Non in nostro nome I dirigenti di PiùEuropa contro la proposta del loro segretario sul salario minimo

Alcuni esponenti del partito europeista criticano la scelta unilaterale di Riccardo Magi di appoggiare la proposta delle opposizioni sulla retribuzione minima legale. «PiùEuropa torni ad essere il partito della produttività, della concorrenza, del merito»

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Pubblichiamo l’appello di alcuni esponenti di PiùEuropa contro la decisione del segretario Riccardo Magi di firmare la proposta delle opposizioni sul salario minimo

Il salario minimo legale potrebbe essere anche in Italia una misura utile, ma è il livello di questo che ne determina in gran parte l’efficacia. Fissare l’asticella più in alto o più in basso non incide solo sui salari di sfruttati ed emarginati con paghe “da fame” (ma quanti sono? Quanti di questi irregolari?), ma anche sulla capacità di occupazione complessiva del Paese, sulla regolarità del lavoro, sul livello dei salari degli “altri” occupati, sulle opportunità per i disoccupati, sulla sostenibilità di costo per le imprese italiane, al fine di produrre occupazione regolare ed alzare i salari. Inoltre, ci sono dei parametri internazionalmente riconosciuti perché la misura risulti efficace. Del resto, se il livello fosse irrilevante, perché non fissarlo a dieci o a quindici euro lordi l’ora? 

La proposta avanzata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Matteo Richetti porta con sé importanti elementi di demagogia e di rischio. Prevede, infatti, un salario minimo di nove euro lordi, non relativi alla retribuzione complessiva ma a quella “tabellare”, che non comprende tutto ciò che va in tasca al lavoratore (tredicesima, quattordicesima, tfr etc). Il livello individuato nella proposta risulterebbe dunque tra i più alti al mondo in rapporto al salario mediano. Il livello italiano corrisponderebbe a circa il settantacinque per cento del salario mediano, laddove nella quasi totalità dei Paesi che hanno introdotto il salario minimo legale, corrisponde invece a meno del sessanta per cento. Oscar Giannino segnala che i parametri suggeriti dalla direttiva europea determinerebbero oggi in Italia un salario minimo pari a 6/7 euro lordi, e così sarebbe anche se si adottasse in Italia l’attuale livello della Germania rispetto al salario mediano. Nella Spagna socialista di Pedro Sanchez, un Paese con prodotto interno lordo pro capite simile a quello italiano, il salario minimo corrisponde a 6,7 euro. 

Un livello troppo alto comporta, notoriamente, rischi molto alti (i) di alimentare il ricorso di parte delle imprese – verosimilmente le più piccole e meno produttive – al lavoro irregolare (ii) di disincentivare nuove assunzioni e/o creare disoccupazione. Rischi che si avrebbero per via della bassa e stagnante produttività del lavoro italiana, che coinvolge molte imprese, con la conseguente insostenibilità di costi troppo alti per adeguarsi al minimo fissato per legge, in presenza di bassi margini di profitto. Inoltre va considerato “l’effetto appiattimento”: se oggi c’è chi guadagna 7,5 euro lordi e chi dieci per un lavoro più qualificato, nel momento che venisse introdotto un salario minimo a nove, la conseguenza non sarebbe limitata al maggior costo dell’adeguamento del lavoratore meno qualificato ma anche, premiando giustamente la professionalità, all’aumento del salario del secondo lavoratore, con costi conseguenti insostenibili per molte imprese. Consideriamo infine i lavoratori domestici, il loro salario medio (non mediano) è pari a 7,65 euro, siamo sicuri che aumentando il loro salario per legge non avremmo un maggiore ricorso al nero, magari più pronunciato nel nostro Mezzogiorno? 

La priorità dunque non può non essere, in primis per le forze liberali, di occuparsi dei fattori produttivi per aumentare, direttamente o indirettamente, la produttività del lavoro, come unica via per accrescere salari ed occupazione e, di conseguenza, anche l’eventuale salario minimo legale. Peraltro il livello di diseguaglianza salariale in Italia è uno dei più bassi. Ne consegue che il problema del livello salariale riguarda l’intera distribuzione dei salari e per questo la priorità è agire sui fattori produttivi. 

La direttiva UE 2022/2041 del 19 ottobre 2022, menzionata dal documento delle opposizioni e relativa a salari minimi adeguati nell’Unione europea, significativamente non obbliga, è opportuno ricordarlo, a introdurre un salario minimo legale, bensì si sofferma sulle condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose quali diritti di ogni lavoratore. 

I firmatari, nel presentare l’iniziativa, hanno anche espresso solennemente «la comune convinzione che è giunto il momento di dare piena attuazione all’articolo trentasei della costituzione, che richiede che al lavoratore sia riconosciuta una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia». Il grado di propaganda di tale affermazione, del tutto illusoria e demagogica, è per noi intollerabile: non solo l’applicazione dell’articolo 36 si insegue in grandissima parte con misure estranee all’introduzione di un salario minimo per legge, come detto, ma un livello di questo troppo alto comporta consistenti rischi di ottenere l’effetto opposto. 

L’individuazione di un livello efficace di salario minimo dovrebbe essere demandata a un organo terzo – non come prevede la proposta in oggetto indicando un livello minimo – appunto nove euro lordi – sotto il quale la commissione di esperti non può “andare” – e, soprattutto, questo organo dovrebbe essere messo nelle condizioni di modificarne il livello a seconda di parametri economici, per definizione dinamici, e della struttura produttiva del Paese. 

Poi vi è l’aspetto politico generale di questa vicenda che vede una serie di forze politiche, in buona parte incompatibili tra loro, forzare un’unità politica delle opposizioni, il cui valore, in assenza di un’alternativa di governo, non può non legarsi al prossimo appuntamento elettorale, le europee: elezioni che, anche per il loro sistema elettorale porteranno, auspicabilmente, le forze liberaldemocratiche, a partire da PiùEuropa, a perseguire un progetto politico compatibile con una lista comune ed omogenea, una proposta alternativa sia a quella Meloni/Salvini che a quella Conte/Fratoianni, e comunque in concorrenza con quella del Partito Democratico. 

Noi dirigenti eletti di PiùEuropa prendiamo nettamente le distanze da questa scelta politica del segretario Magi, scelta peraltro mai discussa in qualunque organo del Partito, nonostante la sua rilevanza, al pari di altre decisioni significative che hanno determinato la recente linea politica ufficiale del Partito. PiùEuropa torni ad essere il partito della produttività, della concorrenza, del merito, mantenendo la sua vocazione, naturalmente, sui diritti individuali, civili ed economici. 

I firmatari
Valerio Federico, Direzione ed Assemblea nazionale
Giulio Del Balzo, Direzione nazionale
Nicoletta Parisi, Direzione nazionale
Roberto Baldi, Direzione ed Assemblea nazionale
Dino Rinoldi, Assemblea nazionale
Serafina Funaro, Assemblea nazionale
Davide Sguazzardo, Assemblea nazionale
Matteo Riva, Assemblea nazionale
Vincenzo D’Arienzo, Assemblea nazionale
Caterina Tavani, Assemblea nazionale
Selene Rosselli, Assemblea nazionale
Nadia Politi, Assemblea nazionale
Alessandro Massari, Assemblea nazionale
Lucrezia Sapienza, Assemblea nazionale
Valeria Ambrosino, Assemblea nazionale
Martina Cafarella, Assemblea nazionale
Francesco Talarico, invitato permanente alla Segreteria
Roberto Ricciuti, Professore associato di politica economica all’Università di Verona

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