I sogni son desideriIl nuovo catechismo secondo la Disney

La multinazionale di Burbank non rimane più quieta dentro i confini dell’immaginario di evasione, ma ha sconfinato, sia pure in modo apparentemente neutro il mondo dei valori, della religione, dell’escatologia ultima dell’esistenza umana

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Quando ero un bambino e leggevo i fumetti di Topolino (li leggo ancora ogni tanto, magari rubandoli ai miei figli), non mi ero accorto di un dettaglio fondamentale: le città di Topolinia e Paperopoli erano prive di chiese e partiti. I fumettisti italiani avevano creato un mondo senza religioni e ideologie. I paperi e i topi, come era logico aspettarsi, erano fissi nella loro collocazione sociale ed etica; senza possibilità di riscatto o di movimento. Trattandosi di personaggi eterni e fuori dal tempo non potevano essere soggetti a vere punizioni o ricompense. Come Roger Rabbit nell’omonimo film, non potevano soffrire, ma solo rappresentare: nel mondo della pura apparenza non c’era spazio per i valori dell’esistenza umana e per la loro cornice ideologica.

Non era un caso. I creativi volevano illustrare un mondo immaginario che potesse essere apprezzato da tutti, a prescindere dai loro orientamenti. L’immaginario a fumetti doveva essere, soprattutto, un mondo fantastico in cui tutti, indipendentemente da fedi e visioni del mondo, potessero trovare un momento di leggerezza e di escapismo, al massimo qualche cornetto o qualche aureola passeggera. 

Certo, qualche autore ha osato di più. Se il “signore dei paperi”, Carl Barks, aveva accuratamente evitato riferimenti precisi al mondo reale, il suo successore, il grandissimo Don Rosa, ci ha raccontato la saga dei paperi intrecciandoli con la storia degli Stati Uniti: da Theodor Roosevelt a Edison. Ma persino un grande della matita come lui ha evitato con cura di inserire elementi legati alla religione, alle ideologie o alle lotte civili. 

Oggi, qualcosa è cambiato. La Disney, divenuta un colosso multimiliardario di un impero su cui non tramonta mai il sole e che ha assorbito, una dopo l’altra, alcune delle maggiori società dell’immaginario (dalla Pixar alla Marvel passando per il colosso di Guerre Stellari, la Lucas Film), ha lanciato, per così dire, una OPA sul mondo dei valori. In un numero crescente di produzioni, la casa di Burbank non rimane più confinata dentro i confini dell’immaginario di evasione, ma ha sconfinato, sia pure in modo apparentemente neutro (ma la neutralità è solo un mito), il mondo dei valori, della religione, dell’escatologia ultima dell’esistenza umana. 

In parole povere, Disney si sente abbastanza forte da proporre un modello normativo di quello che il nostro mondo dovrebbe essere. Non si limita più a divertirci con un mondo possibile, ma nelle sue produzioni ci propone un mondo desiderabile e, in fondo, un modello di vita.

Qualcuno obbietterà che, in fondo, stiamo parlando solo di cartoni animati o di serie di fantasia? Pensateci meglio, perché non si può sottovalutare l’impatto e la forza di un colosso stimato in oltre 200 miliardi di dollari e 300.000 dipendenti con il potere di arrivare nelle menti e nei sogni di minori (per età o per condizione). Vi sembra irrilevante? Non credo.

Tuttavia, finora, non si era ancora assistito a una opera teologica che proponesse una visione escatologica universale dell’esistenza umana. È capitato lo scorso 25 Dicembre (data esaugurale) con il nuovo cartone animato della Disney, una sorta di nuovo catechismo, dal titolo senza ambiguità Soul (anima) e distribuito, visti i problemi dovuti alla pandemia, direttamente in streaming (ovvero appropriatamente sul cloud, suggestiva allegoria digitale del cielo ultraterreno) sul canale Disney+. 

Il cartone è la continuazione, anche estetica e autoriale, di un’altra produzione, di qualche anno fa, che aveva avuto grande successo, ovvero Inside Out (2015) dove si proponeva un modello antropologico molto preciso della mente umano. Tra l’altro entrambi i film sono diretti dallo stesso regista, Pete Docter, che era una delle colonne portanti della Pixar già prima che venisse assorbita dalla casa del topo.

In due parole vediamo di che parla il film appena uscito. Un insegnante di musica afroamericano sempre vissuto nell’ombra, il classico underdog, ha l’opportunità della vita: un suo amico gli offre di poter suonare con una grande jazzista in uno dei locali più rinomati di New York. Volete vedere Dio ridere? Raccontategli i vostri piani! Il giorno prima della sua performance, il povero insegnante di musica (che è una versione disegnata del suo creatore, il codirettore Kemp Powers) cade in un tombino e muore. La sua anima va nell’aldilà in una sorta di limbo – arredato probabilmente dall’architetto del reparto bimbi della MacDonald o dell’IKEA – condiviso tra anime in attesa di essere mandate a vivere e anime in coda prima di essere mandate nel grande oltre. In questo limbo, l’anima del simpatico aspirante musicista, con una serie di avventure comiche colorate da sfumature edificanti, cerca di tornare sulla terra per poter, almeno una volta, realizzare il suo sogno. Mescolandosi con altre anime (di uomini e animali per par condicio), il musicista riflette sul senso della vita, su quello che importa veramente finché, tra salti e smorfie, si arriva a un happy ending che, ovviamente, non svelerò per non rovinare la visione.

Il film ha avuto un grande successo di critica e un ragionevole successo di pubblico che, in questi tempi di isolamento casalingo, è difficile da valutare. Ha rastrellato innumerevoli premi. Il sito Rotten Tomatoes ha stimato che il 95% dei 324 critici del film hanno dato un giudizio positivo con un voto medio di 8.3/10 e lo ha giudicato “Un film tanto bello da guardare quanto da rifletterci sopra.” Per Leslie Felperin del The Hollywood Reporter il film è un piccolo capolavoro. Tutto bene? A mio avviso, per nulla, e non per i suoi pregi o limiti artistici ma per quello che ci dice su noi stessi. Qui non faccio un critica cinematografica di Soul, ma prenderò spunto per parlare della cultura che lo rende possibile e lo trova gradevole. Tanto per capirci, qui non voglio parlare, per fare un esempio, se l’ultimo spettacolo dei gladiatori al Colosseo fosse fatto bene e quante bestie feroci siano state uccise, ma sulla cultura che fece sì che uno spettacolo del genere fosse giudicato divertente e, perché no, pieno di significato (leggete Seneca in proposito).

Il film, nella nostra cultura, è possibile perché va a riempire il vuoto esistenziale che caratterizza la nostra epoca, proponendo una teologia che è una brutta copia di quella delle religioni monoteiste; qualcosa a metà tra un cristianesimo da fast food e una metempsicosi prêt à porter. Siamo tutti buoni e saremo tutti salvati, come ai grandi saldi di fine anno al centro commerciale. E non temete: la morte non esiste e gli angeli sono simili alle silhouette al neon degli annunci commerciali. Prima che i lettori mi accusino di essere un difensore di qualche confessione religiosa che si sente offesa, voglio rasserenarli: non lo sono. In questo campo il filosofo che sento più vicino è, semmai, il comico inglese Ricky Gervais. Anzi, proprio perché ritengo che si debba avere una visione razionale dell’esistenza, mi sembra che riempirla con religioni di plastica non sia la soluzione migliore. In fondo, anche se la Disney non ha ancora chiese, ma parchi tematici, sempre di religione si tratta nel momento in cui si propone una visione della vita basata su rassicuranti bugie.

Il fatto che l’esistenza umana non sia più adeguatamente affrontata dalla descrizione scientifica dell’uomo ha aperto, nelle nostre vita, un grande vuoto. In questo senso, nel film, il grande oltre, che non dice nulla ma che si lascia riempire da quello che ognuno vorrebbe, è un grande trucco da venditori di pentole; è la grande promessa dei seduttori seriali che sanno promettere quello che nemmeno loro sanno che cosa sia. 

Senza spoilerare, il film ci propone una visione dell’umanità fatta da anime sotto tutela di entità superiori e incomprensibili, angeli che assistono un mistero insondabile. L’uomo diventa così una creatura immatura e irresponsabile continuamente supervisionata e assistita, dalla nascita fino alla morte fisica per poi essere accompagnata verso il grande bluff (pardon! Il grande oltre). Forse si voleva fare una allegoria della società durante la pandemia. 

Il film piace, come sono sempre piaciute le grandi bugie. Gli esseri umani sono buoni, la morte non è vera, gli angeli ci proteggono e ci guidano. Il cielo è pieno delle anime dei nostri cari che ci aspettano per ricongiungerci. Ognuno è speciale e nessuno sarà dimenticato. Questa teologia ci dice che la nostra cultura è rimasta immatura. Non dite che è solo una favola, perché Biancaneve e Cenerentola erano collocate in un mondo fantastico, mentre l’insegnante sfortunato di musica è nel nostro mondo, è noi.

Il film, nel suo modo divertente e colorato con grande maestria, propone una sua morale. Più che una favola vera e propria è un cautionary tale, un racconto edificante all’interno di una visione dell’esistenza. La Disney, con Soul, ha la tentazione di proporre una sua teologia, ovvero ci vuole dire, con un mito fondativo, quale è il punto di appoggio trascendente che dice a noi esseri umani, prigionieri dell’esistenza contingente del quotidiano, che cosa ha valore (positivo o negativo, bene e male), che altrimenti saremmo, come nei romanzi di Dostoevskij o Camus, prigionieri dell’arbitrio. 

Non è la prima volta. Anni fa, J.R.R. Tolkien aveva, in una serie di movimenti narrativi a ritroso, costruito mondi fantastici che giustificassero e sostenessero la sua prima creazione fantastica: a ritroso lo Hobbit richiede il Signore degli Anelli, che genera il Silmarillion che si origina dal Valaquenta. In questo modo aveva spostato in un’epoca sempre più remota e sempre più trascendente la spiegazione del senso dell’esistenza del quotidiano. Anche C.S. Lewis non aveva esitato a inserire nel suo mondo fantastico fortissimi elementi fantastico-teologici (oltre che in Narnia nella precedente trilogia spaziale e nelle celebri Lettere a Berlicche). E così la religione ha un ruolo fondamentale nelle opere di Frank Herbert e moltissimi altri. Ma finora questo non era stato un prodotto di massa (magari lo era diventato come il Signore degli Anelli) ma non era nato così. Finora non lo aveva fatto la Disney, forse perché rivolta a un pubblico reputato meno maturo e quindi meno capace di distinguere un immaginario fine a sé stesso e l’immaginario religioso che, inevitabilmente, ha una relazione più intima con i valori del vivere. 

Come dicevo sopra, non voglio dare un giudizio estetico e nemmeno rifiutare che si possa giocare con la teologia in chiave di commedia (cosa fatta con grande stile in tantissimi film e racconti). Ma credo che possiamo porci due domande: una politico-culturale e una esistenziale. 

La prima domanda è se ormai le compagnie private sono così forti da riempire il vuoto lasciato dalle ideologie e se, quindi, la Disney può comprare la nostra anima, in senso lato. In questo modo garbato, Soul (e molti altri cartoni) ci offrono un modello normativo e ideale dell’esistenza umana. L’immaginario non rappresenta più solo quello che il mondo non è, ma anche quello che il mondo, pur non essendolo, dovrebbe essere. Ci sta bene? A me qualche fastidio lo dà.

Il secondo interrogativo invece riguarda noi stessi. Si tratta di un quesito esistenziale: siamo davvero messi così male da non sentire, in questa rappresentazione dell’avventura umana, niente che ci infastidisca? Siamo veramente ridotti a criceti in un parco cosmico dove accettiamo di correre verso il grande saldo alla fine dei nostri giorni? Dove è finito l”assurdo che ci sfida per essere fieri di noi”? Scusate, ma nell’anima senz’anima della Disney non trovo niente di soddisfacente né come mito né come scienza.

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