Lacrime mie o lacrime sueInvece di parlare di pronomi dovremmo lottare per avere più asili nido (e più soldi)

Il problema della denatalità non è irrisolvibile. Se ci fossero più luoghi gratuiti (o poco costosi) dove lasciare al sicuro i propri bambini, le donne tornerebbero a lavorare più facilmente, nascerebbero più figli e si potrebbe realizzare il sogno di non essere più in debito coi nonni

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Sapete cosa ci dà libertà? I soldi. Non i discorsi sul lavoro che ci toglie la vita, non licenziarsi per prendere la Naspi, non il disperato tentativo di lavare via senso di colpa stando a casa coi figli, non farsi le foto in mutande per due like, non tutte le puttanate sulle grandi dimissioni e il talento sprecato e il femminismo: sono i soldi. I soldi fanno orrore, soprattutto quelli di piccolo taglio, le monetine, Satispay, i buoni sconto, e poi di soldi non si deve parlare, ci siamo accorte solo per caso che esiste un divario salariale tra donne e uomini perché sia mai che si parli di quanto uno prende: mi sembra chiaro che di questo passo non vinceremo mai la gara di economia domestica. 

Capisco che dedicare il proprio tempo ai pronomi sia urgentissimo, ma ogni tanto bisognerebbe uscire dalle cose facili e pensare in grande, pensare a quelle difficili. Io vorrei tanto non parlare sempre delle stesse cose, vorrei parlare di altro, che ne so, di cinema, di farmaci, di quelle cose di cui parlano gli intelligenti, e invece no; invece sono qua costretta a parlare degli asili e noi lo sappiamo che con gli asili il Pulitzer non lo vinci. 

Stando al “Rapporto plus 2022. Comprendere la complessità del lavoro” che prende in esame i dati Istat del 2021 e poi elaborati dall’Inail viene fuori che solo il 43,6 per cento delle occupate tra i diciotto e i quarantanove anni continua a lavorare dopo aver avuto un figlio (percentuale del ventinove per cento nel Sud e nelle isole). Per il cinquantadue per cento la motivazione è la mancata conciliazione tra lavoro con lo stipendio e il lavoro di cura gratis, per il ventinove per cento per mancato rinnovo del contratto o licenziamento, per il diciannove per cento l’abbandono del lavoro dipende da valutazioni di opportunità e di convenienza economica. 

Sul ventinove per cento non so che dire perché è illegale licenziare una donna incinta o in maternità; quindi, ci penserà la magistratura a mettere al gabbio questa gente, e per quanto riguarda i contratti a rinnovo ci dovrebbe pensare qualcuno pagato per farlo e di certo non sono io. Per il restante non so quanto – non ho una laurea in matematica come Unabomber – qualcosa si può fare. 

Partiamo da un fatto: per i primi tre anni di vita di vostro figlio pagherete per lavorare. E pagherete una cifra che è circa il vostro stipendio. Considerate che a Milano in media un asilo nido costa tra i settecento e gli ottocentocinquanta euro mensili, e grande è ancora il mistero su come si faccia a entrare negli asili pubblici. Gira voce che questi nidi non esistano veramente: nessuno a Milano ha mai conosciuto qualcuno che sia rientrato in graduatoria, a questo punto aspettiamo una puntata di “Indagini”. 

Considerate poi che non tutti escono dall’ufficio alle 16, e quindi avrete bisogno di una tata che vi costerà circa dieci euro l’ora. Fatevi voi i conti – ve l’ho già detto che non sono Unabomber – e vedrete che la prima cosa che vi verrà da dire è: ma io perché devo pagare per lavorare? Ma non ci continuiamo da anni a ripetere che noi valiamo? O valiamo di meno con un figlio? O riguarda solo i capelli?

Nella vita può capitare di tutto: tuo marito ti lascia o tu lo lasci o vi lasciate, ad esempio. Poi, ad esempio, stare in casa con un bambino ventiquattro ore su ventiquattro senza mai dormire dovrebbe essere considerato reato di tortura, e hai voglia a parlare di supporto psicologico quando a volte basta mettere piede fuori di casa e parlare con un adulto. Fare la mamma non è un lavoro, perché il lavoro si paga. Dobbiamo parlare delle proposte sul lavoro di cura retribuito? Dobbiamo ipotizzare che con le nostre tasse si paghino le donne per stare a pulire casa loro e ad accudire figli non nostri e magari nemmeno stirano? Sarebbe pericoloso rendere a tutti gli effetti un lavoro essere genitori, perché prima o poi qualcuno ti viene a chiedere conto di come vengono spesi quei soldi e tirati su quei figli. 

Quindi, come dice la poetessa, le cose sono due: vanno adeguati gli stipendi e vanno resi accessibili a tutti gli asili nido, proprio mentre io sento che il Pulitzer si allontana ogni volta che scrivo la parola “asilo”. Con gli asili pubblici le donne tornerebbero a lavorare più facilmente, sarebbe più difficile essere oggetto di violenza economica, si potrebbero mettere due lire da parte su Satispay per il regalino alle maestre, si potrebbe realizzare il sogno di non essere più in debito coi nonni. 

Il problema della denatalità è che ci troveremo con una generazione di figli unici, perché chi mai può permettersi di fare un secondo figlio in queste condizioni. Adesso siamo arrivati al punto che ci sono troppi soldi di questo Pnrr e non si sa bene come spenderli, che un po’ mi sembra la scusa peggiore del mondo, tipo il gatto mi ha mangiato i soldi del Pnrr e adesso come faccio: a me viene il leggerissimo sospetto che ci vogliano a casa e non al lavoro. 

Cosa ce ne facciamo di una stanza tutta per noi se poi dobbiamo pulirla? Non è meglio avere un conto corrente? Ho letto donne scrivere cose come «mio marito ieri ha tentato di strangolarmi, ma non posso andarmene di casa perché non ho un lavoro». C’era una signora sui 60 anni che diceva di fare le pulizie in nero per non dover usare il bancomat del marito e che avrebbe tanto voluto avere una vita diversa e magari ogni tanto comprare qualcosa per sé e che magone.

Ci sono quelle che non amano più il marito, ma ci sono i figli piccoli, e i figli costano, costano gli avvocati, costano gli affitti, e allora ci facciamo andare bene una vita scadente. Ci sono poi quelle che pensano che dare tutti i propri soldi a una tata e a un asilo sia gravissimo, e quindi tanto vale licenziarsi. Questo è il problema con la Naspi, che viene data se ti licenzi entro il primo anno di vita di tuo figlio.

Invece che vivere in una società adulta dove lo Stato ti dice «se rimani al lavoro ti do dei soldi, ma per carità lavora che non si sa mai», qua viviamo nell’eldorado dell’assistenzialismo. Si campa coi bonus? Pare si riesca a campare coi bonus. E quando finiscono? Ci penseremo poi. 

Certo, ci sono donne che stanno in maternità per anni, quelle che si mettono a fare i calcoli di quando prendere le ferie e quando la maternità facoltativa, se di giovedì o di venerdì per non conteggiare il weekend, e poi stanno giornate intere al telefono con l’Inps che mi sembra una prospettiva ben peggiore dello stare in ufficio, parliamo di donne che per anni hanno mantenuto il posto di lavoro senza mai lavorare. Ci sono quelle, e non sono poche, che hanno lasciato il lavoro per fare le sponsorizzazioni su Instagram. Hanno tutte figli piccoli su cui lucrano mettendo loro in mano barrette energetiche o un’idea di maternità vendibile, ma non appena qualche garante del lavoro si sveglierà e capirà che quello è lavoro minorile non retribuito e non tutelato come in pubblicità a queste mamme converrà provare a fare una telefonata all’ex datore di lavoro e a un avvocato. 

Ho letto sui giornali del reddito d’infanzia. Mi sono messa a ridere, più che altro per il nome che mi faceva pensare a questi bambini che pur di non lavorare stavano a casa a vivere di sussidi, ma con grande sorpresa ho trovato una proposta di legge presentata da Giorgia Meloni del 2019. Era un testo che prevedeva: aumento dei posti negli asili, asili gratuiti, asili e materne aperte fino alle 19:30 e pure in estate, soldi a pioggia, sgravi fiscali per chi assume le neomamme, incremento dei giorni di maternità e paternità, supporto psicologico per le donne che hanno appena partorito. Però adesso torniamo pure a parlare di pronomi, ci si posiziona meglio e su Instagram sapete quanti cuoricini.

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