Defensors de la terraLe elezioni spagnole viste da Barcellona

Nella città catalana alle questioni economiche e culturali si aggiunge la divisione tra chi è a favore e chi contro l’indipendenza della regione, creando un clima di tensione e un panorama politico ancora più complesso

AP/Lapresse

Barcellona, Spagna. Domani, domenica 23 luglio, si terranno in Spagna le elezioni generali. Si tratta di elezioni anticipate che l’attuale presidente socialista Pedro Sánchez ha convocato in seguito alla netta vittoria della destra alle elezioni amministrative dello scorso 28 maggio. Due schieramenti si fronteggiano: da una parte un blocco di sinistra composto dal Partido Socialista Obrero Español (PSOE) di Pedro Sánchez e da Sumar, un gruppo di vari partiti della sinistra radicale guidato dall’attuale ministra del lavoro Yolanda Díaz. Dall’altra, un blocco di destra composto dal Partido popular, il tradizionale partito di centro-destra guidato da Alberto Núñez Feijóo, e da Vox, partito di estrema destra, anti-femminista, anti-immigrazione e ultranazionalista, guidato da Santiago Abascal.

La questione dell’unità della Spagna e delle istanze indipendentiste – sia catalane che basche – sono uno dei temi elettorali più sentiti: il governo di Pedro Sánchez è stato percepito da molti spagnoli come non abbastanza intransigente contro i partiti indipendentisti – per esempio per aver concesso la grazia ai leader catalani condannati per il referendum indipendentista del 2017, e per aver ricevuto l’appoggio del partito nazionalista basco Bildu per approvare alcune leggi in parlamento.

Questo ha contribuito a far perdere al presidente il sostegno degli spagnoli e a rendere il suo governo sempre più impopolare, nonostante i notevoli risultati ottenuti in ambito sociale ed economico: oggi in Spagna la crescita economica è stabile, l’inflazione è più bassa che in altri Paesi europei e la disoccupazione è diminuita notevolmente. La posizione di Sánchez nei confronti delle istanze indipendentiste è stata anche uno degli argomenti principali con cui la destra lo ha attaccato durante la campagna elettorale, definendolo inaffidabile, in combutta con i terroristi e incurante degli interessi degli spagnoli, e cercando in questo modo di danneggiare l’immagine del presidente.

Una bandiera catalana nel quartiere Gràcia a Barcellona

Per questi motivi, le elezioni sono particolarmente sentite a Barcellona. I catalani favorevoli all’indipendenza, o anche solo timorosi di veder ridotta la propria autonomia e negata la propria cultura, sono preoccupati dalla possibilità di un governo di destra ed estrema destra. D’altro canto, le persone contrarie all’indipendenza – sia catalani che spagnoli di altre regioni che vivono in Catalogna – e che ritengono che Sánchez non sia stato abbastanza deciso su questa questione si stanno spostando verso il Partito popular o Vox. Il panorama politico nella città è quindi sempre più polarizzato, e l’eventualità che emergano tensioni sempre più reale.

Martin, 30 anni, nel quartiere di Gràcia a Barcellona

Il quartiere di Gràcia, nel centro di Barcellona, è uno dei centri del movimento indipendentista catalano. Qui le bandiere catalane sventolano da numerose finestre e la maggior parte della popolazione vota per i partiti indipendentisti più intransigenti. Martin, trentenne originario di questo quartiere, domenica voterà per Cup (Candidatura d’Unitat Popular), un partito indipendentista di sinistra radicale, che rischia di non superare la soglia per ottenere una rappresentanza in parlamento. «È un partito che ha dei principi, che difende gli interessi catalani», dice Martin, per cui la questione dell’indipendenza catalana e della difesa della cultura catalana è stata determinante nella scelta elettorale.

Nuria, di 22 anni, e Helen, di 23 anni

Non tutti i catalani che supportano l’indipendenza voteranno per partiti indipendentisti. Nuria, abitante di Gràcia di ventidue anni, è ancora indecisa: «In questa elezione bisogna forse fare un voto strategico, per il Partito Socialista o per Sumar,» dice la ragazza, «anche se non sono d’accordo con tutto quello che dicono questi partiti, preferisco che vincano loro piuttosto che la destra», fa eco Helen, di ventitré anni. A entrambe, la possibilità che un partito di estrema destra come Vox possa far parte del prossimo governo spaventa parecchio: «toglieranno diritti a tutti», dice Nuria, preoccupata che la lingua e la cultura catalana non saranno più protette come adesso, ma anche che un governo di destra comporterebbe passi indietro su temi quali i diritti delle donne e della comunità Lgbtiq+. «Se Vox vince ci saranno delle tensioni e dei problemi, soprattutto qui a Barcellona,» dice Helen, «la gente scenderà in strada, e anch’io lo farò».

Sono molti i catalani, favorevoli all’indipendenza della regione, che metteranno la causa indipendentista in secondo piano domenica e voteranno per i partiti nazionali di sinistra per evitare un governo di destra. Un’inchiesta svolta nella regione ha infatti previsto che il Partito Socialista Catalano (Psc, che rappresenta il Psose nella regione autonoma) sarà il primo partito alle elezioni di domenica, superando sia Esquerra Republicana de Catalunya (Erc) che Junts, i due principali partiti indipendentisti assieme al più piccolo Cup.

Un manifesto elettorale di Vox nel quartiere di Sarrià, a Barcellona, su cui c’è scritto «vota per ciò che importa»

Alcuni degli abitanti di Barcellona che sono invece contrari all’indipendenza della regione vedono quindi di buon occhio la posizione della destra e la possibilità di un governo del Partido popular e di Vox. Luis, catalano di sessantacinque anni, pensa che la possibilità dell’indipendenza catalana sia «un orrore» e domenica voterà per il PP. «Il governo attuale non ha fatto abbastanza per contrastare l’indipendentismo catalano», dichiara.

Un altro abitante di Barcellona di trentotto anni, che preferisce rimanere anonimo, voterà per Vox. La prima ragione che cita per questa scelta è proprio il tema del patriottismo: «Sono catalano, famiglia catalana, cognome catalano», dichiara, «ma credo nell’unità nazionale e desidero una patria che sia la Spagna». Anche secondo lui, il governo non ha dimostrato di avere abbastanza a cuore l’unità della Spagna, e di aver fatto troppe concessioni agli indipendentisti.

Esther, 59 anni, nel suo quartiere Nou Barris a Barcellona

Non tutti i catalani contrari all’indipendenza hanno abbracciato le posizioni del Partido popular e di Vox: molti sono rimasti fedeli al presidente Sánchez e voteranno Psoe o Sumar domenica. Esther, cinquantanove anni, voterà Psoe. Estremamente preoccupata dalla possibilità che il PP e Vox formino un governo di coalizione, Esther è particolarmente spaventata dalla vicinanza di Vox con il franchismo. «Sono nata nel 1964 e ho vissuto la mia infanzia [fino al 1975] nell’era di Franco; allora c’era molta più oppressione, non c’era libertà, non potevi parlare per strada e dire quello che pensavi, molte idee erano perseguitate, solo le persone con i soldi avevano accesso all’istruzione: non voglio che si ripetano le cose che ho vissuto nella mia infanzia, molte idee di Vox mi fanno paura».

Nata e cresciuta a Barcellona – nel quartiere popolare di Nou Barris – da genitori provenienti da altre regioni della Spagna, Esther non vede di buon occhio il movimento indipendentista, ed è anche per questo che vota Psoe, un partito che difende l’unità della Spagna. Nou Barris è una roccaforte del Psoe: questo quartiere è stato costruito infatti negli anni Cinquanta, per accogliere la forte immigrazione verso la Catalogna da parte di regioni più povere della Spagna. «Sono nata a Barcellona e sono catalana, ma mi considero soprattutto spagnola, e sono contraria all’indipendenza catalana: ci vedo più svantaggi che vantaggi», dice Esther, «per me l’indipendentismo è un male tanto quanto l’estrema destra».

*Tutte le foto contenute nell’articolo sono di Elena Colonna

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