L’altra notte, quella tra domenica e lunedì, sono stato svegliato da un tuono fortissimo. Avevo lasciato la finestra aperta e il rumore del mondo fuori stava irrompendo senza la resistenza dei doppi infissi: così ho potuto ascoltare questa specie di podcast del diluvio torrenziale che si stava abbattendo alle prime luci dell’alba su Milano, ideale punto di partenza della settimana più importante degli ultimi vent’anni di calcio cittadino.
Siccome l’Euroderby 2023 promette di restare impresso a fuoco sulla pelle dei vincitori e degli sconfitti così come quello del 2003, tocca scomodare i classici. “I Promessi Sposi”, Alessandro Manzoni, capitolo 37, incipit: «Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto, e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giú a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro, se la godeva in quella rinfrescata, in quel susurrìo, in quel brulichìo dell’erbe e delle foglie, tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre; metteva certi respironi larghi e pieni; e in quel risolvimento della natura sentiva come più liberamente e più vivamente quello che s’era fatto nel suo destino».
Cosa si farà nel destino di Milano, lo scopriremo entro dieci giorni: anche il fatto che una vicenda così epocale, diremmo generazionale, sia destinata a risolversi così velocemente, come quando nei film di Quentin Tarantino una brutale sparatoria pone fine a venti minuti di dialoghi, aumenta dramma e pathos attorno al quarto e quinto derby stagionale – mai Milano ne aveva avuti così tanti in una singola annata.
Solo un eventuale derby in finale di Champions League potrebbe superare per importanza questa semifinale; ma il fatto che le partite siano due e non una, entrambe a San Siro, senza nemmeno l’appiglio della vecchia regola dei gol in trasferta a suggerire attese e strategie, amplifica l’attesa e la rende dilaniante. Provoca mal di stomaco l’idea che, seppur attesissima e immaginatissima nelle notti insonni con o senza temporali, dalla prima partita di mercoledì sera probabilmente non nascerà un bel niente, se non una gastrite coi fiocchi. Come ogni vigilia, il tifoso e l’osservatore cercano auspici e dettagli in ciò che li circonda: domenica mattina il termine “elongazione”, ovvero il fastidio muscolare di cui è caduto vittima Rafael Leao in Milan-Lazio, era diventato una delle parole più cercate sul web secondo Google Trend.
Si rovesciano i classici equilibri di ogni vigilia: adesso la calma è inquietante, l’ansia benaugurante, essere favoriti è una rogna. Contribuisce al mistero l’assenza di esperienza europea dei due condottieri emiliani, Stefano Pioli e Simone Inzaghi, entrambi alla prima semifinale di Champions in carriera – laddove dall’altra parte del tabellone in due ne fanno diciannove, Guardiola (dieci) e Ancelotti (nove).
Come la natura durante il Covid, anche la città si riprende i propri spazi. Milano è l’unica città europea che ha avuto ben due squadre vincitrici di Coppa dei Campioni: un privilegio non ancora toccato a Manchester, a Madrid e nemmeno a Londra, dove si sono fermati a due finaliste diverse (Arsenal, Atletico Madrid, Manchester City). Entrambe le squadre avevano bucato la fase a eliminazione diretta per sette lunghe stagioni, un ciclo in cui San Siro era stato addirittura prestato all’Atalanta, in quello sciagurato ottavo di finale contro il Valencia che – si disse – fu uno dei più efficaci veicoli di trasmissione della pandemia. Notate come la citazione di Manzoni assuma nuovi significati.
A eccezione di qualche stilista, architetto e pochi selezionati melomani, per l’Europa intera, magari non molto aggiornata né interessata ai vari Saloni o alle social-polemiche sugli affitti, Milano uguale calcio. E il derby di Milano in semifinale provoca sorpresa ma anche un sentimento di piacere, un ritorno alla comfort zone, un vestito a cui eri tanto affezionato che non credevi più di poter indossare. Rispetto alla torrida primavera di vent’anni fa, Milano ci arriva meno sicura di sé e meno calcisticamente ricca, anche se poi la città nel suo insieme ha fatto un salto in alto di cui hanno da tempo preso atto anche gli anti-milanesi più feroci.
Oggi stona il poco coinvolgimento del sindaco Beppe Sala, sempre in cerca di motivi per dare lustro alla sua città: forse l’annosa questione San Siro gli ha consigliato un atteggiamento più schiscio. Nel 2003 regnavano sovrani Silvio Berlusconi e Massimo Moratti, spendaccioni e padroni di due squadre molto più immerse nel tessuto sociale di quanto avvenga ora, con due proprietà extra-continentali e in vari modi misteriose, con tifoserie cosmopolite che da due anni riempiono San Siro anche per il più insignificante degli Inter-Empoli o Milan-Sassuolo, fregandosene dei prezzi sempre più stellari, mandando il messaggio che non è l’evento che conta, ma il luogo. This must be the place.

Eppure, per un mega-iper-derby di cotante dimensioni, Inter e Milan quasi si rimpossessano delle antiche distinzioni e diversità. L’Inter più tradizionale, borghese, affidabile, rassicurante, a volte pigra ma per nulla “pazza”, popolata di operosi lombardi proprio come nelle pagine del Manzoni: il cremonese Bastoni, il bergamasco Gagliardini, Dimarco da Porta Romana, Darmian da Gorgonzola, Acerbi da Vizzolo Predabissi. Inter-land. Il Milan più contemporaneo, irregolare come un feed di TikTok, free jazz, votato a una consapevole improvvisazione, capace quando è in buona di picchi sconosciuti ai rivali, ma anche di inspiegabili tracolli depressivi, «vicino all’Europa» come la canzone di Dalla, mittel-europeo, francofono con i suoi francesi fortissimi e i suoi belgi non così fortissimi. Nella semifinale del 13 maggio 2003 oltre la metà dei titolari (dodici su ventidue) era nata in Italia; oggi faticheremo ad arrivare a sette, comunque non pochi, visto che forse sulle loro spalle peserà la temperatura emotiva di una doppia sfida che magari i Maignan e i Dumfries, gli Onana e i Krunic vivranno con l’opportuna giusta distanza.
Milano delirerà, per fortuna o purtroppo, grazie o per colpa di un pallone che per sua natura si fa beffe di un mito di cui i milanesi si pavoneggiano fino alla caricatura: l’arte della calendarizzazione, le agende settimanali traboccanti di riunioni, di pranzi, di call, di opportunità. È abbastanza evidente che, nell’epoca della tirannia della Premier League, questa semifinale per entrambe le squadre sia un dono del cielo, un mezzo miracolo della Provvidenza (eh, Manzoni…) che ha spazzato il tabellone dagli incroci più sgradevoli. Così non si potrà nemmeno programmare troppo, immaginare chissà quali sviluppi tattici, perché il filo sottile è destinato a rimanere tremolante ma integro fino alla fine.
Vent’anni fa, in mezzo a gente come Crespo, Zanetti, Shevchenko, Seedorf, i panni del guastatore rischiò seriamente di indossarli Oba Oba Martins, con la celebre parata di polpaccio di Abbiati su Kallon a impedire che il corso della storia prendesse una direzione diametralmente opposta. Oggi tutti ritengono favorita l’Inter, e non c’è dubbio che sia così: ma in una materia così incandescente i favori del pronostico non portano alcun beneficio. Anzi. Impossibile fare un pronostico. Inevitabile aspettarsi colpi di coda. San Siro sarà un teatro: si vada in scena. Come diceva David Byrne in quella canzone: feet in the ground, head in the sky. Da buoni milanesi.