La meglio gioventùFare la rivoluzione? È una parola!

Quando pensate ai sedicenni, non dovete credere alla “generazione-apocalisse” di cui raccontano i media. La tormenta digitale ha ormai scaricato a terra il suo potenziale centripeto e i teenager stanno imparando a comunicare tra loro e a pensare in modo collettivo

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E se si ricominciasse a parlare? La parola, finalmente. Ma la conversazione espressiva, oltre la misura dell’ansia o la definizione della propria affermazione. Oltre l’io e i suoi spasmodici bisogni. Si tratti di un auspicio o di una prospettiva, è incoraggiante assistere a una circostanza: tra i ragazzi d’oggi – gli studenti delle superiori, ad esempio – parlare solo di denaro, economie, insicurezze, paure e frustrazioni legate alla condizione economica, sovente è giudicata una debolezza, la negazione dell’autentica possibilità di comunicare.

Ciò che un tempo veniva definito come l’imbarazzo borghese nel “parlare di soldi”, riprende forma tra gli eredi di quella borghesia, interpreti di un’inattesa compostezza. Eppure la questione delle disponibilità finanziarie, della collocazione di ciascuno nella scala delle economie – e l’infinito indotto che ne discende – costituisce il motivo dominante dell’informazione, il cardine dei dibattiti pubblici, a cominciare da quelli televisivi, sia come oggetto del discorso sia come causa scatenante delle problematiche connesse. È la “cosa che conta”, la sostanza, la definizione del benessere nella modernità.

Sempre e comunque, si parla di soldi – che non ci sono, che bisogna trovare, senza i quali ogni sviluppo nella qualità della vita è precluso. Il resto è accessorio, risucchiato nella sfera del superfluo. La materia prima sono i quattrini e il riconoscimento transita attraverso premi in denaro. Le cose si possono fare o non fare, a condizione di poterle pagare. Dirazzare dal discorso procura critiche d’irrealtà, d’incapacità di raziocinio e giudizio.

È un mantra amministrato ovunque, al quale esponiamo i figli che crescono. Il motore del mondo è la disponibilità economica: ecco il messaggio da trasmettere, per prepararli alle sfide – il resto è suscettibile di valutazioni secondarie. Poi però si va a vedere, e si scopre che il comandamento non trova ovunque la stessa osservanza. Frequentando un liceo o venendo a contatto con una comunità giovanile, magari non troppo intossicata da social e influencer (ce ne sono: non dovete credere alla “generazione-apocalisse” immortalata dai media), stando silenziosamente a contatto con i ragazzi italiani di oggi, si hanno sorprese, se non agnizioni.

La tormenta digitale pare aver ormai scaricato a terra il suo potenziale centripeto, quel gorgo che ha risucchiato le attenzioni dei teenager per un decennio. L’atmosfera appare diversa, improntata a desideri e tensioni di pasta ben più analogica o, per dirla diversamente, a dimensione umana. Un termine ha preso a circolare, assumendo i crismi dell’idea condivisa: conversazione. 

Possiamo ipotizzare che stia ricominciando (mezzo secolo dopo l’ultima volta?) un’epoca della parola? Confronto, dibattito, scambio culturale, contrapporsi d’intelligenze. I temi in circolo – probabile che li sentiate risuonare nelle case, acquattati dietro la scarsa convinzione d’essere ascoltati – sono quelli essenziali per i ragazzi del xxi secolo: la nuova dimensione collettiva, la ricerca di forme di giustizia sociale sepolte, gli sforzi del singolo e quelli della comunità, la responsabilità come dato primario del ridisegno della civiltà, la politica come strumento di cui ridefinire cause ed effetti, la rivalutazione di tanti schemi precostituiti. E poi, sì, anche l’economia e i soldi, ma come analisi dei beni necessari alla migliore esistenza possibile, e per tutti.

Siete scettici? Date per scontato che la testa di un sedicenne sia proiettata solo verso il nuovo smartphone onnipotente? Che avere le tasche piene e fare una vita da trapper sia l’obbiettivo diffuso? Che disporre, ordinare e possedere siano le parole d’ordine? Significa che avete ricongiunto il dilagante immaginario con l’accumulo dei sintomi della rappresentazione consumistica, quella che bombarda di segnali che fanno dell’io l’unico significante e relegano nella retroguardia delle illusioni ogni enfasi sull’empatia. È un messaggio facile da smascherare, ad averne voglia. Ma nei circoli giovanili si vanno ristabilendo forme di comunicazione, interazione, integrazione che somigliano ad altre che furono in passato, oggi rimosse.

Si coltiva il piacere della prossimità, della fisicità. Tanti sono rimasti impigliati nella rete del vivere a distanza, le recenti sciagure hanno reso più complesso il quadro, ma i ragazzi hanno capito che nella concertazione tra business e intrattenimento, la merce in vendita sono loro, gli utilizzatori finali. Che la matrice “comunque economica” della nostra vita – piccole economie personali e grandi economie collettive, tutte sottomesse a volontà impalpabili e destini foschi – costituisce lo stato mentale diffuso, nell’infinita attesa d’un miglioramento che potrebbe non arrivare mai. Che, soprattutto, gli scenari possibili non sono solo quelli descritti dai media e che il lanciarsi verso il traguardo del successo è solo un’opzione – allettante per alcuni, trascurabile per altri. Che la vita è di chi la spende per ciò in cui crede. Ciò che gli dà piacere e senso. Ascoltate cosa si dicono i ragazzi d’oggi, tra loro, qui in Italia: scoprirete che il vivere economico è la porzione minoritaria di un’esperienza più affascinante, di cui gli adulti sembrano essersi dimenticati. Ma che da giovani è lì, a portata di mano.

Per il 2023, in tempo di guerre, pandemie e timori come cifre condivise – chi non ha paura è uno scriteriato! – questo può diventare un proposito, fino a disciogliersi in una previsione. Il tecno-mondo di Elon Musk, di Sam Bankman-Fried o di Mark Zuckerberg, l’ipotesi di avatar attraverso cui godere di ciò che noi “primari” non abbiamo, è imbottita di panzane, come le cryptomonete, gli Nft e le innumerevoli dimensioni esoteriche in cui sprofondano i poveri consumatori sperduti. La forza dei ragazzi potrebbe configurarsi come la prossima, incruenta rivoluzione. Sospinta da coloro che trovano attraente chi sappia ricercare, rifiutandosi di diventare strumenti di servizio. Torna in mente l’atmosfera mitica della scuola di Aristotele, dove il pensiero era la guida della vita. Ma per carità, non facciamoci sentire: quel nome potrebbe intimorire chi sente di slancio la voglia di farsi da solo la propria strada, pavimentandola insieme alle persone che più gli sono care.

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