La restanzaIl coraggioso festival dei giovani che non vogliono abbandonare la Sicilia

A Campobello di Licata, nella due giorni denominata “Questa è la mia terra ed io la difendo”, tanti ragazzi hanno riflettuto su diritti, istruzione, lavoro per fare delle proposte concrete su come migliorare le potenzialità dell’isola

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«Noi siamo quelli che restano», cantano in un brano molto intenso Elisa e Francesco De Gregori. E chissà, potrebbero utilizzarlo come una sorta di inno questi ragazzi siciliani che nei giorni della canicola estiva hanno pensato di organizzare un festival nel cuore della Sicilia meno da cartolina che ci possa essere, per parlare, appunto, di “restanza”, dei giovani che non vogliono andare via e di quelli che vogliono tornare. Si chiama “Questa è la mia terra ed io la difendo” l’evento che si è tenuto a Campobello di Licata, vicino Agrigento, il 23 e 24 Agosto. Non l’ennesimo festival dell’estate glamour siciliana, ma una due giorni di riflessioni ed eventi per chiedere una cosa semplice: il diritto a restare.

Già il posto, Campobello di Licata, è quello che i siciliani chiamano paisazzo: novemila abitanti secondo l’ultimo censimento (solo nel 2018 erano undicimila), economia prevalentemente agricola, reddito medio tra i più bassi della Sicilia. «Potevamo scegliere tranquillamente un luogo più attrattivo, sul mare, ad esempio, o una meta turistica, un borgo caratteristico, o il capoluogo, per il nostro festival – spiega Carmelo Traina, 26 anni, uno degli organizzatori -. Ma abbiamo scelto la nostra città, Campobello di Licata, proprio perché rappresenta, con i suoi limiti e le contraddizioni, la cittadina media siciliana, con uno spopolamento progressivo, un futuro incerto, la mancanza di infrastrutture, un’economia fragilissima. Parlare di start – up, di alta formazione di smartworking qui è una vera e propria sfida». 

 “Questa è la mia terra ed io la difendo” non è un nome scelto per caso. E’ un omaggio a un giovane attivista siciliano, Giuseppe Gatì. Non era né un politico, né un intellettuale, né un influencer. Giuseppe era, semplicemente, squieto, come vengono definiti quelli come lui, curiosi, volenterosi, che organizzano eventi, circoli di cultura, blog. E proprio “La mia terra la difendo” era il titolo del suo blog di pensieri e parole in libertà. Non voleva andare via, Giuseppe, e aveva deciso di continuare a lavorare nel piccolo caseificio del padre. Morì folgorato, un sabato pomeriggio, non accorgendosi di un cavo elettrico scoperto. Aveva ventiquattro anni. 

Sono i suoi amici, oggi, a organizzare la rassegna nel suo nome, per parlare di diritti, istruzione, lavoro, e per fare delle proposte concrete. «Abbiamo voluto gettare le basi per creare un manifesto del diritto a restare», spiega Gaetano Gatì, cugino di Giuseppe. Non è stato un piangersi addosso, anzi. Sono state portate testimonianze di «quelli che restano». Come Giuseppe Lo Pilato, che ha trasformato quella che era una discarica di rifiuti nel giardino della Kolymbetra, un raro gioiello archeologico fiorente di piante mediterranee, accanto ai templi di Agrigento. 

Ai tavoli di discussione hanno partecipato in tanti. Tra loro anche Filippo Triolo. 21 anni, di Salemi, in provincia di Trapani: dal 2019 organizza un festival letterario, “Saliber Fest”, riconosciuto di interesse anche dal Ministero della Cultura. «È una battaglia da sposare appieno – racconta -.Questo è un festival di tutti i giovani siciliani. Non è vero quello che dice lo stilista Domenico Dolce. Noi non siamo sfaticati, e abbiamo anzi una gran voglia di lavorare, e vorremmo farlo qui, nella nostra isola». 

Massimo Lo Leggio, un altro dei giovani organizzatori è chiaro: «Le storie positive che raccontiamo dimostrano che in Sicilia, e nel Sud in generale, quando ci sono le opportunità, c’è chi si adopera per lo sviluppo. È da questo che bisogna partire, sapendo che il problema non è regionale, ma nazionale: l’emigrazione dei giovani siciliani, tra l’altro, ormai non avviene più verso il nord Italia, ma principalmente all’estero».

Dalla Sicilia, dal 2012 al 2021 sono andate via duecentomila persone. Gaetano Gatì è tra questi, fa il manager in un’industria farmaceutica a Roma: «Non ho avuto scelta», si giustifica. Ma lo stesso vale per gli altri suoi amici organizzatori della due giorni. In Sicilia quasi un terzo dei giovani, tra i quindici e i ventinove anni, poi, fa parte dei cosiddetti neet, cioè delle persone che restano ferme ai margini del mondo del lavoro. Si tratta del dato più alto in Italia, che a sua volta, con un tasso vicino al venti per cento, supera di circa otto punti la media europea (11,7 per cento). «Il primo giorno ai tavoli di lavoro ci aspettavano duecento persone: avevamo allestito il cortile dell’oratorio. Ne sono arrivate 500: non sapevamo dove metterle – racconta con entusiasmo Carmelo Traina -. Sono stati tanti i temi trattati, tante le esperienze condivise. Migliaia di persone in piazza, a Campobello di Licata, per parlare del diritto a restare. Non ci credevamo neanche noi».

Lorenzo Farruggio, di Canicattì, fa una rapida sintesi dei temi che confluiranno nel manifesto: «Da una parte – spiega – abbiamo notato il mancato sfruttamento di molte potenzialità dell’isola, dall’altro lato, invece, crediamo che sia necessario puntare sul digitale. In questo senso la Sicilia, soprattutto nelle aree interne, è molto indietro. Tra tutti i dossier, inoltre, quello più urgente riguarda le infrastrutture: è difficile pensare all’insediamento di nuove imprese, in queste condizioni. E poi ci vuole un grande sforzo di immaginazione, un difetto che manca a tutta la classe politica siciliana». 

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