Cavoletti di BruxellesIl rallentamento della Commissione europea e il sabotaggio autolesionista del Ppe

Il capogruppo del Partito popolare europeo Manfred Weber sogna di prendere il posto di Ursula von der Leyen. Per raggranellare più consenso evita di appoggiare parti significative del Green deal e tratta coi sovranisti. Ma i numeri non sono dalla sua parte

LaPresse

L’ago della bilancia alle prossime elezioni europee di giugno 2024 sarà, come sempre, il partito popolare europeo. Il capogruppo del Ppe al Parlamento Ue è Manfred Weber, politico bavarese espressione della Christlich-Soziale Union in Bayern (partito fratello della CDU) e da diciannove anni europarlamentare. Weber nel 2019 fu lo spitzenkandidat scelto dai popolari per guidare la Commissione europea ma pur conquistando il maggior numero di voti dovette cedere il posto ad Ursula Von der Leyen dopo le pressioni di vari capi di Governo, Macron in primis.

Da allora il leader bavarese ha mantenuto un atteggiamento leale nei confronti della presidente della Commissione europea ma ultimamente, visto anche l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, qualcosa sembra essere cambiato e diversi eurodeputati del Partito popolare europeo stanno rallentando i dossier relativi alla transizione green che l’esecutivo vorrebbe chiudere entro la fine del mandato. Una strategia utile a compiacere alcune categorie economiche come allevatori e agricoltori le cui filiere potrebbero subire grossi cambiamenti con le nuove normative. Ma dietro a questa inversione di rotta sembra esserci anche l’intenzione di mandare un segnale a Von der Leyen proprio nel momento in cui inizia a circolare con maggiore insistenza l’ipotesi di una candidatura bis. Un approccio più critico sul Green deal – uno dei pilastri di questa Commissione – potrebbe essere utile per avvicinare i partiti di destra, tradizionalmente meno sensibili alle questioni ambientali, in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo anno.

La replica di Von der Leyen non si è fatta attendere e durante la presentazione del semestre spagnolo alla guida del Consiglio europeo ha sottolineato come sia necessario proseguire sulla linea tracciata da questa Commissione: «Gli estremisti, di sinistra o di destra, guardano indietro e hanno paura di ogni tipo di cambiamento. Noi, il gruppo democratico del centro, dobbiamo dimostrare che abbiamo idee chiare su come affrontare i cambiamenti che stanno accadendo». E proprio in virtù delle ultime tensioni interne al suo gruppo la presidente della Commissione ha specificato che «è un dato di fatto, noi abbiamo un’idea, una visione di come affrontare il cambiamento e renderlo un’opportunità».

La leader tedesca, che dal 2019 si è trovata a dover gestire l’emergenza Covid prima e la guerra in Russia poi cavandosela piuttosto bene, ha mandato un messaggio chiaro: se dovesse ricandidarsi non guarderebbe ai partiti di destra – come invece ha iniziato a fare Weber – ma darebbe continuità all’azione di governo degli ultimi cinque anni. E non è un caso che lo abbia detto proprio a Madrid di fianco a Pedro Sánchez, il più socialista dei leader europei (almeno fino alle elezioni del 23 luglio).

Certo, se vorrà mantenere unito il suo gruppo Von der Leyen dovrà apportare qualche cambiamento. A farne le spese potrebbe essere il Commissario al Green Deal Frans Timmermans, molto criticato dai popolari. Negli ultimi giorni il leader olandese vice presidente della Commissione,  è intervenuto sulla stampa in vista del voto sul ripristino degli habitat naturali, un dossier che il Partito Popolare non sembra voler sostenere: «Non capisco perché il Ppe ha deciso di andarsene, di non parlare nemmeno con noi. Eppure abbiamo fatto una trattativa con il Consiglio. Anche il ministro italiano mi ha detto che sono stati compiuti dei passi avanti, ma poi bloccano tutto. Ho chiesto quali fossero i punti di disaccordo. Mi hanno parlato di una decina di punti. Ho risposto: ok, discutiamone. E loro hanno semplicemente detto che non vogliono parlarne e pretendono che la Commissione ritiri questa proposta.» ha detto il Commissario a Repubblica.

Proprio la legge sul ripristino degli habitat naturali, che sarà in discussione questa settimana in plenaria a Strasburgo, ci dirà quanto è alta la tensione nel partito di Weber. La sensazione è che il leader tedesco stia navigando un po’ a vista tastando un terreno, quello della destra, che al momento sembra essere molto scivoloso. Prendiamo il caso della Polonia: se il Ppe dovesse decidere di portare avanti l’alleanza con i conservatori dovrà poi convincere Tusk, pezzo grosso del Partito ed ex presidente del Consiglio europeo, che una maggioranza con i rivali euroscettici del PiS sia la soluzione migliore. E Tusk dovrà raccontare al suo elettorato, chiamato al voto in Polonia ad ottobre per fermare l’azione del Governo e salvare una «democrazia che muore in silenzio», che in Europa allearsi con Morawiecki non è poi così male. A quel punto il capogruppo del Ppe dovrebbe anche giustificare al resto del gruppo l’alleanza con un partito, e un Governo, che continuano a violare lo stato di diritto e che per questo ha ancora in corso una procedura d’infrazione.

Insomma, dopo essersi sbarazzato non troppo tempo fa e non senza fatica di Viktor Orbán si porterebbe in casa un profilo molto simile. Inoltre i conservatori da soli non basterebbero. Ci sarebbero da convincere i partiti liberali di Matteo Renzi e Macron che le truppe di Fratelli d’Italia, di PiS e di Vox sono alleati affidabili. Detto che le prossime elezioni in Spagna (il 23 luglio) e in Polonia (a ottobre) potrebbero cambiare gli equilibri, una coalizione con Liberali e Conservatori sembra al momento una soluzione piuttosto impraticabile. Guardando invece più a destra, una maggioranza che metta insieme  popolari e conservatori con i neo nazisti di Alternative für Deutschland o con il partito di Le Pen, stando ai sondaggi, non avrebbe numeri sufficienti (oltre ad essere osteggiata da buona parte del gruppo).

Per questo, ad oggi, la strategia di Weber sembra essere principalmente un’azione di disturbo. La sensazione è che il capogruppo del Ppe, dopo la delusione di cinque anni fa, stia provando a mettere in discussione parte dell’operato della Commissione Von der Leyen. Senza però avere in mente un’alternativa vincente.

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