Scoop e mazzetteIl racconto di Eva Kaili dopo il carcere per il Qatargate

L’ex vicepresidente del Parlamento Ue, tornata libera, è durissima contro i metodi della procura di Bruxelles: «Dichiarandomi colpevole o facendo nomi importanti sarei tornata subito da mia figlia, ma dato che avrei dovuto mentire, non ho mai nemmeno pensato che potesse essere un’opzione». E definisce una «tortura» la separazione per un mese dalla bambina di due anni

Gli avvocati di Eva Kaili a Bruxelles
Gli avvocati di Eva Kaili a Bruxelles (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

«È triste vedere come non venga rispettata la presunzione di innocenza. Mi dispiace che nessuno degli eurodeputati mi abbia cercato per ascoltare la mia versione». A pochi giorni dalla fine della sua detenzione, torna a parlare l’ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, coinvolta nell’inchiesta per corruzione che a dicembre 2022 si è abbattuta sull’Eurocamera.

Sei mesi fa è stata arrestata in Belgio perché accusata di far parte di un ipotetico sistema di corruzione al Parlamento europeo legato a Qatar e Marocco che faceva capo all’eurodeputato Antonio Panzeri. Nonostante accuse vaghe che ancora oggi non spiegano come, quando e con precisione perché avrebbe ricevuto le mazzette, tanto è vero che la relazione finale della polizia belga del luglio 2022 dice che «non ci sono elementi per dire che facesse parte dell’organizzazione», è stata quattro mesi in cella e due ai domiciliari.

L’arresto avvenne perché nella retata del 9 dicembre chiese al padre di portare via da casa una valigia con 700 mila euro in contanti che, per l’accusa, erano i soldi incassati con il marito Francesco Giorgi. La coppia si è difesa dichiarando che i soldi erano dell’ex parlamentare europeo Antonio Panzeri. Kaili ha negato responsabilità.

Sul Corriere – tramite le domande inviate ai suoi legali prima che il giudice Michel Claise le limitasse i rapporti con la stampa con un provvedimento successivo alla revoca dei domiciliari – racconta il suo periodo in cella e a casa con il braccialetto elettronico. «Subito dopo l’arresto, al commissariato di polizia sono stata messa in isolamento in una cella con luci e telecamera di sorveglianza sempre accese, senza acqua corrente. Ho sofferto il freddo gelido perché mi è stato tolto il cappotto. Ero preoccupata per la mia bambina, perché i primi giorni non mi è stato permesso di chiamare un avvocato, né la mia famiglia. Il carcere, però, non cambia ciò che siamo, è il modo in cui reagiamo ciò che ci definisce», dice.

E sulla separazione dalla figlia, che ha potuto incontrare in carcere solo a gennaio, un mese dopo l’arresto, racconta: «È stato terribile. Separare una madre per quattro mesi dalla figlia di due anni non solo è considerata una forma di tortura nei Paesi fondati sullo Stato di diritto, ma è in piena violazione della Convenzione sui diritti dei minori delle Nazioni Unite ratificata dal Belgio. Un minore non dovrebbe mai essere separato dai propri genitori se non c’è pericolo per la sua incolumità fisica o mentale. È una tortura inutile perché le indagini avrebbero potuto procedere allo stesso modo con me ai domiciliari. I bambini sotto i tre anni possono stare con le loro madri, ma a me non è stato permesso. Usare mia figlia per farmi pressione è stato un atto spietato e sono riconoscente ad Amnesty International Italia per aver sollevato la questione. Durante i nostri rari incontri, si nascondeva e piangeva per non lasciarmi. Ora mi tiene la mano o mi mette le mani intorno al collo per dormire».

Poi spiega la sua versione dei fatti: «Quando Francesco (il marito, ndr) è stato arrestato e gli hanno sequestrato l’auto, ho pensato a un incidente stradale. Poi mi hanno mandato la notizia che anche Panzeri era stato arrestato. Sono andata in panico. Sapevo che nel suo ufficio, che è di sopra (l’appartamento è un bilocale su due piani, ndr) e dove non vado mai, c’era una valigia di Panzeri e ho trovato un sacco di soldi. Non riuscivo a capire cosa fosse successo, ma volevo allontanare da casa quel denaro per ridarlo a Panzeri, che credevo ne fosse il proprietario. Non ho pensato minimamente di avvalermi della mia immunità parlamentare, e questo dimostra che non sapevo assolutamente ciò che il denaro rappresentava realmente».

Kaili dice che sapeva solo che «Panzeri riceveva donazioni. Data la sua esperienza negli affari esteri e nei diritti umani, ha avuto contatti con diverse persone di paesi terzi (non Ue ndr) e attraverso la sua ong Fight impunity promuoveva una causa nobile. Ci sono testimonianze documentate sulla sua attività nel Parlamento e sulle persone che ha coinvolto. Io non sono tra quelle. Le commissioni parlamentari di cui faccio parte e il mio lavoro legislativo non hanno alcuna relazione con le sue attività. Anche i servizi segreti confermano che non faccio parte di nessuna organizzazione criminale. Nessuno può corrompermi. Dopo più di un anno di indagini i miei conti correnti e le mie proprietà sono state controllate e sono risultate cristalline. Sulle banconote trovate non ci sono le mie impronte digitali. Con i miei avvocati dimostrerò la mia innocenza».

Panzeri è stato il datore di lavoro del marito di Eva Kaili «e lo ha assunto quando era solo uno studente di venti anni. Ha lavorato per lui come assistente e traduttore personale e ha continuato ad aiutarlo anche dopo la fine del suo mandato al Parlamento. Francesco aveva un senso di gratitudine e di obbligo morale molto profondo nei suoi confronti».

Dopo essersi pentito, Panzeri però ha detto che a lei erano destinati 250mila euro. «Non ho ricevuto denaro», risponde Kaili. «Penso che il pentimento e le confessioni di Panzeri siano state ottenute sotto minaccia. Il messaggio era chiaro: se fai i nomi, ti offriamo un accordo e liberiamo tua moglie e tua figlia dalla prigione. Sono metodi non degni di uno Stato di diritto. Hanno fatto lo stesso con me. Dichiarandomi colpevole o facendo nomi importanti sarei tornata subito da mia figlia, ma dato che avrei dovuto mentire, non ho mai nemmeno pensato che potesse essere un’opzione. Durante il primo interrogatorio e prima di pentirsi, Panzeri ha fatto i nomi di due membri del Parlamento di lingua italiana e non il mio e non parla di me neppure nelle intercettazioni telefoniche. Il primo è stato arrestato, l’altra persona non ha avuto problemi, mi chiedo ancora perché. Forse perché protetta da un’immunità speciale?».

Il riferimento sarebbe ai deputati italo-belgi Marc Tarabella e Maria Arena. «I nomi sono negli atti», dice la deputata greca. Lei però incontrato due volte il ministro del lavoro del Qatar, che gli inquirenti considerano un finanziatore della corruzione. «Nel mio ruolo di vicepresidente responsabile delle relazioni con i Paesi del Medio Oriente ho incontrato diversi ambasciatori e ministri e avevo in programma delle visite ufficiali in tutti i Paesi del Golfo», risponde. «Era una missione di diplomazia parlamentare fatta per conto della presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. L’Ue considera il Qatar come un partner fondamentale nella regione. È l’unico Paese del Golfo ad aver condannato l’invasione russa dell’Ucraina e la sua posizione geopolitica come esportatore alternativo di Gnl verso la Russia lo rende strategicamente importante per gli Stati membri. Inoltre, l’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro ndr) ha descritto il Qatar come leader nel mondo arabo nell’ambito dei diritti dei lavoratori e ha deciso di aprire un ufficio nel Paese e l’Ue ha recentemente aperto un’ambasciata in Qatar. In quel contesto ho incontrato due volte il ministro del Lavoro il quale, negli stessi giorni, ha incontrato i ministri degli Affari Esteri e del Lavoro del Belgio e altri colleghi parlamentari».

Poi Kaili parla anche dell’aspetto mediatico del Qatargate: «Credo che le aspettative create dai media fossero alte e le fughe di notizie selettive e illegali sulla stampa hanno trasformato i dibattiti televisivi mondiali in aule di tribunale. I giornalisti avevano le informazioni prima dei miei avvocati, il che ha portato a speculazioni estreme. Dopo tutti questi mesi non è venuto fuori nulla di nuovo. Il Parlamento ha protezioni che nessun lobbista può abbattere. Ma c’è una cosa inquietante che vorrei sollevare. Dal fascicolo giudiziario i miei avvocati hanno scoperto che i servizi segreti belgi avrebbero messo sotto osservazione le attività dei membri della commissione speciale Pegasus (indaga sulle intercettazioni di leader europei fatte illegalmente dal Marocco ndr). Il fatto che i membri eletti del Parlamento siano spiati dai servizi segreti dovrebbe sollevare maggiori preoccupazioni sullo stato di salute della nostra democrazia europea. Penso sia questo il vero scandalo».

Poi, rispetto alla revoca della vicepresidenza da parte della presidente Roberta Metsola, dice: «È triste vedere come non si rispetti la presunzione di innocenza. Mi dispiace che nessun eurodeputato mi abbia cercato per ascoltare la mia versione. Ho apprezzato la posizione di Massimiliano Smeriglio (Sd) e sono molto riconoscente a Deborah Bergamini (Ppe), la deputata italiana più coraggiosa che ha osato venirmi a trovare in prigione e ha denunciato i metodi inumani usati contro di me».

Tornerà al Parlamento? «Vorrei essere in aula già lunedì 12, ma devo avere chiarimenti dai miei legali su come mi devo comportare», risponde.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter