Oltre il petrolio Ronaldo, il calcio e la svolta nucleare dell’Arabia Saudita

Riyadh vede l’acquisizione di un programma enegetico civile come un mezzo per diversificare l’economia e una strategia di difesa contro il programma iraniano

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Che cos’hanno in comune Cristiano Ronaldo e l’uranio, Karim Benzema e i reattori nucleari? Apparentemente nulla, se non fosse che in Arabia Saudita sono diventati degli asset per la diversificazione delle risorse e del patrimonio nazionale. Il prepotente ingresso dei sauditi nel mercato calcistico non ha stupito molto, considerando l’attivismo del Golfo nel settore: il Manchester City emiratino, fresco vincitore della Champions; il PSG qatarino; il Newcastle saudita; il Manchester United accostato da mesi allo stesso Qatar. Considerando che anche il golf mondiale è saldamente nelle mani di Riyadh, gli arrivi di leggende come Ronaldo o Benzema nel campionato saudita sono una naturale conseguenza.

A colpire alcuni osservatori internazionali sono state però le avances nucleari del Regno nei confronti degli Stati Uniti, che secondo i report sarebbero entrate nel vivo di recente. Una scelta simbolica da parte del Paese che più di tutti ha basato la sua identità globale, il suo heritage e la sua prosperità su quello che una volta era l’oro nero. Era, appunto: le condizioni sono cambiate e il mondo sembra diretto verso una dimensione in cui la produzione petrolifera potrebbe (ma soprattutto dovrebbe) non essere più indispensabile.

A Riyadh questo l’hanno capito bene e il principe ereditario Mohammed Bin Salman (o MBS), dopo essere arrivato al potere, ha subito avviato un processo per svincolare il paese dalla dipendenza nei confronti del petrolio; così è nato Visions 2030, l’architrave del futuro saudita, il piano in cui rientrano il calcio, il golf, il nucleare e mille altri progetti per dare un nuovo volto al Paese. MBS è alle prese con la sfida esistenziale dello Stato saudita: cambiare o sparire. Non si potrà puntare per sempre sul petrolio, l’OPEC+ non avrà questo potere in eterno, con tutte le conseguenze geopolitiche del caso. In questo senso, l’energia nucleare è un’occasione perfetta per spingere verso la decarbonizzazione ma allo stesso tempo conservare un impatto sugli equilibri internazionali. 

«Il nucleare è parte integrante di Visions 2030. I sauditi vogliono produrre energia utilizzando le riserve nazionali di uranio e vendere rapidamente il loro petrolio per timore che il mercato possa subire cambiamenti drammatici dovuti alla transizione verso le rinnovabili», spiega a Linkiesta Ahmed Aboudouh, ricercatore associato presso Chatham House, think tank britannico con sede a Londra. Aboudouh si occupa da tempo di temi come la crescente influenza della Cina nella regione mediorientale e la geopolitica del Golfo.

«L’Arabia Saudita vede l’acquisizione di un programma nucleare civile come una fonte di prestigio, un mezzo per diversificare l’economia e una strategia di difesa nucleare contro il programma iraniano», osserva Ahmed Aboudouh.  Per questi motivi, Riyadh avrebbe proposto ai leader americani di sviluppare un progetto congiunto per il programma di energia nucleare civile del Paese. Il piano è stato concepito per sostenere le ambizioni dell’Arabia Saudita di produrre, e potenzialmente esportare, energia atomica. 

Negli ultimi mesi l’amministrazione Biden ha discusso con Riyadh di cooperazione economica e di difesa, oltre che di una possibile normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i sauditi e Israele, un obiettivo di lunga data della politica estera statunitense. MBS per tutta risposta ha dichiarato che prenderebbe in considerazione la possibilità di stringere legami diplomatici con gli israeliani se, in cambio, gli Stati Uniti si offrissero di aiutare l’Arabia Saudita a sviluppare un’industria nucleare, tra le altre condizioni.

I sauditi avrebbero citato in particolare la loro compagnia petrolifera statale, Aramco, come modello per il progresso della cooperazione nucleare con gli Stati Uniti. L’azienda è nata negli anni Trenta come partnership con la Standard Oil di John D. Rockefeller e inizialmente si chiamava Arabian American Oil Co. Oggi è interamente controllata dai sauditi ed è una delle aziende più redditizie al mondo. Nell’ambito di questa partnership nucleare, secondo Riyadh potrebbe essere costituita una Arabian American Nuclear Power Co. che darebbe a società ed enti statunitensi un ruolo diretto nello sviluppo e nella supervisione dell’energia nucleare.

Ma c’è un punto di stallo nei negoziati: l’arricchimento dell’uranio dovrebbe avvenire sul territorio saudita, con le aziende statunitensi a supervisionare lo sviluppo di nuovi reattori. Washington però ha dichiarato che prenderebbe in considerazione un accordo solo se fosse simile a quello mediato con gli Emirati Arabi Uniti nel 2009, che garantiva la cooperazione in cambio del divieto di arricchimento e di riprocessamento. «I negoziati sono in corso da anni, soprattutto per quanto riguarda le rigorose garanzie richieste dagli Stati Uniti», dice Aboudouh. «La logica dei sauditi è che il Paese non può accettare queste condizioni perché sarebbe un segnale di debolezza, anche verso nemici come l’Iran. Inoltre, vedono queste richieste come una violazione della sovranità di uno Stato che punta ad acquisire un ruolo più importante sulla scena mondiale».

MBS, che ricopre anche la carica di primo ministro del Paese, ha dichiarato pubblicamente che Riyadh sarà all’altezza di qualsiasi tecnologia nucleare sviluppata da Teheran, comprese, potenzialmente, le armi. «L’Arabia Saudita non vuole acquisire alcuna bomba nucleare, ma senza dubbio se l’Iran la sviluppasse, li seguiremmo il prima possibile», dichiarava alla CBS già nel 2018. Secondo Ahmed Aboudouh, «nell’ultimo decennio Riyadh ha imparato dai progressi dell’Iran e degli Emirati Arabi Uniti (nonostante le differenze da Paese a Paese) che un programma nucleare, anche se civile, le darebbe il vantaggio necessario per espandere la sua influenza ed essere vista come leader del mondo arabo».

Per gli Stati Uniti, il dilemma è sostanziale: il rifiuto a una “Aramco nucleare” potrebbe spingere Riyadh a guardare verso Cina o Russia. Washington e Pechino sono impegnate in un’accesa competizione e la possibile alleanza con la CIna sul nucleare potrebbe collocare definitivamente l’Arabia Saudita nel campo cinese. A marzo, tra l’altro, Pechino ha ottenuto un successo simbolico come l’intermediazione dell’accordo diplomatico tra Arabia Saudita e Iran. Non è chiaro se il team di Biden prenderà seriamente in considerazione la proposta. Ma questo ci ricorda che gli Stati Uniti si trovano di fronte a scelte difficili in Medio Oriente, soprattutto in un contesto dove gli americani puntano a ridimensionare il loro coinvolgimento nella regione.

Mohamed Bin Salman ha osservato con preoccupazione il modo in cui Washington e le nazioni europee hanno permesso a Teheran di avvicinarsi lentamente ma inesorabilmente alla tecnologia nucleare. MBS avrà letto anche le recenti notizie su un rinnovato sforzo USA-UE per un nuovo accordo nucleare con l’Iran. Per adeguarsi a questa mutata realtà e al progressivo disinteresse americano verso il Medio Oriente, con tutti i riflettori puntati sull’Indo-Pacifico, Riyadh potrebbe decidere ricalibrare il panorama geopolitico regionale.

Le opzioni sul tavolo non mancano, come la Cina: «Sebbene gli Stati Uniti rimangano il partner preferito da MBS, in futuro il principe vede Washington con un ruolo meno dominante sulla scena mondiale. Quindi potrebbe rivolgersi altrove se le sue tattiche negoziali (programma nucleare in cambio di normalizzazione con Israele) non daranno il ritorno desiderato», aggiunge Aboudouh.

Arabia Saudita e Cina hanno rafforzato i loro legami anche per quanto riguarda il petrolio e la cooperazione militare. Le aziende cinesi si sono offerte di contribuire all’esplorazione e allo sviluppo delle risorse di uranio. Nel 2017, la China National Nuclear Corporation e il Servizio geologico saudita hanno firmato un memorandum d’intesa per il rilevamento dei depositi di uranio. «L’unica alternativa possibile, a mio avviso, è la Cina. Da un lato i sauditi potrebbero sfruttare l’opzione cinese per convincere gli Stati Uniti a piegarsi alle loro garanzie e ad altre condizioni, ma i cinesi sono seriamente intenzionati ad aiutare Riyadh», analizza Aboudouh. «La leadership cinese», continua il ricercatore, «vuole una maggiore cooperazione in settori strategici/sensibili con i partner mediorientali. Ma, soprattutto, vuole essere riconosciuta globalmente come fornitore di energia nucleare a livello civile, avere una quota di questo mercato semi-esclusivo e competere con gli Stati Uniti come partner fidato che non pone vincoli alla cooperazione nucleare».

Le idee sul tavolo di Riyadh non mancano; resta da vedere cosa deciderà la corona, con conseguenze che potrebbero spostare in un verso o nell’altro gli equilibri mondiali. Una cosa è certa: l’idea della Aramco nucleare suggerisce un cambiamento sismico nella politica saudita, spingendo verso lo sviluppo di una deterrenza atomica interna. Con o senza Stati Uniti.

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