Recovery ItaliaI ritardi del Pnrr, la lite con la Corte dei Conti e la fuga dei tecnici

Fitto e Meloni hanno spostato alla presidenza del Consiglio la gestione del piano e dei fondi europei tradizionali. Questo ha anche messo ai margini la Ragioneria dello Stato. Senza contare che nelle ultime settimane hanno lasciato il ministero oltre venti addetti nominati dall’ex premier Mario Draghi. Lasciano anche molti dei 500 esperti entrati per concorso

(La Presse)

Mentre il governo è ancora in attesa dell’ok finale da Bruxelles per la terza rata da 19 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, Palazzo Chigi non ha ancora terminato il lavoro su come modificare e cosa eliminare dal piano. Cosa che il ministro Raffaele Fitto dice di voler fare da tempo, senza spiegare però come.

Secondo quanto spiega il Corriere, la prima causa dei ritardi è legata agli equilibri nel governo. I fondi potenzialmente soggetti a un cambio di destinazione pesano, al massimo, fra il 12% e il 15% dei 191,5 miliardi destinati all’Italia. Dunque fra venti e trenta miliardi al più, il che sarebbe già moltissimo. Ma per individuare gli investimenti da tagliare o da spostare, Fitto si è rivolto alle diverse amministrazioni ministeriali che, in teoria, hanno il quadro ciascuna dello stato di attuazione dei propri progetti. Qui è scattato l’istinto di autoconservazione delle burocrazie, perché molti ministeri sono tutt’altro che entusiasti di fare trasparenza. Nessuno ha fretta di rischiare di vedersi privare di fondi, solo perché alcuni cantieri non sono al passo.

E qui scatta il secondo fattore di ritardo: le tensioni tra gli uffici del ministero dell’Economia e di Palazzo Chigi. Fitto e la premier Giorgia Meloni hanno voluto lo spostamento alla presidenza del Consiglio della gestione del Pnrr e dei fondi europei tradizionali. Vista dal ministero dell’Economia, è stata l’amputazione di poteri di gestione di risorse per quasi trecento miliardi di euro. Questo ha anche messo ai margini la Ragioneria dello Stato, che è parte del ministero dell’Economia. Senza contare che nelle ultime settimane hanno lasciato il ministero oltre venti addetti al Pnrr nominati dall’ex premier Mario Draghi, quindi la capacità di controllo finanziario del Piano ne sta soffrendo. Oltre al fatto che ci sono tensioni pure sui 500 esperti entrati per concorso che dovrebbero controllare l’avanzamento dei progetti: un decreto prevede la stabilizzazione, ma i ministeri non hanno i fondi e ora alcuni vanno via, altri sono pronti a scendere in piazza.

Il terzo fattore dei ritardi è poi l’esigenza di integrare la riscrittura del Pnrr con i piani di RePowerEu, cioè i progetti di autonomia energetica sostenuti da Bruxelles. Meloni e Fitto hanno chiesto piani alle grandi imprese partecipate, Enel, Eni, Snam e Terna. I piani presentati vanno dalle reti elettriche a un nuovo rigassificatore galleggiante, dalla cattura delle emissioni inquinanti a un potenziale aumento della produzione di pannelli fotovoltaici in Italia. Per ora il costo di questi progetti eccede la riserva a disposizione per RePowerEu, che include 2,7 miliardi di nuovi trasferimenti a fondo perduto da Bruxelles e circa tre miliardi dai fondi europei tradizionali. Il resto dunque potrebbe dover essere finanziato con le risorse che, potenzialmente, si stanno per liberare con le modifiche al Pnrr.

Insomma, un puzzle amministrativo-finanziario ad alto grado di difficoltà. Che non è esattamente una tradizionale specialità italiana. E proprio per questo servono controllori forti sulla spesa. Cosa che, a quanto pare, il governo non gradisce. Da qui l’attacco di Fitto ai magistrati contabili Corte dei Conti, rei di aver controllato la gestione del Pnrr in base a quanto previsto da una legge del 2009, poi rinforzata da una norma approvata nel 2020. Lì dove si dice che la magistratura contabile, su richiesta del governo o delle commissioni parlamentari competenti, «svolge il controllo concomitante sui principali piani, programmi e progetti relativi agli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale». Con il compito di segnalare «gravi irregolarità gestionali», quindi «rilevanti e ingiustificati ritardi nell’erogazione» dei fondi, all’amministrazione competente per la presa in carico del delicato tema della responsabilità dei dirigenti.

L’idea del governo sarebbe quella di togliere i poteri alla Corte dei conti lasciandoli alla Commissione europea, ma anche su questo non sono particolarmente convinti, racconta Repubblica. Perché anche i controlli di Bruxelles generano irritazione. È il caso di quelli sulla terza rata: sono ritenuti troppo puntigliosi. La rata da 19 miliardi è appesa al supplemento d’indagine che la Commissione sta portando avanti sui 55 obiettivi relativi al secondo semestre 2022. Il «confronto costruttivo», come ripetono ufficialmente da Bruxelles, si è fatto ancora più puntiglioso, dopo settimane di decreti, bandi e altri documenti. Che il governo ha dovuto presentare per correggere gli errori rintracciati dai tecnici europei. Ora si è passati al campionamento degli investimenti. Un livello di analisi che sta generando malumori a Roma, alimentati dal dubbio che alla fine la Commissione potrebbe utilizzare un piccolo errore per ridurre l’importo dell’erogazione. E si guarda già agli obiettivi della quarta rata, che scadono a fine giugno. La negoziazione sui ritardi è in corso, il rischio è portare a casa una rata mutilata.

Ma se l’Italia non dovesse presentare prima di giugno la proposta di modifica del piano, è probabile che dovrà attendere anche per la quarta rata. Ritardi su ritardi.

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