Contro l’oppressioneIl trionfo del libertarismo al FreedomFest di Memphis

Nella città del Tennessee che registra uno dei tassi di criminalità più alti negli Stati Uniti, oltre duemila pensatori si sono riuniti per fare rete e condividere riflessioni sul tema della libertà politica ed economica

Unsplash

A Memphis, duemila libertari si sono riuniti da mercoledì a sabato scorsi per il FreedomFest, promosso dall’economista Mark Skousen nel 2007. «L’idea alla base del FreedomFest», spiega Skousen, «è che da tempo ho l’impressione che stiamo perdendo la battaglia per la libertà. Così mi è venuta l’idea di creare un raduno nazionale di difensori della libertà in cui una volta all’anno ci incontriamo per imparare gli uni dagli altri, fare rete, socializzare e celebrare la libertà (o ciò che ne rimane)».

In breve tempo, ha definito l’evento come «il più grande raduno di menti libere del mondo», un’organizzazione indipendente senza affiliazioni a partiti politici. L’attrattiva del festival è aumentata dal fatto che si svolge in concomitanza con altri eventi: il Global Financial Summit (una conferenza sugli investimenti) e l’Anthem Film Festival (il più grande festival cinematografico libertario del mondo). Ogni anno c’è un oratore famoso. In passato sono intervenuti William Shatner (il capitano James T. Kirk in Star Trek) e la leggenda del pugilato George Foreman; quest’anno è toccato a Mike Rowe della serie televisiva Dirty Jobs.

Memphis ha un tasso di criminalità molto alto, con statistiche ufficiali che registrano mille e settecentocinquanta crimini ogni centomila residenti – solo tre città americane hanno un tasso più alto. Questo stato di cose è stato toccato nella relazione tenuta dall’allenatore di football Bill Courtney sul sistema giudiziario americano. Sebbene gli Stati Uniti mandino in prigione più persone di qualsiasi altro Paese, la criminalità è in costante aumento. Il problema, ha detto, è il tasso di recidiva del settanta per cento. Ha illustrato le iniziative private volte a inserire gli ex detenuti nel mondo del lavoro, che hanno ridotto il tasso di recidiva fino all’otto  per cento.

A volte si comincia con cose semplici, come un’iniziativa per convincere i senzatetto a prendere lezioni di jogging: «All’inizio erano in pochi a partecipare, poi sono diventati centinaia. Il solo fatto di imparare la disciplina di alzarsi alle sei ogni mattina ha fatto la differenza». Il suo messaggio: «Non aspettate il governo. Non risolverà i problemi. Cominciamo da soli». È orgoglioso del fatto che i suoi progetti si realizzino senza alcun sostegno da parte dello Stato: «Non è stato utilizzato nemmeno un dollaro pubblico».

Il “wokeismo” è stato oggetto di numerosi interventi, tra cui quello di Vivek Ramaswamy. Il trentottenne è il più giovane candidato alle primarie presidenziali del Partito Repubblicano del 2024. Il New York Times lo ha definito un candidato anti-woke. Il problema, ha detto, è che sempre più americani si definiscono vittime. Si oppone anche alle linee guida ESG (Environmental, Social and Governance), che secondo lui stanno portando alla politicizzazione dell’economia e in definitiva all’abolizione dell’economia di libero mercato, perché imprenditori e consumatori non decideranno più cosa produrre e dove investire. «Il capitalismo è il sistema migliore!», ha esclamato, una convinzione che, nonostante le differenze, ha unito tutti i libertari presenti alla FreedomFest.

Steve Forbes è salito sul palco e ha criticato gli Stati Uniti e l’Europa per aver sempre più virato verso il «socialismo moderno». Con questo intende dire che: «In passato, i socialisti nazionalizzavano la proprietà privata. Oggi, lo stesso obiettivo viene perseguito attraverso una sempre maggiore regolamentazione statale». Questo, ha spiegato, indebolisce la proprietà privata, riducendola a un guscio vuoto. Sempre più spesso sono i politici e i funzionari pubblici – e non le aziende e i consumatori – a decidere cosa produrre. Le banche centrali, ha proseguito, si comportano sempre più come le autorità di pianificazione dei Paesi socialisti. Secondo Forbes, le politiche delle banche centrali stanno sempre più manipolando le valute.

La trasformazione dell’economia oggi si svolge principalmente all’insegna della lotta al cambiamento climatico, che è stato il tema del discorso di Michael Schellenberger. A differenza di molti repubblicani, egli non nega il cambiamento climatico, ma ritiene che i suoi effetti siano stati esagerati da statistiche falsificate e da scenari apocalittici non comprovati. Sottolinea inoltre le contraddizioni delle politiche di molti governi: in Germania, ad esempio, lo Stato ha deciso di eliminare gradualmente le centrali nucleari, lasciando il Paese dipendente da altri Paesi per l’importazione di elettricità prodotta dalla combustione del carbone.

Il tema di una sessione è stato il possibile aumento delle tasse sui ricchi negli Stati Uniti. L’economista Lanny Ebenstein ha sostenuto che le tasse sui ricchi dovrebbero essere aumentate al cinquanta per cento. La sua argomentazione: anche quando l’aliquota fiscale era del settanta per cento o superiore, l’economia statunitense ha registrato una crescita molto forte, mentre in tempi di tasse basse tendeva a ristagnare. L’economista Arthur Laffer, divenuto famoso come consulente di Ronald Reagan e il cui nome è stato associato alla “Curva di Laffer”, secondo la quale la riduzione delle tasse porta a un aumento del gettito fiscale e a una maggiore crescita, era in netto disaccordo.

L’errore di Eppenstein: confonde le aliquote fiscali marginali con le tasse effettivamente pagate. Nei periodi di aliquote fiscali molto elevate che cita, c’erano così tanti metodi per alleggerire gli oneri fiscali che quasi nessuno pagava le aliquote elevate al centro della tesi di Eppenstein. Un esempio: nel 1962 l’aliquota marginale massima era del novantuno per cento. Al netto di deduzioni e crediti, solo quattrocentoquarantasette dei settantuno milioni di contribuenti pagavano effettivamente le tasse all’aliquota massima.

Sono intervenuti anche relatori provenienti da altri Paesi, come Gloria Alvarez, trentotto anni, che si è recentemente candidata alle elezioni presidenziali del Guatemala, ma ha perso contro due candidati di sinistra. La sinistra governa ormai nella maggior parte dei Paesi dell’America Latina – recentemente ha vinto in Brasile, Colombia, Perù. Secondo Alvarez, la vera ragione del successo dei candidati socialisti in tutta l’America Latina è il fallimento dei governi di destra, che spesso sono stati completamente corrotti e preoccupati solo di difendere i privilegi. La privatizzazione, ha spiegato, ha solitamente significato vendere le ex imprese statali a basso costo agli amici.

Le entrate fiscali, lamenta Alvarez, sono utilizzate in modo improprio, finanziando in gran parte burocrazie elefantiache e sindacati – solo il due per cento della spesa pubblica, sottolinea, è investito nell’importante settore della sicurezza interna. Secondo Alvarez, lo Stato di diritto deve essere rafforzato drasticamente e questa quota deve essere portata al cinquanta per cento. Allo stesso tempo, sostiene la legalizzazione della marijuana e della prostituzione, perché è solo la criminalità organizzata a trarre vantaggio dai divieti, mentre la polizia e i tribunali non possono concentrarsi sui compiti davvero importanti. 

Sostenendo il diritto all’aborto e la legalizzazione delle droghe, i libertari come Alvarez si distinguono dalla destra tradizionale, ma nel campo della politica economica sostiene una flat tax e una notevole riduzione del ruolo dello Stato e più capitalismo. La tesi della Alvarez è che lo Stato è troppo forte dove dovrebbe essere debole – soprattutto nell’economia – e troppo debole dove dovrebbe essere forte, cioè nel campo della sicurezza interna. Meno interferenze statali nell’economia e più fondi per la polizia e la giustizia, è la sua soluzione.

C’è stata un’accesa discussione sul nuovo nazionalismo negli Stati Uniti e sul fatto che sia un pericolo o meno. Bryan Caplan, un libertario che sostiene le frontiere aperte, ritiene che il nazionalismo sia una grande minaccia. In tutto il mondo il nazionalismo è un pericolo, che sia in Russia, in Cina o negli Stati Uniti, ha affermato. Rich Lowry, in opposizione alla posizione di Caplan, ha sostenuto che in un momento in cui la sinistra cerca di dividere la società attraverso una politica identitaria woke, c’è una lealtà che tiene unito il Paese, ed è l’impegno per la nazione.

Uno dei momenti salienti dell’evento è stato il lancio di una nuova serie di video: Steve Forbes on Achievement di Steve Forbes e izzit.org. Eroi del capitalismo potrebbe essere un titolo migliore, in quanto Forbes traccia i profili di dieci imprenditori e mette in evidenza ciò che possiamo imparare sull’economia di mercato dalle loro vite.

L’Anthem Film Festival ha offerto trentadue film, quindici panel e quattro conferenze su temi quali la libertà di parola, l’imprenditorialità, la lotta contro l’oppressione, le serrate da Covid, i Bitcoin, Calvin Coolidge e l’importanza della paternità. The Exiles, un film prodotto da Steven Soderbergh, ha vinto il premio per il miglior documentario, mentre il premio per il miglior cortometraggio documentario è andato a To My Father, una storia commovente di Troy Kotsur di cui si parla come di un potenziale candidato all’Oscar. The Unredacted, un film che è stato cancellato da diversi festival cinematografici importanti dopo le proteste scoppiate al Sundance, ha vinto il Gran Premio Anthem.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter