Un giudice a PadovaIl vuoto normativo sulla GPA e il governo etico di Meloni

L’impugnazione di trentatré atti di nascita ottenuti dalla maternità surrogata non è solo errata giuridicamente, ma anche politicamente. Invece di legiferare su una legge vecchia di quarant’anni, si preferisce interpretare le decisioni della Consulta a proprio piacimento

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Con un’iniziativa senza precedenti, la Procura di Padova ha richiesto al Tribunale di annullare gli effetti di trentatré di certificati di nascita registrati all’anagrafe locale e appartenenti a minori nati a seguito di una maternità assistita all’estero. La Procura ha chiesto di cancellare lo stato di famiglia del genitore 2, quello non biologico, o per meglio dire, con arido ma efficace linguaggio giuridico il genitore «d’intenzione».

Minimizzando, alcune fonti anche molto autorevoli, hanno parlato di un atto «dovuto», di «applicazione della legge» come una naturale conseguenza dovuta alla circolare dell’ineffabile, instancabile ministro dell’interno Matteo Piantedosi, legittimato da una recente sentenza delle sezioni unite civili della Corte di Cassazione del dicembre 2022, che buon ultima (ma sicuramente non “da” ultima) è intervenuta nella delicatissima materia sullo status dei nati da maternità surrogata e riconosciuti da uno o anche due genitori non biologici.

Eppure si tratta di un capitolo necessariamente interlocutorio, perché l’efficacia delle sentenze delle sezioni unite della Cassazione fanno stato nel solo ambito della vicenda su sui ci pronuncia il giudice di legittimità e possono essere contestate e ridiscusse da successive pronunce anche delle sezioni semplici del Palazzaccio, come stabilisce l’ex articolo 374 del codice di procedura civile.

Nell’ordinamento italiano non esiste il principio dello stare decisis, ovvero la vincolatività del giudice alle precedenti sentenze su casi analoghi. Il concetto è stato espresso bene nella stessa sentenza delle sezioni unite che testualmente ribadiscono: «La giurisprudenza non è fonte del diritto».

Col dovuto rispetto, resta dunque irrisolto un cumulo di questioni che le varie sentenze hanno aperto, compresa una insufficiente tutela delle ragioni del minore e un grave vuoto legislativo che cinicamente la maggioranza al governo del paese si rifiuta di colmare.

Oltre la questione squisitamente tecnica, il problema più grave e stringente è la questione politica. Stiamo assistendo a un incombente clima etico ed ideologico con cui l’attuale Governo cerca di soffocare la società civile. Come abbiamo spiegato già in precedenza, non si tratta solo di leggi sulla famiglia, ma anche delle innovazioni penali, espressione di un complessivo progetto autoritario, di cui in molti rischiano di divenire complici forse involontari. Sono coloro (vedasi le stesse camere penali) che non distinguono tra il dito del singolo provvedimento (in sé legittimo e magari condivisibile) e l’ideologia generale che lo muove, in totale antitesi con gli ideali del «diritto liberale», tanto propugnato a parole.

La questione è complessa e cercheremo di darne una analisi necessariamente sintetica per ragioni di spazio, con l’augurio che venga presto ampliata nelle sedi naturali dei giuristi, almeno quelli capaci sottrarsi alla dilagante narcolessi culturale.

Come noto, la pratica di Gestazione per altri (GPA) è vietata in Italia con una specifica norma penale introdotta con la Legge 40 del 2004 che la sanziona come reato con una pena fino a due anni di reclusione.

Il problema determinato da tale impostazione che nega in radice la GPA, sia pure a titolo spontaneo e gratuito, in nome della crociata contro «il corpo della donna ridotto ad incubatrice meccanica», secondo il lessico delle Sezioni Unite, investe la condizione giuridica dei nati da madre “altra” e riconosciuti da uno o anche entrambi i genitori non biologici. Su questo punto si sono succedute negli ultimi quattro anni due pronunce della Corte Costituzionale (relatori Giuliano Amato e Francesco Viganò) ed altrettante delle sezioni unite della Cassazione civile.

In tutte le pronunce il tratto comune è l’affermazione della irricevibilità della fecondazione assistita come un capitolo della legislazione interna, considerata un principio di «ordine pubblico internazionale», nonostante essa, nella sua forma di donazione, sia invece ritenuta del tutto legittima in legislazioni del mondo occidentale democratico, quello autenticamente liberale.

Basti pensare che il leading case da cui sono scaturite le sentenze dei giudici supremi hanno ad oggetto una maternità assistita riconosciuta nel civilissimo Canada. Eppure una norma che in paesi di indiscussa civiltà e democrazia è accettata e tutelata diviene una questione di «ordine pubblico internazionale» nell’Italia. Sarebbe ozioso indagare le ragioni, i motivi sono intuibili. Ma ancora peggio è il fatto che la GPA venga definito un «crimine universale» da perseguire ovunque (sic, voglio vedere i commando della Folgore che fanno un blitz a Toronto per arrestare genitore 1 e 2)

La questione drammatica è la tutela degli incolpevoli figli che vivono in una sorta di limbo da cui nessuno, giudici e politici, ha il coraggio o peggio la precisa volontà di tirarli fuori.

Le due supreme corti individuano una possibile via d’uscita nella disciplina della «adozione in casi particolari» prevista da una legge varata nel 1983. Ma il punto è che TUTTE le sentenze ritengono gravemente insufficiente l’attuale normativa varata quarantanni fa, quando adozioni e fecondazione assistita erano problemi relativi se non addirittura ignoti del tutto al paese.

I giudici denunciano i ritardi insopportabili e i gravi rischi cui incorre il minore nei casi di ripensamento ed abbandono del genitore «d’intenzione» e hanno invitato più volte il legislatore ad intervenire.

Di più, la stessa magistratura è spaccata all’interno della Cassazione: l’ultima pronuncia, in base alla quale si è mosso il governo e poi la procura di Padova, nasce infatti dalla contestazione dell’indirizzo sposato dalle Sezioni Unite da parte della prestigiosa Prima sezione che ha espressamente messo per iscritto il quesito sulla necessità della piena legittimità della surrogazione di maternità «gratuita e solidale» (Così è stata definita in una proposta di legge avanzata da +Europa recentemente).

Qui, senza ipocrisie è il vero tema che si sollecita al legislatore e su cui dovrebbe pronunciarsi anche l’elettorato.

La prima sezione partendo dalla sentenza della corte costituzionale del 2021 che. invitava il Parlamento a modificare la legge esistente sulla adozione, ha parlato di vuoto normativo e sollecitato le sezioni unite a colmare l’assenza della legge con un avanzato criterio interpretativo, invito rifiutato dal collegio superiore che ha parlato di semplice «monito» della Consulta .

E tuttavia le stesse sezioni unite hanno scritto di una realtà ben diversa da quella immaginata dal governo Meloni e dai ministri Eugenia Maria Roccella e Piantedosi: una realtà composta da un «arcipelago di famiglie» e di «pluralità di modelli di genitorialità adottiva», una società magmatica ed irrefrenabile nel proporre un’evoluzione sociale continua.

Alla luce di ciò, di un dibattito giuridico ancora vivo, l’iniziativa di Piantedosi di attivare l’autorità giudiziaria appare una forzatura, se non una forma di indebita pressione dell’esecutivo presso la giurisdizione. C’è da augurarsi che con uno scatto di orgoglio il Tribunale di Padova respinga al mittente la richiesta di modificare i certificati di famiglia, nel nome di «quell’interesse preminente del minore» proclamato dalla Corte costituzionale e dalle sezioni unite della Cassazione per evitare di far regredire la sua condizione da figlio a tutti gli effetti a quello di un soggetto in attesa di una lunga ed incerta procedura di adozione.

Resta poi la questione decisiva che è quella della posizione autoritaria di un esecutivo e della sua maggioranza verso i diritti delle fasce deboli. I provvedimenti legislativi di Nordio, le iniziative di Piantedosi, le inerzie di. Roccella hanno uno scopo chiaro: la tutela garantista di alcune categorie (politici ed imprenditori) e l’abbandono di altre.

Dunque (e giustamente sia chiaro, lo si dice pure qui) no al carcere facile ed al lungo processo ma non solo per alcuni imputati, i “galantuomini” che magari votano a destra, ma anche no alla galera ed allo stigma sociale per la “feccia” umana di immigrati ed omosessuali.

Si rispolverano toni da crociata come ai bei tempi dei comitati civici di Luigi Gedda e del referendum anti-divorzio di Amintore Fanfani (come dimenticare lo slogan «Voti per il divorzio? Domani tua moglie scapperà con la serva». E invece non è successo nulla) per difendere la donna dal diventare «un’incubatrice meccanica». Cosa diremmo, chiedo scusa alle eccellenze della Cassazione e della Consulta, se il Governo vietasse come reato l’esercizio in proprio della prostituzione? Niente incubatrice?

Per molto meno una ventina di anni fa tanti protestarono in piazza con Sergio Cofferati contro il secondo governo Berlusconi che in tema di etica familiare, per comprensibili motivi, era assai più tollerante. Sì, lo so, la compagnia tra Elly Schlein, Giuseppe Conte e magari Moni Ovadia non sarebbe esaltante, ma qui è in ballo una certa idea dei diritti personali.

Ecco oggi più che stare a discettare della singola legge in nome di un sempre più astratto garantismo per pochi, c’è da chiedersi , “amici miei garantisti immaginari”, se vogliamo veramente un Governo che ci debba imporre oltre alle sue leggi, la sua etica. E mi pare che la scelta debba essere chiara.

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