Racconto #4 Preparare uova all’occhio di bue in una nottata turbolenta

Il quarto appuntamento delle avventure di Jack Piper, giornalista investigativo in viaggio da molti anni a caccia di storie… nella cucina SEI disegnata da Marc Sadler per Euromobil

Illustrazione di Victoria Krylov

Arrivò senza preavviso, al solito. I capelli tagliati corti, tinti di blu, una novità. Disse: “Ho fame”. Dissi: “È quasi mezzanotte”. Disse: “Appunto. Ho fame”. Emma è una donna difficile da trattare. Ha lunghe gambe magre, un portamento da modella, il viso da eterna ragazzina, un seno enorme. “Sotto la quarta non può essere vero amore”. È una vecchia battuta. La ripete ogni volta, quando si accorge che un uomo punta lo sguardo proprio lì. Amanti, un numero infinito. Tutti ricchi, ricchissimi, incapaci di volerle bene davvero. Ci conosciamo dai tempi delle scuole medie, mi tratta come un fratello maggiore. 

Quando è triste, disperata o affamata, arriva qui, con l’intenzione di piangere sulla mia spalla, bere e mangiare, ricoprendo di insulti uomini che non la meritano, egoisti, bastardi, impotenti e bugiardi. Mi prese per mano: “Non fai che parlare di questa cucina. Beh, usiamola un po’ fuori orario”. Quando vide la mia “Sei” si entusiasmò. Apriva ante e cassetti, si sdraiò sul piano fingendo di dormirci sopra. Disse: “È perfetta”. Prese un uovo dal frigorifero. “Quindi cuciniamo qualcosa di altrettanto perfetto. Non esiste forma migliore”.

Scelsi una pentola adatta, aggiunsi altre tre uova mentre continuava la sua ispezione infilando il naso dappertutto. Emerse da un cassettone: “Lo spazio qui dentro è enorme, potrei passarci la notte tanto è capiente. Chiesi: “A proposito di uova, che n’è stato di Solange?”. Si toccò la tempia con l’indice destro: “Solange, pfui… il suo l’ha venduto. Per una cifra enorme, a sentir lei. Non ci credo, oca com’è. Comunque, con i soldi che ha preso è andata a vivere in Bahrain. Il clima, dice. Gli sceicchi, dico io”.  

L’avevo incontrata tre anni prima. Il direttore mi aveva chiesto un lungo articolo su alcune uova. Più preziose di quelle che avevo in mano. Uova di Fabergè. Realizzate in numero di 69, si suppone, dal prodigioso gioielliere russo, Peter Carl Fabergè tra il 1885 e il 1917. Uova pasquali, con tanto di sorpresa, diverse una dall’altra. Un’idea dello zar Alessandro III per allietare la moglie, Maria Fedorovna. Gioielli leggendari. Pezzi unici, geniali, preziosi. Scomparsi. Alcuni, se non altro. Erano loro, le uova disperse, che mi interessavano. 

Emma venne a trovarmi mentre preparavo l’articolo. Stavo lavorando. Foto e ritagli ovunque. Si mise a toccare qui e là, mi misi a protestare. Afferrò la fotografia di uno schizzo. Disse: “Questo l’ho già visto”. La foto mostrava l’“Uovo necessaire”, fabbricato a San Pietroburgo nel 1889. Oro, diamanti, rubini, smeraldi, uno zaffiro, custodito in un astuccio insieme a tredici strumenti da manicure tempestati di diamanti. Disperso. Mi bloccai: “Ma figurati”. Emma: “Vuoi scommettere? È l’uovo di Solange. L’ha avuto in regalo dal suo vecchio spasimante. Lui è morto, poveretto…”.

Mi feci dare indirizzo e telefono. Chiamai. Spiegai. Solange: “Ah che carino. La aspetto”. Viveva a Parigi, mi precipitai. Abitava in una strada privata dietro la Bastiglia. Passage du Cheval Blanc. Una casa per bambole, stracolma di oggetti inutili e costosi. Lei, occhi blu difficili da evitare, capelli castani raccolti, abito da sera in velluto blu notte alle undici del mattino. L’uovo, magnifico nell’astuccio, esposto per me su un tavolo basso di radica. Non sapeva, disse, di possedere il Fabergè necessaire. 

Non immaginava, disse, che fosse così prezioso. Non sapeva che quell’uovo era stato sequestrato dopo la rivoluzione del ’17, inviato al Palazzo d’Armeria del Cremlino, passato nel 1922 al Sovnarkom, Governo della Repubblica Socialista Sovietica, ricomparso a Londra nel ’49. Non sapeva nulla o forse sapeva tutto. Domandai: “Può dirmi da dove proviene?”. Si irrigidì: “L’ho accolta come amico di Emma. Voleva vedere il mio uovo? Eccolo. È un dono, tutto qui. Le proibisco di scrivere dove si trova e tantomeno di citare il mio nome. Voglio la sua parola”. 

Provai ad insistere inutilmente. Solange richiuse l’astuccio, si allontanò per tornare dopo mezz’ora con addosso un altro abito da sera. Rosso cupo questa volta, buono per un capodanno a Las Vegas. Mi scusai per il disturbo. Fece un gesto con la mano, come dire, acqua passata: “Ha promesso, ricordi. Se capita a Parigi mi chiami, berremo insieme alla salute di quel povero zar”. 

Le nostre uova, all’occhio di bue, erano quasi pronte. Dissi: “Fingeva. Una donna da evitare, la tua amica. Con una fortuna sfacciata”. Emma teneva d’occhio la cottura: “Lo ebbe da quel nobile, sir Nonsocosa, un principe scozzese, roba così. Peter. Innamoratissimo. Troppo vecchio per Solange. Si è ammazzato in macchina lassù, su quelle strade piene di pioggia”. Così il Fabergè era rimasto alla sua amata. 

Mangiammo. Emma: “La ricchezza è un imbroglio, quasi sempre. Questa storia vale come ennesima prova. Soldi spesi e presi attorno a un oggetto che, alla fine, porta solo dolori. Uova? Meglio queste, almeno saziano”. Lo disse poco prima di far sparire un tuorlo intero. “Ce ne vogliono altre quattro, poi a nanna. Dormo qui, ti pare?” Indicava un cassettone. Sembrava non scherzasse affatto.     

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter