Vindica te tibiIl ritorno in patria di Vins Gallico, tra delitti, fede e morale

“Il Dio dello stretto” è un noir ambientato a Reggio Calabria che mescola astrazione filosofica e dramma poliziesco. Sulle orme dell’investigatore Mimmo Castelli, le indagini esplorano i limiti della giustizia umana e il bisogno di speranza e bellezza

Lapresse

Vins Gallico torna in libreria con “Il Dio dello stretto” (Fandango Libri). Si tratta di un noir in cui a intrecciarsi in un fitto impianto narrativo, capace di non perdere il ritmo seppure deceleri per occuparsi di rapporti e sentimenti – il fuoco di un figlio in arrivo, la disperazione legata a una diagnosi di malattia –, sono la realtà e la finzione.

Si parte con due misteriosi delitti. Il secondo si consuma nella terra in cui l’autore è nato e dove ha scelto di tornare con lo sguardo ormai lucido, nella distanza, e con i ricordi: Reggio Calabria. Dopo gli omicidi dei magistrati Scopelliti, Falcone e Borsellino, il giovane Mimmo Castelli indaga su un nuovo caso. Castelli fa parte della federazione Universitaria Cattolica Italiana, e questo è uno dei tanti punti di forza del romanzo che affonda il genere del testo in una sequela di riflessioni a esso solitamente estranee.

Uno dei primi elementi di verità, eccolo: Don Farias. Uomo di chiesa dal vivace dinamismo intellettuale, che da filosofo del diritto nella scuola giuridica di Messina ha plasmato le menti di diverse generazioni di laureati cattolici della città dello Stretto.

In filigrana, alcuni quesiti filosofici. Quali i limiti della giustizia umana? Quale il margine dell’uomo di legge difronte al male? Esiste una dimensione reale, intrisa di buone o di cattive abitudini, magistrati capaci oppure no, giudici onesti e altri collusi, che è fatta di spigoli, di falle, di burocrazia e di magagne; e ne esiste una divina. È qui che si articola il confine fra giustizia e vendetta, seppure, come ci insegnano i classici, la vendetta può assumere forme poetiche nel suo piglio ricompensativo e può condurci, rincuorandoci, all’illusione di un ordine ristabilito.

Ma la vendetta tragica sembra ammonire Gallico. Essa non può e non deve divenire lessico familiare nell’alfabeto di chi amministra la giustizia. Non è un dio, l’uomo di legge, ma un agente in funzione. Non è un eroe, l’uomo di legge, e infatti i dubbi che s’infiltrano tra i pensieri di Castelli sono ricolmi di una profonda umanità, con tutte le debolezze, e l’angoscia, quel senso di incompiuto a cui nessuno riesce a sottrarsi. Una dicotomia che si estroflette dal protagonista fino al paesaggio: Reggio Calabria è immerso in un autentico splendore, l’azzurro del mare e il tetto traforato delle chiome davanti alle spiagge, accanto a una brutale trasandatezza tollerata ormai da chiunque. Il Teatro Cilea, con l’avanzo di un palco, con le forme e i colori seppelliti nella memoria di chi ne aveva solcato l’ingresso, e un tempo dichiarato inagibile, è rimasto così, coi lavori di ristrutturazione mai terminati.

Che l’incidente stradale su cui Castelli indaga assomigli sempre più a un omicidio di ‘ndrangheta, non ha importanza. Ciò che erompe dal romanzo, fra un twist e l’altro e fra tutti gli stilemi del genere, è lo spazio concesso a una riflessione più alta e più letteraria.

«Un giorno forse mi chiederai perché ho fatto delle scelte», riflette il giovane giudice con il figlio in braccio. «Perché mi sono comportato in un certo modo, perché ho creduto nel mio lavoro. L’ho fatto per te, e per la tua mamma, e per tutta questa bellezza», dice.

L’interstizio dove si muove un’azione meno serrata di quella che per tradizione siamo abituati a trovare in un noir è qui. Nella meditazione. Il credo cattolico, col suo corredo di valori, filtrati da un uomo di lettere e di cultura come Farias, convoca a sé le riflessioni morali del protagonista, mentre la parabola che investe la sua vita personale si infittisce con lo stesso passo dinamico. La linea narrativa procede dritta verso la risoluzione, lasciando spazio a un sentimento cristiano e laico insieme: la rassegnazione. Senza tristezza, però. Piuttosto con un senso sano del limite, che è maturo e che è conciliante.

Durante una passeggiata con l’amico Sergio, Castelli viene messo al corrente della presenza di scarafaggi. Ogni notte dalle tubature del palazzo, lì dove si apre un pertugio e fin dentro le intelaiature delle persiane, una flotta di blatte infatti compare in casa. In città li chiamano “cufe”, animaletti imbattibili, con una resistenza sedici volte superiore agli uomini rispetto alle radiazioni nucleari. «E allora?» chiede Castelli. E allora ci si convive. «Sono la prova vivente dell’assuefazione alla bruttezza, di come ci si può accontentare. Le cufe sono le grandi avversarie della fede nei cambiamenti radicali» dice.

La disperazione per l’ingiustizia e per il crimine che da sempre si abbattono su questa terra si fonde alla speranza che qualcosa cambi. Ma è un ottimismo, quello narrato da Gallico, adulto, per nulla radicale e niente affatto vanesio: la calda fiducia in una svolta che rifugge dai germi fatali del fanatismo. Nessun Messia laico a sconfiggere il male. Al suo posto, uomini di legge in grado – ancora – di coltivare la loro fede per la bellezza.

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