Comunicare e non capirsi Il malinteso è alla base di tutte le relazioni amorose

Il linguaggio è un’area delicata, nella quale muoversi in punta di piedi. Gabriele Balbi e Peppino Ortoleva, nel loro ultimo lavoro per Einaudi, svelano le trappole, i feticismi, le iterazioni e le interazioni nelle quali cadiamo più frequentemente quando parliamo l’uno con l’altro, a maggior ragione se ci muoviamo tra i confini di un rapporto affettivo

unsplash

Viene spesso insegnato, come norma di buona educazione, che quando si verifica un malinteso è bene assumersene la responsabilità con un «mi sono spiegato male» e, anche se si è convinti di essersi spiegati benissimo, si deve comunque evitare di accusare l’interlocutore con un «non hai capito». Questa regola ha un fondamento che va al di là della semplice cortesia. La nostra esperienza ci dovrebbe insegnare che ci sono diverse possibilità: che uno di due interlocutori non abbia capito, che l’altro non si sia spiegato, che siano «caduti in errore» entrambi, che si finga di non aver capito qualcosa che invece si è capito benissimo o, ancora, che entrambi abbiano compreso ma fingano di essere caduti in un equivoco.

Il modo di pensare per cui alla fine il malinteso sarebbe responsabilità di uno solo o di una sola parte degli interlocutori coinvolti, per cui alla base del «non capirsi» ci sarebbe sempre qualcuno che non comprende o qualcuno che non si fa comprendere, implica nella maggioranza dei casi una semplificazione. La regola che ci invita a non incolpare gli altri dei malintesi che si verificano serve ad affrontare e per quanto possibile ad attenuare quel rischio di frattura anche umana che i malintesi portano con sé, e ci ricorda che per affrontare quel rischio, visto che i fraintendimenti sono un fenomeno ricorrente e frequente, occorre disponibilità all’adattamento, e anche una certa dose di umiltà.

Se vogliamo affrontare in questo spirito il fenomeno del non comprendersi dobbiamo spostare lo sguardo: non soffermarsi tanto sui singoli quanto sulla relazione, e partire dal presupposto che il malinteso si verifica tra le persone, esattamente perché è tra le persone che bene o male si comunica. Ha scritto Michel de Montaigne: «La parola è per metà di chi parla, per metà di chi l’ascolta. Questi deve prepararsi a riceverla secondo l’intonazione che essa prende. Così, fra coloro che giocano a palla [ma il riferimento è più specificamente alla pallacorda antenata del tennis] quello che sta sulla difesa si prepara secondo che vede muovere quello che gli lancia il colpo, e secondo la direzione del colpo».

Seguendo il suo insegnamento dobbiamo attribuire il malinteso, come la parola, «per metà» all’uno e per metà all’altro interlocutore o gruppo di interlocutori, perché chi partecipa a una conversazione può dare significati diversi a una stessa parola, perché chi ascolta una frase spesso la accoglie in modo che non è quello voluto da chi la enuncia, perché il fraintendimento può essere degli uni e degli altri.

Nella comunicazione degli affetti e dei sentimenti, poi (che alla poesia, soprattutto alla poesia lirica, spesso si apparenta), il linguaggio delle parole, quello delle espressioni e dei gesti, il silenzio stesso, costituiscono spesso parte di un insieme inestricabile, nel quale quel che non si dice è importante quanto quel che si dice: un intreccio di dire, alludere, non dire, in cui sono coinvolte le soggettività di tutti i partecipanti, ciascuno con il suo carico di esperienze, aspettative, convinzioni. Questo è uno dei motivi per cui negli scambi affettivi, e amorosi in particolare, il malinteso è sempre in agguato e può fare più male, anche se qualsiasi tentativo di stabilire un’intesa «senza fraintendimenti» contraddice la natura stessa della relazione. Ha scritto Thomas Mann: «In amore ci sono malintesi, anzi, nessuno stato d’animo ne genera di più».

In queste forme di rapporto tra le persone l’esigenza di sciogliere i malintesi può in molti momenti farsi sentire tanto più drammatica e urgente perché è in gioco la salvezza del rapporto stesso; e insieme, gli equivoci possono diventare così ingarbugliati che risultano difficili se non impossibili da sciogliere. E possono durare anche una vita intera. Però l’equilibrio tra l’esplicito e l’implicito, tra il dire e il non dire, varia a seconda delle situazioni in cui il discorso si inquadra e l’area dei messaggi impliciti, dell’informazione sottintesa, cresce man mano che la relazione tra le persone si radica, anche per la forza della frequentazione reciproca: cosí c’è molto di implicito, ad esempio, in tanta comunicazione tra compagni di classe o tra colleghi di ufficio, se non altro per il tempo passato gli uni accanto agli altri.

Fino ai “lessici famigliari” cari a Natalia Ginzburg, nei quali il vocabolario si carica, oltre ai significati espliciti, di interi patrimoni di esperienze vissute insieme, e nei quali ogni parola può diventare per così dire uno stenogramma per intere storie, abitudini, esperienze, luoghi condivisi. D’altra parte, proprio nelle relazioni più intensamente affettive, dove il non detto nasce dalla reale o presunta comunanza di esperienze, da memorie e associazioni mentali comuni o che si suppongono tali, le incomprensioni possono rivelarsi particolarmente dolorose.

Facendo emergere una distanza sotto l’apparente vicinanza, mettono in discussione l’esistenza stessa di un mondo condiviso che non si dovrebbe neppure sentire il bisogno di menzionare. Ma la possibilità di malintesi fondati sul non detto esiste anche tra perfetti estranei, anzi si è venuta aggravando con il moltiplicarsi dei media: fino all’informalità e alla finta confidenzialità senza mediazioni della comunicazione in rete dove circolano messaggi estremamente sintetici, nel presupposto che «comunque ci si capisce», alle moltitudini di follower di un social network ma spesso anche a un singolo destinatario che si raggiunge per via digitale.

Gabriele Balbi, Peppino Ortoleva, La comunicazione imperfetta, Einaudi, 232 pagine, 22 euro

X