In scena Riflettere sulla Gola (di Mattia Torre), oggi

Valerio Aprea, interprete del monologo teatrale di Mattia Torre, racconta come la storia del ventesimo secolo abbia condizionato il rapporto con il cibo degli italiani e perché siamo diventati «Il Paese che mangia più di tutti gli altri Paesi del pianeta»

L’Italia è il Paese incastrato nella forma di una spuntatura di maiale: sottilina e allungata, appena scabrosa sui lati, dove i lembi rosa della carne si articolano con l’osso. Lo dice la particolare conformazione geografica della penisola, ma, soprattutto, lo declama Valerio Aprea in “Gola”, breve monologo teatrale a firma del prematuramente scomparso Mattia Torre e disponibile per la visione gratuita su RaiPlay. La pièce fa parte di una raccolta di “Sei pezzi facili”, selezione di alcuni dei lavori teatrali più famosi e apprezzati della penna che, con i compagni Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico, firmò la serie più “italiana” della televisione recente: “Boris”. È Paolo Sorrentino, a cinquant’anni dalla nascita di Torre, a dirigere e rimettere in scena i “Sei pezzi” con gli stessi attori per cui erano stati originariamente composti: oltre Aprea, Valerio Mastandrea, Geppi Cucciari, Paolo Calabresi, Giordano Agrusta, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri. Un omaggio riuscito e sentito, andato in onda in anteprima sull’emittente nazionale gli scorsi novembre e dicembre e che, ancora una volta, ci ricorda il senso di Torre per il costume italiano: acuminato, irriverente, mai prevedibile. Anche quando si parla di cibo, e, appunto, di gola.

Non bisogna infatti spingersi agli estremi della “Grande abbuffata” (1973) di Marco Ferreri – in cui quattro uomini il cui appetito per la vita è definitivamente scemato decidono di mangiare fino a, letteralmente, morire – per aver provato sul proprio stomaco che cosa voglia dire, per la tradizione italiana, “mettersi a tavola e non alzarsi più”. Colpa della guerra (nello specifico, la Seconda e Mondiale) dice Torre, e della miseria estrema con cui i suoi strascichi hanno funestato il paese fino a circa gli anni Sessanta del secolo scorso. È lì che nasce la nostra avversione per le dosi piccole, i sughi ristretti, i condimenti moderati da un occhio vigile per non strabordare di colesterolo. Fatta la fame una volta, non la si vuole certo fare di nuovo. Meglio abbondare oggi che trovarsi a secco domani. Quindi, dài, su, perché non prendi ancora un po’ di questa pasta pasticciata? Approfittane finché ce n’è. Sei sicura di non voler davvero mangiare più? Non è che stai male? Domande che, situate tra le labbra di un italiano che ti sta servendo da mangiare, diventando un’offerta da non dover rifiutare. Un’ossessione che travalica i confini nazionali e si muta nel più pauroso degli stereotipi: gli italiani, per il cibo, sono pazzi. Guai a trovarsi con loro per pranzo, cena, o financo merenda: non c’è momento che gli abitanti dello Stivale prendano più seriamente di quello del pasto, da consumarsi in obbligatoria convivialità e reso tale da pietanze dai nomi tanto esotici quando mistificatori, rigorosamente tradizionali e cucinati “come una volta”. Pinoccate, casunzei, bottaggio, fricandò, bovoletti, mocetta, sguazzarotti, scripelle, elenca dal palco Aprea con un respiro che sembra non finire mai, e insomma, chi più ne ha, più ne metta. Tutto vero? Probabilmente, sì, almeno per le tavolate delle feste, che viaggiano sicure sulla rodata linea della golosità eccessiva, rito apotropaico consumato tra risotti al burro e bignè.

A quasi un secolo da quei tempi di miseria scurissima, però, è piuttosto un altro tipo di gola a farsi strada nelle nostre abitudini alimentari. Uno prettamente cittadino, sexy e un po’ marchettaro, in complicato rapporto con la tradizione della cucina povera e sostanziosa: la gola del food, ovvero, dei trend a rapido ricambio (ieri suhi, oggi poke, domani bubble tea) che, complici programmi tv glamour e ben assestati, promuovono impiattamenti curati e graziosi – per ben figurare su #foodstagram e #foodtok -, che alzano i prezzi della ristorazione e interpretano il cibo come un mezzo per staccare fattura prima che nutrirsi. D’altronde, chi è di Milano lo sa bene: quando a un termine italiano si sostituisce il corrispondente inglese è perché si è toccato un argomento scottante, destinato a figurare nel giro di poco tempo su tutti i report di settore delle aziende di consulenza. Come chiosano giustamente Aprea/Torre, non è mica vera, questa cosa della cucina “povera”, almeno, non più. Per mangiare, in Italia, devi scucire la borsa.

Ecco allora che i piatti eccezionali, realizzati con sacrificio e dispendio di materie prime a celebrare ricorrenze laiche e religiose, si sostituiscono al pane quotidiano, imbandendo le tavole di tutti i giorni. Ecco che si disquisisce su quale sia la ricetta “vera” e più corretta per il tortellino emiliano – la risposta: è custodita a Castelfranco Emilia, provincia di Modena – quando il metodo della nonna sarebbe stato aprire il frigorifero o scendere in cantina, contare le rimanenze di carne e decidere quali sacrificare per quel pasto ripieno incredibilmente nutriente, ma lussuoso. Persa l’eccezionalità della trasgressione alle rigide regole della fame, il brivido viene ricreato nell’happening; il senso di urgenza, dalle logiche del mercato e della pubblicità: ma come, davvero non hai ancora provato quel nuovo locale che sforna pizze a venti euro, ma fatte con la farina di farro invece che con quella bianca di grano, accompagnandole da elegantissimi cocktail su misura?

Forse, allora, (ri)vedere “Gola” nel 2023 non vuol dire solo ridere, ricordare, rafforzare un po’ di più la nostra sgangherata identità di popolo mangione e caciarone. “Gola” è l’occasione per una presa di coscienza, per capire da dove deriva l’importanza che attacchiamo al cibo e alla sua condivisione, sì, ancora oggi, ancora una volta, per fortuna, con le persone con cui trascorriamo la vita. E riportare, dunque, in superficie, il valore primario dell’atto di mangiare, salvifico e costruttore di comunità, lontano dalle logiche patinate delle città gentrificate e, queste sì, golose. Una ristrutturazione del sentire attorno al cibo di cui i dati confermano l’urgenza.

Basta, per esempio, sfogliare l’ultimo numero di Che vi do!, pubblicazione quadrimestrale di Pane Quotidiano Onlus, associazione laica, apolitica e no profit fondata a Milano nel 1898 e che, da allora, si occupa di distribuire alimenti di prima necessità a chiunque ne abbia bisogno. Per il 2022, i numeri parlano di quasi un milione di razioni distribuite (907.291), per un totale di 2.392.490 chili di alimenti solidi consegnati e 254.211 litri di latte e bevande. Significativa è anche la nascita imminente, sempre in ambiente milanese, della mare food academy, il nuovo progetto di mare culturale urbano (centro di produzione artistica a forte impatto sociale, con sede in una vecchia cascina nella zona ovest della città) finanziato dal Crowdfunding civico del Comune di Milano e che si propone di inserire nel mondo del lavoro quaranta ragazze e ragazzi tra i 18 e i 35 anni attraverso un percorso di formazione alle professioni della ristorazione. Un vero e proprio riscatto, a partire dal cibo.

Pare di stare quasi a chiudere un cerchio, tornando alle prime battute dello spettacolo di Torre e a un “inizio dei tempi”, prima che la dicotomia crudo-cotto introdotta da Claude Lévi-Strauss arrivasse a segnare i prodromi della società organizzata per come la conosciamo. Al giorno-zero dell’umanità, quando “cibo” è ciò che tiene in vita, e che, in via complementare, placa la fame e mai arriva gradito come in tempi di sventura. Forse risiede proprio qui il senso, l’antidoto di tutta quella Gola. Forse, a furia di giocare con il food, del cibo abbiamo ancora tanto da imparare.

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