Tremendamente realeLezioni di umanità da cani australiani politicamente scorretti

“Bluey” è un cartone di cui i bambini si innamorano, anche se è una serie animata fatta per adulti. Parla di diversità, di infertilità e di tutte le cose di solito ritenute sconvenienti, senza mai essere didascalica, senza voler insegnare niente

Immagine tratta dalla pagina Facebook di Bluey

Se avete figli fissati con i supereroi o le gattine glitterate, e non ne potete proprio più, fate come me: andate in un hotel con una normale tv via cavo, piazzateceli davanti e lasciate che guardino quello che passa il convento perché c’è la possibilità che possano innamorarsi inaspettatamente di qualche piccolo gioiello ignorato per conformismo.

Nella mia famiglia è successo un miracolo, perché grazie al caso mio figlio ha finalmente mollato Spiderman&Co e si è appassionato alla serie “Bluey”, dove i protagonisti sono quattro cani antropomorfi: mamma Chilli, papà Bandit, la figlia Bingo, di circa due anni, e Bluey, la figlia grande di quattro.

Bluey è blu e Bingo color sabbia, un fatto già di per sé rivoluzionario in un mondo che ancora oggi divide i maschi e le femmine per colore, assegnando il blu ai primi e tutte le tonalità del rosa alle seconde. Questo ha creato un po’ di confusione all’inizio, poi è stato accettato nonostante il forte sessismo che contraddistingue i treenni e quattrenni (maschi, tocca dirlo). L’altra piccola grande rivoluzione è che i genitori di Bluey e Bingo non sono sempre tolleranti, non sono sempre perfetti, non sono sempre pronti a giocare con le figlie: ogni tanto pure loro stanno al telefono per lavoro e all’ennesima richiesta delle figlie perdono la pazienza e chiedono con durezza di essere lasciati in pace. Anche a loro, se fa caldo, non va di giocare.

Confezionano torte bruttissime, come noi mancati cake designer, e si mettono in un angolo a piangere quando qualcosa su cui hanno investito tutto il pomeriggio – mettendoci il cuore, il tempo e pure il portafogli – non va come dovrebbe. Sono fragili, disperati all’occorrenza, hanno sensi di colpa, sono competitivi, un po’ infantili. Responsabilizzano Bluey e Bingo, ordinando loro di mettere a posto i giocattoli con cui hanno appena giocato, oppure inventandosi giochi da fare durante un breve percorso lungo il fiume, quando la piccola non vuole più camminare e si lamenta che le fanno male le gambe.

Rispondono ai capricci in due modi. Con il gioco, fortemente consigliato da pedagogisti (perché con la teoria sono bravi tutti), e con la perdita della pazienza, fortemente consigliata dalle persone anziane cresciute a pane e ceffoni (lasciando visibili danni). Fanno poi la pace, cercano di rimediare ai propri errori, chiedono scusa. Mamma Chilli è molto più paziente di papà Bandit, che si è preso il ruolo di bambino mai cresciuto. E questo, forse, è l’unico elemento poco interessante del cartone, perché un po’ ricalca un tipo di commedia italiana di vecchio stampo, dove le donne e le mamme sono sempre dolci, pazienti e chiudono un occhio verso la stupidità dei mariti, mentre gli uomini e i padri sono appunto sempre pronti a inscenare la stupideira, come fa Bandit quando deve dar fastidio alla moglie austroungarica con il pupazzo Unicorse. Di contro, un altro importante elemento di modernità è che Bluey e Bingo sono entrambe femmine, dandoci tregua dalla dicotomia tirannica del figlio maschio-figlia femmina.

Da quando la guarda, nostro figlio non solo ha migliorato il suo modo di stare con noi, ma anche noi siamo diventati migliori con lui. Intanto ci chiede di guardare gli episodi insieme, cosa che non succede con gli altri cartoni. E ce lo chiede – credo – perché vuole farci vedere come si fa: come si fa a stare insieme pur litigando, pur nella difficoltà, come si gestiscono i problemi riuscendo a lasciar andare qualche piccolo pezzo di sé.

D’altra parte, io sono apertissima a ricevere consigli da questi cani australiani politicamente scorretti, che sanno parlare di diversità, di infertilità e di tutte le cose di solito ritenute sconvenienti per i bambini, senza mai essere didascalici, senza voler insegnare niente, se non mostrare la materia di cui siamo fatti. E quindi, non solo la vedo accanto a mio figlio, ridendo e spesso – ma davvero spesso – commuovendomi. Ma a volte la vedo da sola quando lui non c’è, perché “Bluey” è la miglior serie a cartoni mai fatta per gli adulti.

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