventare parte integrante del meccanismo di cooperazione regionale, come membro dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF) o come parte di un meccanismo onnicomprensivo alternativo finalizzato alla cooperazione energetica.

Questa formula può anche dar luogo a effetti di ricaduta per la soluzione di altre controversie, come quella sul confine marittimo tra Turchia e Cipro unita, e può inoltre avere impatto positivo sulla disputa greco-turca nell’Egeo. L’interrogativo principale è chi sia pronto a investirvi e a guidare il processo. A mio parere, serve un piano olistico, multistrato e multilivello (che comprenda sia gli stati sia attori non statali quali società di gas naturale ed esperti regionali di risoluzione dei conflitti con ricorso alla diplomazia di secondo livello), guidato da una coalizione di stati volenterosi. Perché lo si possa mettere in atto immediatamente al termine della stagione elettorale, questo piano va definito adesso.

Ahmet Sözen è docente di Relazioni Internazionali. È presidente del dipartimento di Scienze Politiche dell’Università del Mediterraneo orientale (Famagosta, Cipro del Nord), nonché direttore e fondatore del think tank Cyprus Policy Center.

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