GeosofiaL’era della videopolitica e il rischio del congelamento della guerra in Ucraina

In “Fronte dell’est. Passato e presente di un destino geografico”, edito da Castelvecchi, Salvatore Santangelo descrive attraverso le mappe e le infografiche la guerra mediatica e le conseguenze economiche globali dell'occupazione russa

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Nel mondo contemporaneo, i mezzi di comunicazione di massa – con la loro copertura globale e la capacità di diffondere notizie in tempo reale, ma anche con la possibilità di amplificare a piacimento il minimo episodio (decidendo in piena autonomia il grado di rilevanza di ciascun evento) – dispongono di un immenso potere, frutto, tra l’altro, di un vuoto di leadership politica. L’apice di questo potere, di questa massiccia capacità d’influenza sulle dinamiche d’opinione, è rappresentato dalla cosiddetta “videopolitica”, resa ancor più invadente dall’impatto dei social network.

La televisione (che resta il medium principale) ha i suoi limiti strutturali, a cominciare da un eccesso di emotività, da forti esigenze di spettacolarizzazione, dalla mancanza di approfondimento, dalla propensione a sostituire la realtà con l’irrealtà. Ne consegue che la videopolitica è estremamente pericolosa, poiché obbliga i responsabili politici ad agire non sulla base di un chiaro disegno strategico, bensì sull’onda di impulsi immediati provenienti dall’esterno e accresciuti dalla pressione di un’opinione pubblica emotivamente influenzata. Tutto ciò toglie razionalità alla gestione delle crisi e dei conflitti, e obbliga i governi, in tali circostanze, a disporsi a combattere su due fronti: quello più propriamente operativo e quello mediatico. Il prossimo epicentro di questo scontro sarà sulle rispettive capacità di resistenza dei due contendenti.

Proprio su questo versante si può evidenziare il tallone d’Achille russo, che sta portando alla massiccia censura mediatica e alla violenta repressione delle voci dissonanti. Questa dinamica è intimamente legata al fattore tempo e, benché i tempi russi non siano quelli occidentali, Mosca deve chiudere la partita prima che la morsa economico-finanziaria mini le sue istituzioni e incrini la compattezza del fronte interno, inducendo Putin ad accettare risultati limitati, ma comunque pagati a duro prezzo, militare e politico (il Donbas? La continuità territoriale con la Crimea? La costa del Mar Nero fino a Odessa?).

Purtroppo, non si stanno manifestando né questa razionalità di fondo, né una disponibilità al compromesso: i russi stanno tornando a combattere nel modo che è loro più congeniale. Non escono dalla rete stradale per via della rasputjtsa, ma saturano i centri di resistenza con artiglieria e missili, e rastrellano successivamente le aree urbane: chiaramente, complice il fallimento dei corridoi umanitari, il numero delle vittime civili è cresciuto, e purtroppo crescerà ancora. Torniamo al tema delle sanzioni (di cui più avanti tratteremo lo specifico aspetto energetico): è vero che abbiamo steso un cordone sanitario (per usare un vecchio termine) mai visto precedentemente, una economic warfare su ampia scala, ma la complessità e l’interconnessione creano un sistema di retroazione che non può essere controllato in termini di tempo e di magnitudo.

Come il sistema climatico, presenta lo stesso problema di espansione della previsione. Se si creano le condizioni di una biforcazione del sistema complesso, non si può predire verso quale nuovo equilibrio esso tenderà alla fine. La guerra economica è come la guerra nucleare: il fallout prima o poi rischia di investire anche chi l’ha iniziata. Questo perché entrambe si svolgono in ambienti connessi (tutto, a vari livelli, è in comunicazione) e complessi (non governabili in toto).

E anche se la probabilità di un default della Russia è su livelli di guardia, ci saranno conseguenze devastanti sull’intero sistema economico globale, ma non sappiamo se gli effetti incideranno realmente sul campo di battaglia in tempi utili per salvare l’Ucraina e preservarne la sovranità e una sia pur parziale integrità territoriale. Quindi – tra i quattro scenari che anticipavo – sembra purtroppo che stia prendendo forma una variante del terzo. Pur con il collasso economico, anche parziali successi militari possono puntellare la leadership di Putin: la parte orientale russofona viene inglobata definitivamente nella sfera di influenza di Mosca e una nuova “Cortina di ferro” scende sull’Europa e sul mondo.

Dobbiamo prepararci a un confronto di lungo periodo; e quindi potremmo avviarci – dopo questa fase “calda” – verso una nuova guerra fredda, o quanto meno intermittente. Ci troveremo di fronte a una guerra calda e fredda allo stesso tempo, nel momento in cui – molto probabilmente – non ci sarà un accordo di pace tra Kyjiv e Mosca, ma un’inclusione forzata – da parte della Russia – del Donbas e magari di altri (mini-)territori ucraini, con un fronte simile a quello che c’è stato dal 2014 a Luhansk e Donetsk. Con l’auspicio che, temendo anche un andamento a spirale del conflitto, possa essere proprio il popolo russo a decidere di porvi fine; anche perché quando una popolazione “assaggia” il sapore della libertà, prima o poi vuole tornare ad assaporarlo.


Tratto da “Fronte dell’est. Passato e presente di un destino geografico”, di Salvatore Santangelo, Castelvecchi, pp. 122, 13,30 euro.

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