Piacere dolce 320 minuti per ottenere un maritozzo

Quanto lavoro c’è dietro il dolce più chiacchierato d’Italia degli ultimi tempi? Tanto, se pensiamo soprattutto ai pochi minuti che invece ci servono addentarlo e tuffare la faccia in una nuvola di panna montata. A Milano, poi, il maritozzo ha una firma: quella di Gelsomina

@Gaia Menchicchi

Se è vero che tutto torna, che abitudini e tradizioni sono cicliche, questo è ancora più vero quando si tratta del dolce più in hype del momento: il santo e benedetto maritozzo. Un dolce con una lunga preparazione, se pensiamo che ci vogliono circa 320 minuti per prepararne uno.

Tutti pazzi per il maritozzo. Questa è la pura verità. Per un dolce antico quanto l’antica Roma. Eh, sì avete letto bene: risale infatti a tempi lontani, quando i nostri antenati preparavano delle pagnotte dolci. All’epoca pare fosse destinato ai pastori, essendo un qualcosa di molto sostanzioso che serviva per dar loro nutrimento durante le lunghe notti passate lontano da casa con il gregge.

Lo scorrere degli anni poi ha arricchito il maritozzo con altre leccornie, come l’uvetta e questo dolce ha assunto i torni di una storia romantica e zuccherina quanto l’amore. Si pensa che il suo nome derivi proprio dall’uso che se ne faceva, quando i giovani uomini regalavano alle proprie fidanzate questo pasticcino dolce in segno di devozione, magari nascondendoci all’interno un piccolo gioiello. Eccolo il maritozzo, un nome vezzeggiativo riservato ai futuri mariti. Questa la leggenda, che si intreccia ad altre narrate durante gli anni. Come, ad esempio, quella che vedeva un impasto a forma di cuore, realizzato dalle ragazze in età da marito e regalato al giovane più bello del paese: giovane che poi avrebbe sposato l’artefice del maritozzo più buono.

Sta di fatto che il maritozzo è da sempre presente nelle menti golose del territorio romano, un qualcosa di cui non poter fare a meno, neppure nei momenti di privazione legate alla religione. Tanto che nella capitale nel cinque-seicento, esisteva anche la versione quaresimale: il maritozzo era l’unico peccato di gola che i cattolici potevano concedersi durante quel periodo: ovviamente veniva preparato in modo più semplice per seguire i dettami religiosi, con olio al posto dello strutto e farcito con frutta secca.

Oggi il maritozzo gode di una nuova vita, al centro dei desideri dei buongustai e di chi si vuole concedere, di tanto in tanto, una dose extra di coccole e dolcezza. Non c’è città in Italia che non abbia un qualche forno contemporaneo specializzato in maritozzi, che diventano così alla portata di tutti e non solo dei più fortunati romani.

Nella cosmopolita Milano, ad esempio, spicca tra tutte la pasticceria Gelsomina dell’illuminata imprenditrice del food Ilaria Puddu, che ha reso il suo maritozzo uno dei più ricercati in città. Per i puristi c’è la versione classica con la panna montata, ma coloro che amano sperimentare saranno sorpresi dal maritozzo che cambia ogni mese e si traveste di colori stagionali. Giusto per fare qualche esempio: per Halloween Gelsomina ha creato un maritozzo al carbone vegetale con crema di ricotta, zucca a cannella, per la festa della donna invece ne ha realizzato uno con curd yuzu e frutto della passione. E per il Festival di Gastromika i palati sono stati deliziati, durante la cena di beneficienza, con un maritozzo diverso dal solito, preparato dalla bravissima Silvia Dell’Acqua: una versione scomposta in crumble e accompagnato da curd all’arancia, meringa al miele, gelée al latte e mousse di panna artigianale. Il maritozzo che si fa altro, insomma. Si sveste e accoglie l’originalità di un impiattamento elegante e brioso.

Anna Prandoni e Silvia Dell’Acqua, @Gaia Menchicchi

D’altronde Ilaria Puddu è una che di stile se ne intende, lei che il maritozzo con la panna l’ha portato a Milano e lo ha reso un bisogno imprescindibile. Le sue creature, come chiama le sue attività, sono luoghi dove le persone ritrovano una connessione con il bello, oltre che con il buono. Sono anfratti dell’anima dove sentirsi a casa e lasciarsi andare ai peccati della gola.

Gelsomina non è una pasticceria nel senso comune del termine. È un’anticipatrice di tendenze, un viaggio verso quello che sarà, uno spazio in cui una tappa diventa un obbligo quasi morale. Tanto che da qualche giorno ha cominciato anche la sua avventura serale con le cene nel locale di via Fiamma 2. Luci soffuse e un’atmosfera retrò per un menù totalmente dedicato all’Italia del Sud. «Gelsomina è diventata ormai un mondo, un luogo d’incontro e di relax che vive a 360° e in cui trascorrere tutti i momenti della giornata. Mancava solo la fascia serale, per questo abbiamo voluto rispondere alle richieste dei clienti, in continuo aumento, esaudendo nel contempo il nostro desiderio, che ci accompagna da sempre, di aprire la sera». Ilaria Puddu l’ha voluta raccontare così questa svolta di Gelsomina.

@Gaia Menchicchi
Il pranzo di Pasticceria Gelsomina

Le panelle, la caponata, le puntarelle, la Norma, le sarde, le polpette al sugo. Un gusto rassicurante e affettuoso come una tavola in famiglia. Di quelle con la brezza del mare che accarezza le sere d’estate nel Mediterraneo, che ricordano i pomeriggi assolati e la salsedine sulla pelle. Tentazioni, cedimenti della gola. E non potrebbe essere diversamente questo percorso voluttuoso di sapori. Il maritozzo di Gelsomina ce lo ha spiegato, ha spianato la strada verso un luogo in cui resistere non ha senso: bisogna lasciarsi andare alla morbidezza. Addentare un maritozzo significa proprio questo: riappropriarsi di un piacere primordiale.

Questo articolo fa parte del dossier su “Il valore del tempo”, il tema del Festival di Gastronomika 2023 che si è tenuto a Milano dal 21 al 22 Maggio.

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