Siamo ciò che beviamoIl vizio dei politici autoritari di controllare il vino (e ciò che rappresenta)

I regimi autoritari hanno costantemente tentato di mettere le mani sulle culture vinicole dei popoli a loro sottomessi, come scrive Eric Asimov in un suo articolo sul New York Times. E lo stesso accade in Ucraina nelle zone controllate dai russi

Lapresse

In Portogallo la dittatura di Salazar centralizzò la produzione vinicola portando a una quasi totale estinzione dei vini fatti in anfora, tipici della nella regione dell’Alentejo, nel sud-est del Paese. In Spagna quella di Franco inalveò il vino nella produzione industriale all’ingrosso, trasferendo i coltivatori dai tradizionali vigneti di campagna alle fabbriche in città. L’Unione Sovietica provò più volte a livellare le usanze enologiche dei suoi stati, disponendo vasti campi di viti statali sui loro territori.

I regimi politici autoritari hanno sempre cercato di controllare qualsiasi espressione culturale, comprese quelle gastronomiche, nel tentativo di governarne il potere identitario e quindi dissidente. Tra queste il vino non fa eccezione.

In un articolo sul New York Times, Eric Asimov ha ripercorso la repressione di alcune culture vinicole e la loro successiva rinascita allo sbocciare della restaurazione democratica dei loro governi. È una storia che è importante raccontare oggi non solo perché le grandi dittature novecentesche sono crollate relativamente poco fa, ma anche perché in Paesi come l’Ucraina, l’Armenia e l’Iran sta accadendo lo stesso.

Quando nel 2022 i russi hanno bombardato alcune città in Ucraina orientale, hanno risparmiato pochi luoghi, tra cui la cantina Artwinery, a Bakhmut. Risalente al periodo sovietico, dopo l’indipendenza ucraina ha cominciato a produrre vini pregiati. Oggi è considerata il più grande produttore di champagne dell’Europa orientale.

Nathalie Lysenko, export manager dell’azienda, ha ipotizzato che, non diversamente da come fecero i nazisti in Francia durante la Seconda guerra mondiale, i russi probabilmente volessero saccheggiare la cantina. Pian piano allora Artwinery ha cominciato a spostare le bottiglie dal magazzino e nasconderle in luoghi più sicuri del Paese.

Sul New York Times, Asimov ha ripreso la storia di famiglie armene e iraniane a loro volta riportate dal documentario “Cup of Salvation”, il quarto della serie “Somm”, diretta da Jason Wise. Ma a differenza degli altri tre lungometraggi, “Cup of Salvation” non solo dà voce alle aspirazioni di cantine a conduzione familiare, bensì tenta di ritrarre il ruolo identitario del vino nei loro Paesi di origine, messa a rischio dalla svolta autoritaria dei loro governi.

L’Armenia fa parte di una regione, il Caucaso, considerata tra i luoghi di nascita del vino. La zona però ha subito nel tempo la presenza di potenze estere che ne hanno brutalmente sottomesso il popolo e, con esso, la cultura vinicola. Prima fu l’impero ottomano poi quello russo, fino al genocidio di inizio Novecento che causò agli armeni un milione e mezzo di morti. Con l’assorbimento da parte dell’Unione Sovietica, i coltivatori armeni furono costretti ad abbandonare la varietà di collina e convertirsi al brandy in pianura, dove l’industrializzazione sarebbe stata più semplice. Ma alcune delle antiche viti sono sopravvissute.

«I vecchi vigneti sono rimasti sostanzialmente intatti per centoventi anni», dice Aimee Keushguerian, che lavora con il padre Vahe nel loro impianto di produzione WineWorks a Yerevan, la capitale dell’Armenia. «Ora abbiamo adottato il vino come nostra identità».

Anche l’Iran un tempo vantava una fiorente industria vinicola, ma gli impianti sono stati violentemente distrutti con la rivoluzione islamica del 1979. Tre anni dopo la famiglia Momtazi fuggì dall’Iran per trasferirsi in Oregon, negli Stati Uniti, dove nel 1997 hanno fondato la cantina Maysara.

Moe Momtazi ha imparato l’enologia da suo nonno e suo padre. Per lui vinificare non è solo una tradizione di famiglia, ma un rapporto ancestrale con la sua terra e i suoi elementi, in cui «la radiosità del sole si fa liquida» nelle brocche di creta, dice Moe in “Cup of Salvation”.

«Nella cultura persiana e zoroastriana, il vino è considerato una cosa molto sacra», ha detto Momtazi in un’intervista con la rivista Inc. «Dopo che gli islamisti sono saliti al potere, molte cose sono state portate via ai persiani. Ma il vino è rimasto nel nostro sangue».

Asimov fa poi riferimento a una recente analisi che ha dimostrato come la coltivazione dell’uva risalga a circa undicimila anni fa. Si tratterebbe quindi di una delle più primordiali forme di agricoltura della storia dell’umanità, in alcuni casi addirittura motore della sedentarizzazione di alcune comunità nomadi. Dalla Bibbia alla letteratura greca il vino si è affermato nel tempo come elemento imprescindibile dell’esperienza sociale condivisa e nella sua sacralizzazione è diventato effigie di cultura e cittadinanza. Insomma, si tratta di una radice antichissima ma ancora verde della nostra civiltà. Il vino come bene di consumo. Il vino come status quo. Il vino come strumento di affermazione.

Oggi la produzione vinicola è espressione di competenza artigianale e di autenticità culturale, oltre che simbolo dell’universo bohémienne e prodotto di lusso. E se la sua forza ha fatto e fa paura ai regimi politici autocratici di tutto il mondo, al contempo attrae l’interesse di molti altri governi.

Non è un caso che Paesi come Italia, Francia e Spagna, tra i più rilevanti e riconosciuti produttori enologici al mondo, fossero contrari alle etichette con avvertenze sulle bottiglie alcoliche, come si fa sui pacchetti di sigarette. Non stupisce nemmeno la polemica che si è scatenata a fine aprile sulle dichiarazioni dell’immunologa Antonella Viola, docente all’Università di Padova, che nel suo libro “La via dell’equilibrio” ha scritto «dire che un paio di bicchieri di vino al giorno non fanno male è falso e pericoloso», in quanto l’etanolo è cancerogeno.

Così in Italia l’uso del vino si ribalta. Diventa esso stesso «la versione gastronomica del sovranismo», dice Alberto Grandi, professore di Storia all’Università di Parma. E se da lontano potrebbe sembrare un atto di difesa dell’integrità nazionale, il gastronazionalismo diventa in realtà un uso della cucina come marcatore di superiorità culturale.

Eppure, fino a 40-50 anni fa l’Italia era produttrice di vini mediamente di scarsa qualità, usati spesso come vino da taglio dai francesi. Poi ci fu il grande spartiacque dello scandalo del metanolo negli anni Ottanta. All’epoca questo composto usato nella vinificazione costava meno dello zucchero e se ne abusava nella grande distribuzione dei vini da tavola, nonostante la sua tossicità. La cosa venne allo scoperto nel 1983, quando morirono ben diciannove persone e altre centocinquantatré subirono danni neurologici permanenti. Da allora tutto è cambiato.

Il Paese ha cominciato a fare grandi investimenti nel settore ed è passato dall’immagine del rustico fiasco di Alberto Sordi in “Un americano a Roma”, già emblema nazionale fondamentale e non sostituibile, nemmeno dal latte ammericano, a una produzione vitivinicola di qualità nota in tutto il mondo.

Vini che un tempo erano le punte di diamante della nostra produzione sono così diventati vini da supermercato, come il Chianti, per quanto questo sia rimasto molto pop negli Stati Uniti, dove addirittura Hannibal Lecter lo sceglie per accompagnare insieme alle fave un bel piatto di fegato umano ne “Il silenzio degli innocenti”.

In Italia invece si parla sempre più di orgoglio enogastronomico ormai sfiorando lo stereotipo, dice Grandi, che ad esempio spiega come negli ultimi mesi sia stata avanzata la proposta «tragicomica» da parte del governo Meloni di fondare una task force per controllare l’autenticità dei ristoranti italiani in tutto il mondo.

«L’immagine di “pizza, mafia e mandolino” prima era accolta con molto disappunto. Adesso siamo noi stessi che la alimentiamo. Ma dall’identità alla macchietta è un attimo», dice Grandi.

E mentre ricamiamo questa idea di un rapporto inviolabile, eletto, quasi metafisico tra l’Italia e il bere e mangiare di alta qualità, un po’ forse stiamo dimenticando da dove tutto è partito. E non da tradizioni purosangue o pratiche perpetue e immutate.

Secondo il monologo teatrale “Gola” scritto da Mattia Torre e magistralmente interpretato da Valerio Aprea, questa ormai proverbiale ossessione per l’enogastronomia dell’Italia affonda le sue radici nei ricordi della Seconda guerra mondiale, di cui ancora soffriamo i postumi.

È così che è proprio dalla paura della dittatura, della violenza, dell’oppressione, della fame nasce il piacere a tavola. Tant’è che, come recita Aprea, «quando dopo cena ti senti male, raggiungi l’apice della felicità. Vuol dire che la guerra è lontana».

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