Da fortezza a comunitàLa crescita economica europea passa anche dalla mobilità dei migranti

I ventisette Stati membri devono condividere le buone pratiche per favorire l’integrazione delle persone provenienti da Paesi terzi nel mercato del lavoro Ue

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Come avviene ormai da dieci anni, il tema delle politiche migratorie fa parte del menu costante delle riunioni del Consiglio europeo ed anzi dall’inizio della legislatura 2014-2019 è stato considerato una questione di interesse europeo e il Trattato di Lisbona ha fissato nello spazio sulla libertà, sicurezza e giustizia regole e politiche per rendere comune il governo dei movimenti di persone che giungono nell’Unione europea per essere integrate sul mercato del lavoro (i cosiddetti migranti economici) o di coloro che fuggono da paesi dove si muore per guerre, disastri ambientali, desertificazioni ed espropriazioni violente delle terre per chiedere che vengano riconosciuto loro e alle loro famiglie il diritto di asilo riconosciuto dalle convenzioni internazionali e dalla Carta dei diritti fondamentali.

Conoscendo la situazione drammatica ed insostenibile dei paesi di origine di queste persone che determina quello che viene definito un push factor e cioè la spinta a fuggire da contrapporre al cosiddetto pull factor e cioè il fattore di attrazione facilitato secondo una grottesca narrazione dalle organizzazioni non governative e dallo slogan «accogliamoli tutti», la distinzione fra migranti economici e richiedenti asilo è spesso difficilmente comprensibile e giustificabile.

Progressivamente, la grande maggioranza dei governi nazionali nell’Unione europea ha condiviso la campagna di disinformazione che individua negli extracomunitari uno dei mali delle nostre società: l’aumento delle violenze e della criminalità, l’evaporazione dei nostri valori definiti nelle nostre supposte origini giudaico-cristiane, i costi della loro accoglienza, la sottrazione dei posti di lavoro ai disoccupati europei. 

Spinti da queste campagne populiste o essendo loro stessi all’origine di queste campagne per aumentare il proprio consenso elettorale, i governi hanno abbandonato l’approccio olistico che era stato posto al centro delle politiche migratorie e il principio della persona umana che era stato posto a fondamento dello spazio di libertà, sicurezza e giustizie nel Trattato di Amsterdam a maggio 1999 e poi nel programma di Tampere a novembre dello stesso anno – per mettere l’accento sui temi della sicurezza interna ed esterna e dare la priorità alla gestione dei flussi migratori che si traduce nella difesa delle nostre frontiere esterne ma anche nel controllo delle frontiere interne con la sospensione delle regole dello spazio di Schengen..

Dalle Nazioni Unite alle analisi economiche e sociali, dai dati dell’Eurostat ai rapporti di organizzazioni che agiscono in Europea e nei paesi di origine come Caritas Internazionale per finire alle relazioni della Corte dei Conti sul PNRR tutti gli elementi della campagna di disinformazione possono essere facilmente smontati l’uno dopo l’altro, la difesa delle frontiere esterne anche attraverso installazioni elettroniche o addirittura muri e fili spinati non è in grado di frenare la mobilità di persone che solo in una percentuale marginale scelgono la via dell’Europa alla ricerca dell’asilo, l’accelerazione delle domande di lavoro non trova risposte adeguate fra i lavoratori europei dopo la fine della pandemia, danni economici derivano dalla frammentazione del mercato interno, last but not least non si possono dimenticare l responsabilità europee nella espropriazione delle terre insieme ai conflitti aiutati dalla vendita delle nostre armi e dai disastri ambientali.

Di fronte agli orientamenti di populismo disumano dei governi nazionali che si sono consolidati nelle decisioni del Consiglio europeo del 9 febbraio in cui si autorizza la Commissione europea ad usare i fondi europei per rafforzare la difesa delle frontiere interne ed esterne, il rispetto delle convenzioni internazionali e della Carta dei diritti fondamentali esige il rafforzamento dei corridoi umanitari che devono essere avviati a partire dei paesi di origini o dei paesi limitrofi usando le delegazioni dell’Unione europea e i consolati degli Stati membri, la creazione di un Mare Nostrum Europeo per il  salvataggio in mare, una più equa distribuzione dei richiedenti asilo fra i paesi europei secondo il principio giuridicamente vincolante della solidarietà iscritto nell’articolo ottanta del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e di una ricollocazione fondata sui ricongiungimento familiare e dell’integrazione etnica, politiche di inclusione attraverso il ruolo delle comunità locali e delle organizzazioni della società civile.

Si tratta di esigenze condivise dalla maggioranza del Parlamento europeo nelle proposte di revisione del Regolamento di Dublino, a partire dal Migration Pact presentato dalla Commissione europea nel settembre 2020, che hanno richiesto una più grande ambizione e coraggio politico per contrastare gli orientamenti inaccettabili dei governi e che sono state ricordate da Juan Fernando Lopez Aguilar, presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo, nella visita della Commissione a Lampedusa. 

Tutto ciò è necessario e urgente sapendo che la mobilità delle persone non il frutto di un’emergenza ma un fenomeno strutturale che durerà a lungo nel tempo, che sarà legato allo sviluppo economico e demografico del continente sub-sahariano e alla cooperazione fra l’Unione europea e i paesi dell’Africa settentrionale ma tutto ciò non basta.

Servono azioni europee per favorire l’integrazione delle persone provenienti da paesi terzi nel nostro mercato del lavoro estendendo nell’Unione europea best practices, che dovrebbero essere inserite sia come investimenti europei nella revisione del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 sia come misure comuni nelle politiche europee per l’occupazione, la politica sociale, il Fondo Sociale Europeo ma anche il contributo europeo alla dimensione europea dell’educazione e della formazione professionale. 

Fra le best practices citiamo le politiche migratorie attuate in Canada con il Refugee and Humanitarian Resettlement Program, In Canada Asylum Program e Blended Visa Office-Referred ma soprattutto la decisione del governo tedesco di introdurre entro la fine del 2023 una nuova legge sull’immigrazione che prevede nuove opportunità di ingresso in Germania per motivi di lavoro e di formazione che faciliti l’integrazione dei professionisti ma anche la manodopera qualificata a cui si aggiunge una carta delle opportunità per le persone che non hanno ancora una offerta di lavoro concreto e la riduzione degli ostacoli all’immigrazione dai Balcani occidentali.

In Germania, inoltre, si vuole affiancare alla legge sull’immigrazione una riforma della legge sulla cittadinanza che faciliti la naturalizzazione facendo passare il doppio passaporto dall’eccezione ala regola. Si tratta di proposte valutate positivamente dagli economisti e dal mondo dell’industria mentre hanno attivato le reazioni molto critiche della CDU/CSU per non parlare della AFD che attaccano sia la riforma sulle politiche migratorie che quella sulla cittadinanza.

Come sappiamo in Italia ha funzionato fino al 2018 il sistema degli SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) che è stato abolito dal ministro degli interni Matteo Salvini nel governo Conte-I con il decreto 113/2018 e sostituito dal Siproimi mutando i destinatari dal sistema di accoglienza da richiedenti asilo a titolari di protezione internazionale così come sono state best practices quelle di Badolato e di Riace.

Può essere inserita in questo stesso spirito l’edizione ormai quinquennale del programma della Confindustria Welcome for Refugee integration della Confindustria in cui vengono premiate aziende italiane che hanno promosso percorsi di inclusione lavorativa.    

Una nuova importante best practice viene dal progetto pilota dei corridoi lavorativi o professionali promossi e realizzati dalla Conferenza Episcopale Italiana attraverso la Caritas Italiana e la Chiesa di Milano nell’ambito del progetto EU-Password cofinanziato dal fondo AMIF con una prima sperimentazione a livello europeo e come parte delle positive esperienze dei corridoi umanitari.

L’iniziativa si basa su una forma innovativa di collaborazione fra la Caritas italiana – che si occupa dell’individuazione di beneficiari con necessità di protezione internazionale in paesi di primo asilo nell’ambito dei protocolli già siglati di corridoi umanitari – e Consorzio Communitas che garantisce il contatto con le aziende, il tutoraggio aziendale, la formazione al lavoro e l’accompagnamento costante.

Proprio il contatto con una azienda e l’inserimento lavorativo (i cosiddetti corridoi lavorativi o professionali) della persona rifugiata rappresenta una delle novità rilevanti della sperimentazione perché assicura una sostenibilità nel tempo dell’accoglienza e una maggiore certezza di integrazione della persona rifugiata.

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