EnergiaDalla grappa al biometano, la scommessa di Bonollo e Italgas

Un progetto racconta un lato importante della filiera agroalimentare italiana. L’innovazione può trasformare anche la buccia di un acino d’uva in un tesoro per la collettività

Foto Distillerie Bonollo Umberto Spa

La distillazione della grappa è una delle primissime attività circolari della storia enogastronomica italiana. In tempo di pandemia, questo meccanismo ha permesso alle aziende vitivinicole di dare una mano nella lotta al virus. Ora le Distillerie Bonollo hanno trovato il modo per trasformare le proprie biomasse in energia utile non solo alla propria azienda, ma anche a molte famiglie italiane. Per farlo, ha unito le sue forze a quelle di Italgas, immettendo biometano direttamente nella rete nazionale.

Nello stabilimento di Conselve, in provincia di Padova, è stato inaugurato un impianto di produzione di gas non fossile ottenuto dagli scarti liquidi della distillazione, allacciato direttamente alla rete di distribuzione Italgas. È il primo progetto in Italia a servizio di una distilleria di grappa. A partire dai residui liquidi delle attività di distillazione, si mira a produrre una media giornaliera di diecimila metri cubi di biometano per un complessivo annuo di circa 2,5 milioni di metri cubi, corrispondente ai consumi medi di circa tremila famiglie.

Valorizzare l’uva, completamente
Elvio Bonollo, quarta generazione alla guida della storica distilleria, guarda al futuro, imparando dal passato. «Quello che facciamo oggi, compreso l’impianto di biometano, è perfettamente in linea con quello che si faceva cinquant’anni fa, quando non ci si poteva permettere di sprecare nulla». Considera il proprio lavoro come un mezzo per valorizzare tutto ciò che la natura mette a disposizione. «Anche dopo il distillato», sottolinea. Per farlo, si deve investire nella ricerca. Il risultato? Sottoprodotti molto preziosi.

Del resto la produzione della grappa inizia da uno scarto – la vinaccia del vino – che arriva in distilleria dopo il ciclo vissuto nelle cantine. Grazie alle competenze e alla tecnologia, le vinacce diventano grappa. Attraverso il lavaggio della vinaccia, necessario per avviarla alla distillazione, si ottiene un primo sottoprodotto: il tartrato di calcio. Si tratta di una sostanza di origine naturale, utilizzata in enologia come correttore di acidità, ma anche nell’industria alimentare e nel settore farmaceutico.

Le bucce d’uva essiccate sono ricche di cellulosa e sostanze nutrizionali. Dalla biomassa ottenuta dalla loro macinazione si producono mangimi animali e combustibile per le caldaie aziendali, al fine di ottenere il vapore per distillare e il calore per essiccare la vinaccia stessa. Si evita così l’impiego dei combustibili di origine fossile.

Infine, dai vinaccioli liberati dalle bucce, si ottiene l’omonimo olio alimentare, che ha particolari caratteristiche dietetiche. Questi risultati vengono a valle di un decennio di investimenti in ricerca, che ha permesso anche di estrarre i preziosi polifenoli presenti nei vinaccioli attraverso un sistema brevettato da Bonollo. Queste sostanze vengono poi destinate alla produzione di integratori alimentari. «Tutto ciò fa parte di una filiera completamente italiana, altrimenti non potremmo chiamare grappa il nostro prodotto».

L’idea di immettere biometano nella rete nazionale nasce circa tre anni fa, con la voglia di dare valore a questo gas di origine naturale, ottenuto a chilometro zero. «Il nuovo impianto parte dai residui liquidi dei processi di distillazione e lavorazione della vinaccia. I liquidi vengono sottoposti a una digestione anaerobica e aerobica per abbattere la carica organica delle masse e creare biometano. Volevamo però che questo sforzo non fosse fine a sé stesso, ma che arrivasse alle famiglie e alle aziende per cercare di bilanciare gli svantaggi prodotti dalla dipendenza nazionale da metano estero. Abbiamo pensato “Ce l’abbiamo, possiamo farlo, lo facciamo”. Abbiamo iniziato a informarci e approfondire come costruire un impianto ad hoc».

Certo i costi di funzionamento sono molto elevati. «Dalla messa in rete del biometano deriva un contributo che, insieme agli altri sottoprodotti ottenuti dalla vinaccia, aiuta a coprire i costi sostenuti per questi processi innovativi. Contiamo di rientrare con i costi dell’impianto per la produzione di biometano in 4-7 anni: tutto dipenderà dal prezzo di mercato del gas. Se fossimo partiti nel 2022, avremmo incontrato prezzi più favorevoli».

Biometano, energia per il settore agroalimentare
L’impianto delle Distillerie Bonollo Umberto è il primo collegato direttamente alla rete di distribuzione Italgas. Potrebbe dare il via ad altri progetti utili a valorizzare gli scarti della filiera agroalimentare. «Negli ultimi due anni Italgas ha ricevuto 140 richieste di allacciamento alla rete provenienti per lo più dal settore agroalimentare» ha spiegato l’amministratore delegato di Italgas Reti Pier Lorenzo Dell’Orco. «Sono concentrate nel Centro e Nord Italia, la metà delle quali in Piemonte, e sono il segnale di un momento di grande interesse e sviluppo per il settore favorito anche dagli incentivi previsti dal Pnrr che ha destinato 1,7 miliardi di euro alla creazione di nuovi impianti di biometano e alla conversione/upgrade degli esistenti impianti di biogas». Il trend è in linea con gli obiettivi del REPowerEU, che ha fissato per il 2030 un target di produzione di biometano dell’Ue dagli attuali 5 ai 35 miliardi di metri cubi annui. «In Italia, al momento, produciamo 0,5 miliardi di metri cubi l’anno ma abbiamo un potenziale produttivo stimato di 8 miliardi di metri cubi, già al 2030, che porterebbe il biometano a coprire circa il 15% dei consumi nazionali di gas».

Per rendere il settore agroalimentare protagonista di questa produzione, Dell’Orco sottolinea la necessità di allinearsi alle best practice internazionali «che prevedono minori oneri di allaccio alla rete a carico dei produttori di biometano».Attualmente questi soggetti coprono l’80% della spesa, con il 20% a carico del sistema di distribuzione nazionale. «Al contrario, nei Paesi europei ove il biometano è più sviluppato, la maggiore quota di costi di allaccio grava sul sistema e solo una quota minoritaria è posta a carico del produttore di gas». In Europa, la Gas Network Ireland prevede un pagamento anticipato del 30% da parte dei privati, con il restante 70% recuperato attraverso gli oneri di rete in un periodo di 15 anni. In Germania il produttore di gas rinnovabile paga il 25% dei costi di connessione e il sistema il 75%. In Francia, i costi sono ripartiti con un rapporto di 40-60%. «È anche per provare a compensare questi gap rispetto al resto d’Europa che Italgas ha scelto di investire sulle reti circa 100 milioni di euro per la realizzazione di allacciamenti diretti alla rete di distribuzione, che permettono di mettere immediatamente la risorsa energetica a disposizione delle comunità e dei territori passando, per così dire, dal produttore al consumatore».


Grappa e biometano: prospettive di business
Costruire un impianto come quello di Consalve richiede volumi minimi importanti per essere sostenibile. Per questo non si tratta di un investimento adatto a ogni distilleria italiana. Ma, dato che il tessuto imprenditoriale italiano è costituito da piccole e medie imprese, si può decidere di fare squadra con gruppi più ampi e trasversali di produttori. Altrimenti si può ricorrere a impianti territoriali. «C’è un valore in questi sottoprodotti, che non va sprecato – ha commentato Bonollo – ma occorrono risorse, competenze e supporto. Anche l’evoluzione normativa può aiutare: ci aspettiamo forme di agevolazioni per investimenti come questi, che valorizzano il principio “zero waste”». Occorrerà anche lavorare in un clima di open innovation, mettendo in campo conoscenze specifiche legate alla distillazione, ma anche competenze tecnologiche per valorizzare l’intera filiera.

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