Omnium virorum mulierIl libro omofobo del generale Vannacci e la bisessualità del suo mito Giulio Cesare

Il neo presidente dell'Istituto Geografico Militare (IGM) ha scritto un libro in cui rivendica il diritto all’odio e definisce i gay come non normali. Si definisce erede del grande condottiero romano, ma forse non ricorda che il dictator amava avere anche rapporti sessuali con gli uomini

Unsplash

Ci voleva Roberto Vannacci ad animare la calda giornata agostana di ieri con il libro Il mondo al contrario. L’autore, un generale di divisione che ha svolto, fra gli altri, gli incarichi di comandante Paracadutisti “Folgore” e della Task Force 45 durante la Guerra in Afghanistan, siede dal 21 giugno sulla prestigiosa poltrona di presidente dell’ente cartografico dello Stato: l’Istituto Geografico Militare (IGM). Ai più, nonostante il curriculum di tutto rispetto, Roberto Vannacci era sconosciuto. E tale sarebbe rimasto, se l’uscita de Il mondo al contrario non l’avesse elevato agli onori delle cronache. 

In trecentosettantatré pagine l’opera si configura come una parodia di razzismo, xenofobia, sessismo, omofobia, negazionismo. Ne sono riprova le affermazioni «cari gay, non siete normali. Fatevene una ragione», «la normalità è l’eterosessualità. Se a voi tutto sembra normale, invece, è colpa delle trame delle lobby gay internazionali», «rivendico il diritto all’odio. Paola Egonu? I suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità», «ritengo che nelle mie vene scorra una goccia del sangue di Enea, Romolo, Giulio Cesare», «lavaggio del cervello di chi vorrebbe favorire l’eliminazione di ogni differenza compresa quella tra etnie, per non chiamarle razze». 

Il tutto a dimostrazione, si fa per dire, che quanto viene spacciato come «Civiltà e Progresso» è, in realtà, un mondo al contrario, in cui «gli occupanti abusivi delle abitazioni prevalgono sui loro legittimi proprietari; […] si spende più per un immigrato irregolare che per una pensione minima di un connazionale; […] l’estrema difesa contro il delinquente che ti entra in casa viene messa sotto processo; […] veniamo obbligati ad adottare le più stringenti e costosissime misure antinquinamento, ma i produttori della quasi totalità dei gas climalteranti se ne fregano e prosperano; […] non sai più come chiamare una persona di colore perché qualsiasi aggettivo riferito all’evidentissima e palese tinta della sua pelle viene considerato un’offesa». E via dicendo.

Non meraviglia, dunque, che contro questo massimario degli orrori si siano esposti non solo le opposizioni parlamentari e il mondo associazionistico, ma anche i vertici dell’Esercito, che, in una dura nota, hanno preso «le distanze dalle considerazioni del tutto personali (come precisato nel testo) espresse dall’Ufficiale», riservandosi «l’adozione di ogni eventuale provvedimento utile a tutelare la propria immagine». Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto via social, parlando di «farneticazioni personali» e di «opinioni che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione» e annunciando l’avvio «dell’esame disciplinare previsto» da parte del dicastero di Via Venti Settembre. 

Ma la vicenda Vannacci, fonte di motivata indignazione, presenta, suo malgrado, anche risvolti ridicoli. Fra tutti emerge quello che si ricollega all’autodefinizione di «erede di Cesare», una goccia del cui sangue, scorrerebbe, al dire del militare di alto rango, nelle sue vene. Ora, il vagheggiare illustri ascendenze di sangue, come l’autore idealmente fa per ragioni identitarie, richiederebbe cautela, oltre che approfondita documentazione. Ancor più, poi, quando nello stesso testo si sostengono determinate tesi. Si pensi, ad esempio, a Enea, di fatto, al di là della miticità della figura, un profugo dell’Asia Minore: il richiamarvisi da parte di Vannacci appare così in totale contraddizione con le sparate contro le persone migranti e con la tesi preziosiana dei tratti somatici rappresentativi dell’italianità. Con Giulio Cesare la discrasia tra l’esaltazione del personaggio e la mancanza di conoscenza dello stesso, soprattutto se rapportata alle pagine omofobe del libro, è d’evidenza perfino maggiore. Il tutto, in ogni caso, con effetto dai contorni quasi comici. 

Per il generale tutto d’un pezzo, lui virile, maschio e normale a differenza delle persone gay, il valoroso e geniale dictator della Roma repubblicana assurge anche a modello di riferimento. Ma il giustamente apprezzato Cesare, e qui casca l’asino, è lo stesso che, giovane legato alla sontuosa corte di Nicomede IV, si era fatto ripetutamente inchiappettare, pardon sodomizzare, dall’affascinante re di Bitinia. La notorietà di questa relazione avrebbe assunto tali proporzioni, che Cesare sarebbe stato accompagnato per tutta la vita da soprannomi irridenti. Di essi, per citarne alcuni, sono passati alla storia quelli di “postribolo di Nicomede”, “bordello di Bitinia”, “regina di Bitinia” (stabulum Nicomedis, Bithynicus fornix, Bithynica regina).

A 35 anni a distanza l’avventura amorosa in Bitinia continuava a far parlare di sé, a tal punto che i soldati ne fecero oggetto di uno dei canti intonati durante il Trionfo gallico del 46 a. C.: «Cesare ha sottomesso la Gallia, Nicomede ha sottomesso Cesare. Ecco oggi trionfa Cesare che ha sottomesso la Gallia, non già Nicomede che ha sottomesso Cesare» (Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem).

Da Svetonio sappiamo inoltre che Ottavio salutò una volta in pubblico Antonio e Cesare coi rispettivi appellativi di re e regina. Quest’episodio avrebbe conosciuto una tale fortuna nei secoli posteriori, da essere espressamente menzionato da Dante nel canto XXVI del Purgatorio (76-78), allorquando così parla dei sodomiti della settima balza: La gente che non vien con noi, offese / di ciò per che già Cesar, trïunfando, / “Regina” contra sé chiamar s’intese.

C’è da dire che Cesare ebbe rapporti sessuali anche con altri maschi, nel ruolo di pedicator od omosessuale attivo, laddove con Nicomede aveva avuto quello di cinaedus/mollis od omosessuale passivo. Di essi il più celebre fu quello con Mamurra, per il quale fu beffeggiato, adontandosene, da Catullo. Ci sarebbe poi da parlare del pallore e della calvizie del dictator, visto che per i Romani l’uno e l’altra erano rispettivamente considerati sintomi di passività sessuale e di scarsa virilità.

Come anche dell’abitudine cesariana, riportata da Macrobio nei Saturnalia, di camminare come un mollis, lasciando che gli orli dell’ampio ed elegante laticlavio arrivassero a terra. Ma non si finirebbe più. È invece importante ricordare che l’amato modello di Vannaci fu anche accompagnato dalla fama di adultero e di tombeur de femme – oggi lo chiameremmo bisessuale –, sintetizzata nel famoso appellativo che di Cesare diede Scribonio Curione: «Moglie di tutti i mariti e marito di tutte le mogli» (eum […] omnium mulierum virum et omnium virorum mulierem appellat, in Svetonio, De vita Caesarum, I, 52, 3).

 

X