Mosaico demcoraticoL’Unione europea, la guerra in Ucraina e le vie della pace

Bisogna ripristinare il sistema di cooperazione e di sicurezza in Europa scombussolato dopo l’invasione da parte della Russia, garantendo allo stesso tempo l’inviolabilità e l’indipendenza dell’Ucraina riconosciuta dalla comunità internazionale

Unsplash

Ci sarebbero apparentemente diverse vie che potrebbero condurre a mettere fine alla guerra che è stata decisa da Vladimir Putin contro l’indipendenza e l’inviolabilità del territorio dell’Ucraina così come essa si è ricostituita in Repubblica semipresidenziale dopo la fine dell’URSS nel 1991 essendo uscita dall’impero russo nel gennaio 1918. La prima via è quella indicata dalle autorità dell’Ucraina ed esige la liberazione di tutti i territori illegittimamente occupati dai soldati russi dopo il 24 febbraio 2022, una liberazione che comprende anche la Crimea invasa dalla Russia nel marzo 2014 – autoproclamatasi come Repubblica indipendente dopo l’azione golpista di un partito minoritario filorusso sostenuto da truppe russe entrate nel paese senza insegne – a cui seguirono le dichiarazioni unilaterali di indipendenza dell’oblast’ di Doneck e di Luhans’k.

L’invasione russa e le dichiarazioni unilaterali non avevano nulla a che fare con i principi di diritto internazionale sulla “autodeterminazione dei popoli” che si applicano solo in caso di colonizzazione, di occupazione straniera con la forza e di apartheid e che non possono dunque riguardare la situazione dell’Ucraina dopo il 1991.

Come si sa, l’obiettivo della “operazione militare” della Russia era inizialmente quello di “liberare” le regioni considerate da Mosca come parte della “grande Russia” ma anche quello di far cadere il governo considerato «nazista» di Zelensky sostituendolo con un governo filorusso come era avvenuto in Crimea e come la Russia vorrebbe ottenere in Moldavia e in Georgia secondo la logica imperialista di Putin. Questa via implica la vittoria dell’Ucraina costringendo le truppe russe ad arretrare al di là della frontiera dopo la preannunciata controffensiva di Kyjiv e ad arrendersi aprendo la strada a uno reciproco scambio di prigionieri nel rispetto del diritto internazionale.

Questa via è considerata dal governo dell’Ucraina come una conditio sine qua non per sedersi di nuovo a un tavolo negoziale, dopo il fallimento dei primi incontri bilaterali che ebbero luogo in Turchia un anno fa su iniziativa del presidente turco Erdogan, quando saranno definite le condizioni per un eventuale accordo di pace su cui dovrà esprimersi il parlamento ucraino che sarà eletto prima dell’estate del 2024.

L’idea di una vittoria dell’Ucraina è del resto condivisa solo con qualche eccezione dai suoi alleati nella NATO, nell’Unione europea e da alcuni paesi terzi che la sostengono finanziariamente e militarmente avendo essi tuttavia escluso fin dall’inizio un intervento diretto militare nel conflitto.

Il ritorno all’indipendenza dell’Ucraina con la liberazione delle zone occupate dai russi dopo il 24 febbraio, della Crimea, del Doneck e di Luhans’k è coerente con l’idea che le frontiere nazionali così come oggi sono riconosciute dalla comunità internazionale non possono essere violate da paesi terzi perché questo sarebbe in contrasto con il diritto internazionale, come codificato dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, pur sapendo che le Nazioni Unite dispongono solo in teoria di strumenti di peace enforcement per impedire queste violazioni e ripristinare la situazione precedente alle violazioni.

L’aggressione della Russia all’Ucraina ha sconvolto il sistema di cooperazione e di sicurezza in Europa così come si è andato configurando dagli accordi di Helsinki del 1975 fino alla Carta di Parigi del 1990 e poi con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 e che ha determinato la libera scelta dei paesi che erano sottomessi all’imperialismo sovietico  – o perché facenti parte dell’Unione sovietica o perché legati al COMECON e al Patto di Varsavia  – di aderire ad altre alleanze e organizzazioni come la NATO e l’Unione europea.

Quel sistema deve essere ripristinato e anzi rafforzato aprendo la via a un nuovo accordo (“Helsinki-2”) perché questo è l’interesse dell’Unione europea nel suo insieme come contributo alla pace sul continente e al processo di pace nelle regioni vicine nel quadro di un sistema di cooperazione internazionale che richiederà una riforma delle regole delle Nazioni Unite da discutere nel “Summit sul futuro” convocato a New York dal Segretario Generale Guterres dal 22 al 23 settembre 2024 e che potrebbe essere evocato il 1° giugno in occasione del secondo vertice dei quarantaquattro leader della Comunità Politica Europea (CPE) che si riunirà a Chisinau, la capitale della Moldavia.

È questa la ragione per cui il Movimento europeo ha suggerito delle ipotesi per avviare un percorso di pace alla vigilia di due importanti missioni internazionali come quella affidata da Jorge Bergoglio a Matteo Zuppi e quella affidata dall’Unione africana a sei capi di Stato di quel continente. Le nostre ipotesi fanno parte di un unico mosaico e abbiamo invitato tutti gli attori che agiscono a vario titolo sul terreno del conflitto in Ucraina a esaminarle ed esprimere la loro opinione considerandole delle tessere indissociabili di quest’unico mosaico:

  • l’inviolabilità e l’indipendenza dell’Ucraina riconosciuta dalla comunità internazionale nel 1991 dopo la fine dell’Unione Sovietica
  • il rispetto di tutte le minoranze etnico-linguistiche secondo forme di autonomia – che potrebbero essere definite federali – ispirandosi all’accordo di Parigi sull’Alto Adige del 4 settembre 1946 e come esempio per assicurare i diritti delle molte persone che appartengono in tutto il nostro continente a delle minoranze dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest dell’Europa come è sancito fra i valori comuni iscritti nell’art. 2 del Trattato sull’Unione europea
  • la decisione di voler appartenere (o di voler permanere) nella comunità nata nel 1950 e sviluppatasi in una unione democratica e solidale rispettandone i principi e le ragioni del destino comune che riguardano la sovranità condivisa e dunque la rinuncia alla sovranità assoluta, lo stato di diritto e il primato del diritto dell’Unione, la solidarietà e la cooperazione leale, l’impegno a una unione sempre più stretta, la preservazione e lo  sviluppo delle diversità delle culture, le responsabilità e i doveri fra Stati, fra persone e verso la comunità umana e le generazioni future così come affermato nel preambolo della Carta dei diritti fondamentali
  • un processo di unificazione europea equilibrato che coinvolga nello stesso tempo tutti i paesi candidati, che si concluda nel rispetto delle regole dell’Unione europea e con l’accordo di tutti i paesi membri chiamati a definire un preliminare aggiornamento attraverso un processo democratico costituente al fine di garantirne l’efficacia e la dimensione democratica
  • l’adesione a un’Unione europea, che garantisce l’aiuto e all’assistenza ai suoi membri nel caso di un’aggressione armata e che si impegni nello stesso tempo a facilitare la pace e la cooperazione in tutto il continente e nel mondo
  • l’ingresso nell’Unione europea dell’Ucraina e poi della Moldavia e della Georgia sulla base delle stesse condizioni dell’adesione dell’Austria come paese neutrale nel 1995 e, per conseguenza, la decisione di non aderire a nessuna organizzazione o struttura militare. Gli stessi criteri potrebbero essere applicati alla Serbia, alla Bosnia Erzegovina e al Kosovo in vista dell’esame delle loro domande di adesione all’Unione europea.

Nello spirito e in coerenza con l’impegno a favore della pace, l’Unione europea dovrebbe sottoscrivere il Trattato internazionale per la proibizione delle armi nucleari (TPNW) entrato in vigore il 22 gennaio 2021 con 68 adesioni e la cui applicazione era stata sollecitata nel settembre 2020 da 56 ex presidenti, ex primi ministri ed ex ministri di Stati membri della NATO che avevano ribadito che «le armi nucleari non servono a nessuno scopo militare o strategico legittimo viste le conseguenze umane e ambientali catastrofiche di qualsiasi loro uso».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter