L’ombra del CavaliereLa sfida titanica di Tajani e il lento declino di Forza Italia

Il politico di grande esperienza, ma senza particolare carisma, è diventato segretario del partito più personale del nostro Paese. Per ora gode dell'appoggio della famiglia Berlusconi, ma le elezioni europee del 2024 decideranno il suo destino

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Non era il predestinato, non era il delfino, non aveva nessuna delle caratteristiche che Silvio Berlusconi faceva finta di cercare per il successore. In quasi trent’anni passati in politica, tra governi e opposizione, il Cavaliere non aveva trovato in nessuno il famoso “quid” per accendere la scintilla di una leadership paragonabile alla sua. E infatti sono caduti in disgrazia tutti coloro che ci hanno osato sfidarlo e provato a sostituirlo. Poi alla distanza è venuta fuori Giorgia Meloni, ma questa è un’altra storia e riguarda il centrodestra. 

Dentro Forza Italia, in passato, Antonio Tajani non è mai stato preso in considerazione per la guida del partito. È sempre stato l’ufficiale di collegamento con le istituzioni europee e il Partito Popolare, ha ricoperto ruoli apicali come quello di commissario e di presidente dell’Europarlamento. Una vita politica quasi tutta passata tra Bruxelles e Strasburgo, a spendersi per smussare e sopire le uscite pirotecniche del capo, a minimizzare gli scontri con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, a chiedere scusa per la provocatoria offerta che l’allora presidente del Consiglio italiano fece al socialista tedesco Martin Schulz: la parte del kapò in un film. Un’offerta contundente fatta nell’aula del Parlamento europeo quando Tajani era commissario all’Industria. E lui, il mediano di lusso, sempre lì a recuperare palloni, senza mai entrare in competizione con quei compagni di partito che a Roma sgomitavano, impegnati in lotte di gelosia per chi doveva godere dei momentanei e ciclici favori di Re Sole. 

Ora il paradosso esponenziale è che il meno carismatico è diventato il segretario del partito a guida tipicamente carismatica. Ma all’uomo più democristiano e prudente di Forza Italia («In ventotto anni nelle sue dichiarazioni non ha mai sbagliato una parola», diceva di lui Berlusconi), ha la sventura di ereditare un partito a rischio, forse estinzione, proprio nella dimensione politica che gli è più consona, che gli ha dato tutto. Le elezioni europee del 2024 per il ministro degli Esteri sono il banco di prova per eccellenza. Sistema proporzionale, una famiglia politica solida come quella dei Popolari, con un progetto che speriamo fallisca perché uno spostamento a destra troppo marcato frenerebbe ulteriormente il già frenato processo federalista. 

Tajani ha detto mai con madame Marne Le Pen e i nazisti di Alternative für Deutschland. Alleati di Matteo Salvini. Ha aggiunto che se i leghisti vogliono possono accomodarsi da soli nella nuova maggioranza con i Conservatori e liberali. Tranne disastri a sinistra, dovranno acconciarsi con i Socialisti. E questa ipotesi Tajani l’ha già messa in conto, uomo politico di mondo che non si perde in chiacchiere ma potrebbe perdere la guida di Forza Italia se si avvicinerà pericolosamente a percentuali da soglia di sbarramento (quattro per cento). Ovviamente il segretario senza carisma dell’ex partito più carismatico d’Italia galvanizza affermando che gli ultimi sondaggi danno Forza Italia verso il dieci per cento. Non è proprio così. Dopo il primo rimbalzo di due punti in seguito all’emozione della morte di Berlusconi, sembra ci sia che un’eversione di tendenza. 

Mancano ancora undici mesi al voto e cosa potrà inventarsi Tajani è oscuro. Affrettarsi a dire sì alla sanatoria fiscale, come ha proposto Salvini, fa sempre effetto in una parte (larga) dell’opinione pubblica. Sostenere il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la separazione delle carriere significa camminare sulle orme di Berlusconi. Ma niente sarà migliore che mettere nel simbolo, a caratteri cubitali, il nome del Cavaliere defunto, sperando che faccia dal cielo un miracolo. Sarà la mossa più disperata.

Tajani ha alle spalle la famiglia Berlusconi che il giorno della successione, sabato scorso, gli hanno affidato un messaggio scritto per il pubblico, poi uno riservato di incoraggiamento personale politico. C’è la mano di Marina con la quale Antonio si sente quasi ogni giorno. C’è la necessità per le aziende di avere un punto di riferimento politico saldo nel Governo e nel futuro europeo. C’è il sostegno di primogenita a Giorgia Meloni per la quale Tajani è diventato l’alleato più fedele. C’è poi Manfred Weber che si è piazzato per due ore in prima fila al Parco dei Principi per assistere alla piccola incoronazione dell’amico Antonio. E pronuncia parole di miele per il segretario senza carisma ma dall’aspetto bonario come «la scelta migliore per FI, ti ringrazio per la tua leadership, FI è il Ppe in Italia, sono fiducioso nel futuro».

Weber è fiducioso che Tajani gli porti europarlamentari sufficienti a eleggere una sua presidente della Commissione europea (Roberta Metsola magari), mandando a casa Ursula von der Leyen. Ma sta proprio qui la fragilità di Tajani, del suo partito che ha vissuto e sopravvissuto a immagine e somiglianza del Cavalier. Adesso cammina in una terra incognita che potrebbero diventare una terra desolata. 

Da qui alla fine dell’anno il segretario che non ha osato prendere il posto del presidente, capirà cosa conviene fare. Se buttarsi nella mischia mostrando il petto alle pallottole con una lista secca Forza Berlusconi oppure tentare un listone di centristi con frattaglie varie dentro il quale potrebbe tuffarsi Matteo Renzi. E a quel punto il segretario azzurro potrebbe trovarsi anche senza il finto scettro che sabato scorso gli stato consegnato in una infuocata giornata di luglio romana.

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