1966-2023Ascesa e caduta di Sinéad O’Connor, e del rock che sapeva ancora scandalizzare

Da anni l’artista irlandese lottava con la sua malattia mentale, e la vulnerabilità è sempre stata la sua cifra. È spesso sembrata un’estranea, ma la sua silhouette non è mai andata via

AP/Lapresse

Sinéad O’Connor da Glenageary, Irlanda, è morta a soli 56 anni. Cause ancora da accertare – con molte probabilità sollevando altro dolore e rimpianto. D’altronde Sinéad era andata via tanto tempo fa e tutti gli appassionati di musica, i più stagionati dei quali erano rimasti folgorati al suo primo manifestarsi, lo sapevano benissimo.

Lei, del resto, da un pezzo non faceva mistero della sua malattia mentale e ne parlava come del suo miglior nemico, col quale non smetteva di combattere e al quale non aveva ancora voglia di soccombere.

Da poco poi, inaspettatamente, aveva fatto sapere con un post su Facebook d’aver preso la grande decisione: tornare a Londra dopo ventitré anni, completare un album che stava registrando a singhiozzo e poi partire per un tour mondiale che l’avrebbe vista protagonista nel 2024/25.

Chissà quanto c’era di vero e quanto di immaginato. Sinéad non era nemmeno mai stata avara di particolari sulla sua adolescenza, a cominciare dalla madre che l’aveva maltrattata al punto da spingerla a diventare, una volta adulta, una delle voci più potenti del Regno Unito contro la violenza sui bambini. Era stata un’adolescente difficile, una piccola ladra, un disastro di studentessa. Poi, ancora teenager, aveva registrato un demotape e la sua vita era cambiata.

A Dublino era entrata nell’entourage degli U2 e nel 1987 aveva pubblicato un album, a soli vent’anni, che le aveva garantito il successo, un’immediata fama e una nomination ai Grammy come migliore voce rock femminile – s’intitolava “The Lion and the Cobra” ed era il prologo del suo vero e proprio successo internazionale, arrivato al secondo disco, “I Do Not Want What I Haven’t Got,” che in scaletta aveva quella rilettura di Prince e di “Nothing Compares 2 U” che la proietterà in testa alle classifiche di mezzo mondo.

Una carriera musicale che sarebbe proseguita senza altri picchi fino al 1993 e all’apparizione al “Saturday Night Live” in cui Sinéad strappa in mille pezzi una fotografia del Papa, intonando una versione a cappella di “War” di Bob Marley, in segno di protesta contro gli abusi sessuali perpetrati dai sacerdoti cattolici contro i minori.

È lo scandalo che apre la crepa fatale nella sua carriera e inaugura il periodico bollettino medico sulle sue condizioni mentali, presto trasformatosi in un corollario degli eccessi del pop. Nel 1999 Sinéad tenta il suicidio nel giorno del trentatreesimo compleanno, poco dopo aver preso i voti come sacerdotessa della Chiesa latina tridentina (nel 2018 seguirà una conversione all’Islam, in occasione della quale assumerà il nome di Shuhada Sadaqat).

Nel 2003 le viene diagnosticato un grave disturbo bipolare e nel 2007 in un’intervista decide di mettere a parte il pubblico di tutta la verità sulla propria condizione. Da quel momento, mentre i media assumono atteggiamenti sempre più imbarazzati nei suoi confronti, si occupa in prima persona d’informare il mondo riguardo alle violente turbolenze della sua esistenza: nel 2013 critica Miley Cyrus per l’esplicita immagine sessuale che propone, nel 2015 racconta su Facebook di una sua overdose seguita alla lite col suo ex-marito, nel 2017 confessa d’essere ormai vittima di disturbi psichici multipli e di aver perduto la custodia del figlio tredicenne Shane. Ammette di sentirsi perseguitata da manie di autodistruzione, tenuta in vita soltanto dagli psichiatri che la curano. Chiede aiuto ai familiari e si dice convinta d’essere vittima di una perenne persecuzione.

L’anno scorso Shane, uno dei quattro figli avuti da quattro uomini diversi, si suicida a soli diciassette anni. Le successive cronache la descrivono rinchiusa in una casa di cura, ad anni luce da quella lei che aveva stregato il caravanserraglio del pop. Eppure nel tempo nessuno si è dimenticato di lei, della sua incredibile performance di tanti anni fa gorgheggiando “Nothing Compares 2 U”, di quel suo look teneramente trascendente da skinhead.

La vulnerabilità è sempre stata la sua cifra, quanto i suoi esaurimenti, la sua indomabilità, le sue contraddizioni, i suoi deliri caotici, pieni di rabbia e di verità. Il suo mondo era in bianco e nero, demoni e santi, paura, peccati e redenzioni. Ha traversato il mondo della musica come un’estranea occasionale, eppure la sua sottile silhouette non è mai andata via. La sua debolezza resta un monito alieno, residuo di uno stile di vita e di una condizione imbarazzante, oggi rimossa, impresentabile. Tutte questioni, per molti versi, connesse, annodate e partecipi della strana, irregolare, malata e seminale idea del rock.

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