SpumeggianteL’imprevedibile magia del Franciacorta tra cinema, musica e racconti

Al Teatro comunale di Erbusco, Neri Marcorè, la scrittrice bresciana Camilla Baresani e il direttore de Linkiesta Christian Rocca hanno dato vita a un viaggio alla scoperta del territorio franciacortino e dell’ultimo numero della rivista di racconti K

«Non voglio realismo. Voglio magia», dice Blanche DuBois, la fragile protagonista di “Un tram che si chiama desiderio”, all’ottuso cognato che non vuole capire perché lei cerchi di estraniarsi da una realtà troppo dura da accettare. E cerca qualche forma di magia anche Clara, la protagonista di “Evanescenza” ultimo racconto del sesto numero di K, la rivista de Linkiesta in cui i più rilevanti scrittori e poeti italiani scrivono intorno a un tema comune, in questo caso la magia. Per parlare di questo racconto Linkiesta ha organizzato uno speciale dialogo tra Neri Marcoré, il direttore de Linkiesta (e di K) Christian Rocca e la scrittrice Camilla Baresani, autrice del racconto, al Teatro comunale di Erbusco, a due passi dalla sede del consorzio Franciacorta.

L’atmosfera non è quella dell’afosa New Orleans descritta da Tennessee Williams, ma la placida terra del Bresciano dove è nato e prospera uno dei vini più famosi del mondo. «Questa è la mia seconda volta qui, la prima avevo due anni», confessa sul palco Marcoré; mentre per Baresani, la Franciacorta è quasi una seconda casa: «Noi bresciani ci dividiamo in due tipologie di persone: quelli che il fine settimana vanno sul lago di Garda e quelli che invece vanno in Franciacorta. Io avevo tutti gli amici in Franciacorta e quindi fin da piccola l’ho frequentata: dalle feste dei bambini ai primi morosi. Questa zona ha rappresentato una parte importante della mia infanzia e adolescenza. E poi ho continuato a venirci da grande».

La sua protagonista Clara è in una catastrofe sentimentale, ma in una villa settecentesca della Franciacorta dove si celebra la fine della vendemmia. bicchiere dopo bicchiere, bollicina dopo bollicina, troverà una svolta inaspettata. «Quando Christian Rocca mi ha detto che il tema del numero sarebbe stato la magia ci ho pensato un po’. Chi mi conosce sa che non sono un tipo particolarmente spirituale né mistico. Il termine “magia” poi non mi piace perché è stato vampirizzato dalla pubblicità, ma poi mi sono venute in mente le divertenti feste che organizzava in questa zona una mia cara amica».

«Uomini eleganti, donne frizzanti era scritto sul cartoncino in basso a sinistra. Proprio il contrario di come mi sento, pensava Clara. Sono spenta, svuotata, svagata. Ma l’invito era quello che ci vuole per una persona nella sua situazione fallimentare»-, legge ad alta voce Baresani davanti al numeroso pubblico presente in sala. 

Sul palco anche Neri Marcoré: cantante, attore, regista, divulgatore e per nove anni, dal 2001 al 2011, conduttore di “Per un pugno di libri”, storico quiz letterario di Rai 3 in cui due scolaresche si scontravano rispondendo a domande sui libri. «È un programma al quale sono molto legato perché era una trasmissione che seguivo da spettatore e a cui avevo partecipato sporadicamente come testimonial a fianco dei ragazzi, divertendomi molto. Quell’esperienza è arrivata in subito dopo la trasmissione che ha segnato un passaggio netto in avanti nella mia carriera: L’ottavo nano. Fino a quel momento avevo fatto soprattutto imitazioni ma non avevo intenzione di fare l’imitatore a vita. Non è che fossi proprio Pippo Baudo né Carlo Conti; stavo cercando la mia la mia voce, la mia strada. Pupi Avati ha visto una mia puntata su suggerimento del fratello Antonio. E disse: “Abbiamo trovato il protagonista del nostro film (il Cuore altrove, ndr): è uno dei conduttori più imbranati della storia della televisione. Si dispiace se i ragazzi non rispondono esattamente e si scusa con loro. Mostra di avere un’anima”. Ecco essere conduttore di quelli precisi, sciolti, slanciati, briosi non sempre ti porta lontano. Se invece siete un po imbranati, può darsi che vi chiami Pupi Avati per un suo film».

La lettura è sempre stata una delle passioni di Marcoré. «Mia mamma mi ha insegnato a leggere e scrivere prima di andare alle elementari. La prima parola che ho scritto in una lavagna è stato “Carosello”, perché lo vedevo scritto tutte le sere in televisione», spiega l’attore, citando la popolare trasmissione di spot della Rai. «Io invece da piccola sognavo di diventare una rockstar», racconta Baresani.« A cinque anni a Brescia mia mamma portò me e mio fratello alle audizioni per le voci bianche del Teatro Lirico di Brescia. Io già sognavo successi micidiali, calcare i palchi di tutta Europa e del mondo intero, e invece la signora che suonava il piano che ci faceva fare la scala da Do a Re, dopo avermi sentito cantare ha subito detto: “No, avanti il prossimo”. Ricordo ancora l’umiliazione. E ho capito che avrei fatto seguito un’altra strada». Nel racconto, Clara è catturata dalla magia della musica, ascoltando “Paradise” hit del 1988: «Quasi le veniva da piangere, turbata dalla voce di Sade sparata dal dj “Feels fine, feels like you’re mine”». 

Accanto ai tre ospiti, sul palco c’era anche una chitarra acustica che Marcoré ha imbracciato diverse volte durante l’evento, la prima per cantare un originale versione di “Soldi” di Mahmood, cantata con lo stile di Angelo Branduardi, Fabio Concato e i Pink Floyd. Uno dei tanti esperimenti che l’attore marchigiano porta in giro per l’Italia con il suo spettacolo “Le mie canzoni altrue”. «La musica è una passione precedente alla letteratura: l’ascoltavo anche senza capire le parole. Da piccolo cantavo “Cosa hai messo nel caffé” o “Lontano dagli occhi”. Addirittura il prete mi voleva mandare allo Zecchino d’Oro, quindi già da piccolo avevo questa propensione. In questo spettacolo pesco le canzoni italiane e straniere che mi piacciono di più: il meglio di De Gregori, Fossati, Simon and Garfunkel, Gianmaria Testa, Gaber». Ma anche Fabrizio De André che riporterà in scena nella primavera del 2024: “La Buona Novella”, spettacolo di teatro canzone che fa rivivere sul palcoscenico lo storico capolavoro pubblicato dal cantautore genovese nel 1969: «Il primo concept album della storia della discografia italiana».

La magia delle parole è una caratteristica che ogni grande giornalista deve saper padroneggiare. Lo ricorda Christian Rocca, raccontando un aneddoto particolare di quando intervistò Oriana Fallaci, seguendo una normale giornata di lavoro della celebre giornalista «Oriana aveva l’abitudine di cantare ad alta voce ogni frase dell’articolo che stava scrivendo. Prendeva il foglio e lo intonava. Se suonava bene, era la frase giusta. Se non suonava bene, tentava di trovare altre parole più musicali. Diceva: “Per restare impresse, le parole di un testo scritto devono cantare».

La musica però, se non dosata bene, rischia di spezzare la magia: «In un film mi dà fastidio quando un regista usa una canzone molto famosa per sottolineare l’importanza di una scena, perché si innesca un effetto strano: lo spettatore che ha già sentito più volte questa musica si concentra sul pezzo e non sulla scena», spiega Rocca

Un errore che ha cercato di non commettere Marcoré nella regia del suo film “Zamora”, ambientato nella Torino degli anni ’60 che uscirà al cinema nell’autunno del 2024 con vecchi successi  di Gaber, Morandi e Bindi. «La musica è ormai costante nei film o serie tv prodotti per la televisione. C’è una tendenza a spalmarla lungo tutta la durata. Un horror vacui per cui una scena senza musica sembra vuota. A me invece piace che in certi momenti si senta il silenzio, il rumore dell’ambiente di sottofondo alle battute dei protagonisti». Le cosiddette musiche da ascensore, o da supermercato, rovinano la magia del momento anche per Baresani: «Clarice Lispector, una scrittrice che ho amato molto, una volta scrisse: “La mia musica preferita è il silenzio siderale”. La musica dovrebbe essere una scelta, come la lettura. Dovrebbe essere goduta con una propensione all’ascolto, non subita». 

Spesso la magia di conversazioni divertenti è spenta dall’uso, o meglio l’abuso dei luoghi comuni. Espressioni plastiche che hanno perso il significato originale e vengono ripetute senza pensarci su. Marcoré le ha raccolte tutte in una canzone “Luoghi comuni” che sul palco canta con lo stile di Francesco Guccini: «Non ci sono più le mezze stagioni. Qui una volta era tutta campagna. L’auto scura d’estate si infuoca» e via ironeggiando.

Il rischio dei luoghi comuni è quello di diventare uno stigma «Per anni l’immagine di Brescia è sempre stata legata all’acciaio, al tondino. In Italia si ha una idea sbagliata di una città triste del lavoro micidiale dove si pensa solo a fare i soldi. Non è così. i bresciani sono dei goduriosi. È vero, lavorano come dannati, ma solo perché poi gli piace godersi la vita. Tant’è vero che il Franciacorta è nato in questa provincia perché qui siamo abituati a festeggiare dopo tanto lavoro. Il bresciano lavoro non per accumulare, ma per spendere e condividere con gli amici». Anche un calice di Franciacorta. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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