Dal cuore dell’Europa alla costa del Pacifico Quando il Pinot Nero non parla francese

Non solo Borgogna. Scopriamo dove il vitigno tipico della Côte d’Or sta trovando terreni e clima adatti per la produzione di bottiglie che danno grandi soddisfazioni, al giusto prezzo

Mazon @Hofstätter

Oggi, una delle cose più complicate da realizzare per i wines lovers, è godere di un buon Bourgogne, che, piaccia o meno, è la versione originale e più celebrata del Pinot Nero. Lo è a tal punto che nel Vecchio continente, Francia compresa, ce n’è sempre meno, che quello che si trova spesso è deludente e quando non lo è ha prezzi irragionevoli. Così, per un calice della Côte d’Or, senza svenarsi e senza sorprese, ci si deve affidare alla fortuna o possedere una conoscenza dettagliata di annate e piccolissimi produttori. Non solo, perché bisogna anche capire cosa cercare. Perché avventurarsi tra le appellations régional e communal, è solo una questione di curiosità, mentre affrontare i Grand cru è una questione di prezzo: salatissimo.
Infatti, e lasciando perdere cose come Domaine de la Romanée-Conti, i cui ordini di grandezza si esprimono in migliaia di euro, cento euro sono sufficienti solo per sfiorarne i potenziali. Andare oltre significa spendere almeno quattrocento euro per un Clos de Lambrays e cento in più per un Clos de Tart. Dunque rimangono i premier cru, dove con ottanta euro si possono portare a casa bottiglie di Mortet, Chicotot, Latour o Faiveley: a patto di trovarne. Fortunatamente di Pinot Nero se ne produce abbastanza e in quasi tutto il mondo. Spesso è anche buono e il più delle volte ha un rapporto qualità prezzo ormai inimmaginabile per i francesi.

Dunque, per bere bene a meno, a patto di resistere alle illusioni del marketing, si può andare anche altrove. In questo momento storico i due posti più interessanti sono l’Alto Adige e l’Oregon. Due realtà che hanno in comune una ricerca della qualità mediamente diffusa, calici che contengono quel tocco leggero ed elegante tipico del vitigno e una quota che tocca solo l’1% delle rispettive produzioni nazionali. Il primo lo conosciamo, e probabilmente sottovalutiamo. Il secondo invece è ancora un mondo tutto da scoprire: spesso anche per gli americani. Due territori che possono contare su un buon numero di produttori qui rappresentati da Hofstätter e Adelsheim, che nei giorni scorsi hanno portato in giro per l’Italia la loro idea di Pinot Nero.

Due interpreti non casuali, perché accomunati dalla primigenia. Martin Foradori Hofstätter è l’erede di una storia lunga quattro generazioni, mentre David Adelsheim è il pioniere del vitigno in Oregon: «Non poteva essere altrimenti; lì ci sono tutte le condizioni ideali, per clima e territorio, così nel 1971 abbiamo impiantato i primi vigneti e nel 1978 abbiamo debuttato sul mercato, dove oggi ci posizioniamo al di sotto dei Bourgogne che ormai sono diventati carissimi e inavvicinabili».

@Adelsheim

Ora, non è che per una delle sue bottiglie non si debba mettere mano al portafoglio, però lo si può fare, e con soddisfazione, anche a quaranta dollari. Semmai, il vero problema di Adelsheim è che per trovare i suoi vini ci si deve affidare all’online o a un viaggio negli Stati Uniti, perché in Italia non sono ancora importati: «Certo, mi piacerebbe molto, ma credo che sia ancora troppo presto, perché qui avete moltissimi vini e di grandissima qualità, anche di Pinot Nero, basta guardare a quelli di Martin; però in futuro penso che ci si potrà ritagliare dello spazio, ma solo quando i giovani che avranno finito di girare il mondo, di tanto in tanto, vorranno ritrovare quei sapori delle esperienze trascorse anche a casa loro».

Quarter Mile Lane Vineyard @Adelsheim

Esperienze che per l’appunto passano anche da Chehalem Mountains, Willamette Valley, a una ventina di chilometri a sud di Portland e a una trentina dall’Oceano Pacifico. Una zona in grado di regalare due visioni completamente diverse del Pinot Nero. Una più delicata, la Quarter Mile Lane Vineyard, laddove il basalto è padrone del sottosuolo, l’altra più speziata, la Ribbon Ridge, dove a nutrire le radici della vite è una base marina perché: «Questi sono vini che nascono a soli 50 metri sul livello del mare».

Ribbon Springs Vineyard @Adelsheim

Un po’ più in su, tra i 300 e i 450 metri, in Alto Adige, c’è l’altopiano di Mazon, dove nella seconda metà dell’Ottocento il luminare della chimica organica Ludwig Barth, cavaliere di Barthenau, decide di piantare alcune vigne di Pinot Nero.
In quella tenuta, ora di Foradori Hofstätter ma che ancora oggi porta il suo nome, nascono vini la cui personalità è figlia dell’identità della vigna: con i tannini vellutati protagonisti in quella di Roccolo (solo mille bottiglie) e la concentrazione aromatica che tratteggia quella di Sant’Urbano. Perché come la Bourgogne insegna, è dai piccoli lembi di terra che nascono i vini più grandi.

Vigna Sant’Urbano @Hofstätter

E negli Usa questo aspetto lo hanno capito subito. Non a caso, Martin Foradori Hofstätter ha detto che «Dei produttori dell’Oregon, che frequento dal 1993, invidio due cose: una è sapersi confrontare costantemente su tutto, l’altra, che mi tocca di più, è che loro hanno capito molto prima di noi l’importanza della zonazione, che in Italia è arrivata ufficialmente solo lo scorso 23 maggio». E a proposito dei suoi vini, anche qui possiamo arrivare a cifre importanti, ma a quaranta ci si tolgono soddisfazioni e sotto i venti si fa conoscenza con il Pinot Nero.

Roccolo @Hofstätter

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