Il vicerèMorto Berlusconi, in Sicilia nessuno difende più Gianfranco Miccichè

Indagato dalla Procura di Palermo, isolato e scaricato dal suo ex partito, l’ex uomo forte del Cavaliere nell’isola sembra arrivato ormai alla fine della sua spericolata corsa politica

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Allora, non era proprio un «semplice favore» a un amico. Ma qualcosa di più. Ne sono convinti,  alla Procura di Palermo. Ieri mattina, 29 Giugno, la città è stata scossa da una misura cautelare per sei persone,  accusate di essere al centro di un giro di spaccio di droga con clienti particolari  della Palermo bene.

E tra gli arrestati  spunta di nuovo lo chef dei vip, Mario Di Ferro, il gestore del noto ristorante glamour di Palermo, Villa Zito. Di lui avevamo scritto su Linkiesta a proposito della cessione di droga a Giancarlo Migliorisi, uno dei più stretti collaboratori dell’ex presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè. L’episodio aveva agitato i palazzi della politica siciliana. Di Ferro si era difeso dicendo che era un semplice favore, nulla di più. Ma adesso, invece, è pienamente coinvolto nell’inchiesta, guidata dal procuratore Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Paolo Guido, gli stessi che hanno messo la loro firma nelle indagini che hanno portato alla cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro. E se quell’evento, a gennaio, ha scatenato un terremoto, la piccola inchiesta di queste ore rischia di provocare un terremoto politico. Perché tra i clienti di Di Ferro, filmati dagli investigatori, c’è proprio Miccichè.

C’è già chi pensa al complotto. Dopo la morte di Silvio Berlusconi, infatti, Forza Italia sta per implodere come il sommergibile Titan. E tra i naufraghi del partito azzurro è iniziato il si salvi chi può. La scialuppa di salvataggio più robusta, però, è quella guidata dal presidente della Sicilia, Renato Schifani, con Miccichè sempre più isolato, ormai fuori da tutto. Tanto che ieri il capogruppo di Forza Italia all’Ars, Stefano Pellegrino, aveva certificato: «Miccichè non fa più parte di Forza Italia». Non c’è più Berlusconi, che per lui aveva un debole,  a difenderlo.  E adesso ci si mette anche l’inchiesta della Procura di Palermo.

Miccichè non si nasconde: «Sono dispiaciuto per Mario Di Ferro, un caro amico che conosco e frequento da moltissimi anni. Andavo alle sue feste che erano sempre molto divertenti, frequentate da tantissima gente e dove non ho mai visto della droga».

Ma non finisce qui.  Perché dagli episodi rilevati negli atti dell’inchiesta risulta che l’ex vice ministro  andasse ad acquistare lo stupefacente a bordo dell’auto blu, guidata dall’autista. Anche in questo caso Miccichè interviene: «Escludo in maniera categorica che io mi muova in macchina con lampeggiante acceso. È un errore che ho fatto nella vita di cui sono pentito. Considero molto più importante nella mia vita di essere stato onesto, non avere mai fatto male a nessuno, non avere mai rubato un centesimo. Poi, ognuno di noi qualche errore nella vita lo ha fatto. L’importante è essere a posto con la propria coscienza, ed io lo sono».

Gli inquirenti, da parte loro, hanno mesi di pedinamenti e intercettazioni audio e video, dove i due parlavano, secondo gli investigatori, in codice. Con più scene simili, tra novembre e dicembre del 2022, telefonate, incontri, con un ristorante in pieno centro, in Via Libertà, trasformato in una sorta di stazione di scambio della droga. Miccichè telefonava per prenotare dei «posti a sedere», arrivava, stava pochi minuti e se ne andava.

Con il provvedimento di oggi, potrebbe risolversi un altro giallo, che aveva agitato le stanze del palazzo della Regione qualche giorno fa. Miccichè era andato ai funerali di Silvio Berlusconi. Al suo ritorno, per caso, il suo autista aveva trovato, sotto l’auto, un dispositivo a batteria, con due antenne e una scheda sim, attaccato alla macchina con un magnete. Qualche indagine in corso? No, Miccichè aveva in mente altro, e aveva denunciato un clima di «terrore», dovuto alla sua opposizione solitaria al nuovo corso di Forza Italia: «Io sono stato in cinque governi nazionali e per venti anni sono stato al Governo. Alcuni meccanismi li conosco, so come funzionano queste cose. E so pure chi lo ha fatto mettere».

Dall’opposizione, i grillini ironizzano sullo scandalo che investe Miccichè, proprio a pochi giorni dalla sfuriata della presidente del Consiglio Giorgia Meloni contro ogni tipo di legalizzazione della droga. Altri parlamentari chiedono le dimissioni del deputato regionale. «Ho sempre ammesso di aver fatto uso di cocaina in passato – replica lui al termine di una giornata lunghissima – Ma non l’ho mai fatto da presidente dell’Ars. A 70 anni, se sniffassi, sarei già nella tomba. Non sono accusato di nulla e non sono indagato. Il mio nome non si poteva e doveva scrivere. Dicono che andavo a Villa Zito per comprare droga ma non c’entro niente con questa vicenda. È stato uno sputtanamento che sta facendo soffrire mia moglie e le mie figlie». 

Silenzio, invece, dai banchi del centrodestra, lì dove siedono i veri avversari dell’ex vicerè di Berlusconi in Sicilia. Schifani non parla. Qualche giorno fa però, dopo l’ennesima rissa politica in Forza Italia aveva stigmatizzato: «L’incapacità di alcuni di tenere comportamenti consoni ai ruoli istituzionali». E chissà che la spericolata carriera politica di Gianfranco Miccichè, adesso, non sia arrivata a fine corsa. 

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