Politica intermittenteIl pranzo di Draghi, il digiuno di Renzi e l’arte di nutrirsi parcamente in pubblico

Dateci una prima serata televisiva con Renzi e Calenda che si confrontano su chi è dimagrito di più e come, con alla fine Super Mario a spiegare quanto sia inattaccabile il disinteresse per il cibo

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Nell’aprile del 1935 un figlio di papà che sta per compiere diciott’anni compila il suo bravo modulo per richiedere l’onore d’essere ammesso ad Harvard. Anzi, per dirla come da suo modulo: l’invidiabile distinzione.

Dice delle cose ordinariamente compiacenti sul fatto che nessuna università è come Harvard e che vuole frequentare la stessa università del padre; ignaro che, ottantotto anni dopo, la Corte suprema vorrà abolire l’affirmative action (le quote d’ammissione per gli studenti neri nelle università) e l’intelligentissimo dibattito verterà su: allora aboliamo anche le legacy admission, cioè quelli che l’università fa iscrivere perché i genitori sono dei pezzi grossi, hanno studiato qui, hanno dato dei soldi alla facoltà (in Italia, dove crediamo d’aver inventato il nepotismo, li chiameremmo: raccomandati).

Se il diciassettenne, nel ’35, sapesse che nei successivi decenni entrerà nella storia abbastanza da far poi ritirare fuori il suo modulo di richiesta ai dibattenti del ventunesimo secolo, se John Kennedy sapesse che diventerà il presidente degli Stati Uniti, starebbe più attento a quel che scrive?

Forse no: non diventi John Kennedy senza conoscere già a diciassette anni le tue ambizioni e le tue potenzialità. Forse no: è già attento, quello è un temino perfettamente innocuo, e neanche il più scafato politicante può prevedere che poi verrà un secolo in cui tutto farà brodo polemico, anche dire eh ma allora Kennedy eh ma con le legacy admission come la mettiamo.

A Fiumicino c’è un ristorante stellato? Dentro l’aeroporto, intendo, non nel comune di Fiumicino. Me lo chiedo da quando qualcuno ha poco educatamente scattato una foto di Mario Draghi che mangiava a un triste tavolino aeroportuale con davanti a sé una triste bottiglietta di plastica d’acqua neppure gassata, l’ha poco educatamente pubblicata, e questo paese qui – che pur di non lavorare dibatterebbe di tutto, e non ha corti supreme che gli diano spunti polemici – si è profuso in lodi alla sobrietà dell’uomo, lui sì che, mica come questi crapuloni.

Ora, io non dubito che Mario Draghi sia un uomo sobrio, ma mi piacerebbe conoscere l’alternativa. Cioè: poteva ordinare un astice, dalla triste ristorazione aeroportuale? Ma anche: sarebbe stato intelligente farlo?

A Heathrow c’è almeno un caviar bar, a me il caviale fa schifo e se pure mi piacesse non sarebbe l’aeroporto il posto che scelgo per mangiarlo, ma gusti a parte: uno che non somigli a Draghi in sobrietà percepita, uno neppure particolarmente furbo politicamente, non so, un Boris Johnson, sarebbe comunque così fesso da mangiare caviale in mezzo a migliaia di telefoni con fotocamera?

Non voglio neanche teorizzare che, nel tempo in cui viviamo, in cui la pubblicistica si alimenta di santini della sobrietà e linciaggi di chi viene meno, in cui in morte di Flavia Prodi non c’era un bolognese che non testimoniasse d’averla vista in fila alla biglietteria della stazione, in cui per Anna Finocchiaro ci mancava poco chiedessimo il 41 bis perché un agente della sua scorta aveva avuto la cavalleria di spingerle il carrello dell’Ikea, non voglio neanche teorizzare che in questo tempo sbandato sia un’accurata strategia d’immagine nutrirsi parcamente in pubblico.

Se andate sull’Instagram di Matteo Renzi ci trovate un’intervista che ha dato a Porta a porta in cui, con una bislacca forma di preterizione, premette di essere «colpito che questa cosa abbia fatto notizia più di un intervento in Senato», e poi procede a parlare di «questa cosa», cioè il semidigiuno. Tra l’altro dicendo una serie di sbagliatezze tecniche, descrivendolo come un’astensione temporanea dagli «zuccheri» (amici spettatori, non date retta a Renzi: non è che nelle ore di digiuno potete mangiare le uova col guanciale).

Lo guardavo e pensavo: adesso lo linciano. Gli italiani se sentono la parola «digiuno» gli risalgono dal cervello rettile le privazioni di guerra, non capiscono più niente, iniziano a delirare di induzione all’anoressia delle ragazzine, pensano che saltare la cena ti porterà alla morte, sembrano mia nonna quando temeva deperissi perché avevo rifiutato il terzo piatto di frittura.

Renzi dice d’aver perso sei chili col digiuno intermittente, e io penso che dei veri gender gap non ci occupiamo mai: una donna dell’età di Renzi, per perdere sei chili, oltre al semidigiuno deve come minimo fare una dieta proteica, mica scofanarsi come riferisce di fare lui qualunque cosa purché in orari contingentati (ma poi sarà vero? Chi pensa che i politici mentano non sa quanto menta la gente a dieta).

Renzi dice di averli persi col digiuno intermittente e io penso: chissà come li ha persi Calenda. È dimagritissimo anche lui, è l’evidente calo di peso della fine degli amori, quando tutti e due vogliono diventare più fighi di com’erano per far rimpiangere all’altro l’occasione perduta.

Renzi si finge stupito dell’interesse per la sua dieta (chissà a cosa dovremmo interessarci: al maggioritario?), e io penso ma non si potrebbe avere finalmente un talk-show interessante, una prima serata in cui Renzi e Calenda confrontassero le loro diete?

Se posso permettermi un consiglio agli autori televisivi, sul finale farei entrare Draghi. A spiegare in due frasi secche che no, non puoi avere il controllo della tua immagine in un’epoca in cui chiunque può fotografarti ovunque e chiunque può tirare fuori un temino di quand’eri adolescente. Ma puoi comunque primeggiare se, per natura o per cultura, per vocazione o per disciplina, sei così autenticamente disinteressato al cibo da mangiare quel che si trova in aeroporto, e da non trovarti quindi mai a dover avere a che fare con quel segno di debolezza caratteriale che è una dieta.

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